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Illustrazione di Jade Monica Bello
Jade Monica Bello racconta della sua esperienza torinese dove ha allestito una mostra personale di illustrazioni a tema antispecista.


Mercoledì mattina, si parte presto il viaggio è lungo, carica di “ninfe” e “mangiatrici” impacchettate ed infilate un po’ in una valigia un po’ sotto al braccio, inizia la mia giornata verso il mio Mercoledì eXtra-Ordinario in compagnia degli Chefs Vegabbondi, di Arianna ed Elisabetta, dello staff del locale e della squisita cena popolare sarda che prepareranno insieme per l’occasione. Nel pomeriggio cominciano i preparativi, si inizia a cucinare e ad allestire la mostra, si parla, si discute di tematiche importanti, si scherza e si gioca con i tre ospiti pelosi della serata, Mannaggia, Pepita e Zuppetta, piccola beagle salvata da Green Hill.

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Negli ultimi tempi il termine “antispecismo” sta dilagando sul web e sempre più spesso lo si ritrova citato negli articoli di giornali e riviste. Sono numerose le attività sul territorio, le manifestazioni e le feste, come pure le persone, che si autodefiniscono “antispeciste”. Tutto ciò dovrebbe rallegrare, e non poco, chi da anni tenta di vivere quotidianamente l’idea antispecista, e che ricorda assai bene l’isolamento subito in passato; ma è lecito domandarsi se il numero crescente di persone che al giorno d’oggi parla di antispecismo, abbia realmente compreso cosa esso significhi.

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Con il termine “randagismo” si intende, solitamente, il fenomeno che descrive la condizione di un Animale considerato “da compagnia” – destinato dalla società umana specista a ricoprire un ruolo di supporto e compagnia – smarritosi o abbandonato e che quindi diventa vagante sul territorio. Chiaramente, la condizione di “randagio” è originaria per tutti quegli Animali che nascono già in questa circostanza e vivono, dunque, per tutta la loro vita, ai margini della società umana, vagando in città, piccoli centri abitati o nei loro dintorni in situazioni di dipendenza dagli Umani.

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Il filosofo Gilles Deleuze in un testo del 1990 fornisce una descrizione lucida e spietata della società umana definita “del controllo“.
Una situazione in cui la macchina del controllo e del dominio accerchia e stritola sempre più il singolo individuo costringendolo in una serie di “ambienti di reclusione”. Deleuze utilizza la figura animale come metafora (specista) del passaggio dell’Umano da un tipo di società ad un altro e dal concetto di società ad un altro: “La vecchia talpa monetaria è l’animale degli ambienti di reclusione, mentre il serpente è quello delle società del controllo. Siamo passati da un animale all’altro, dalla talpa al serpente, nel regime in cui viviamo, ma anche nel nostro modo di vivere e nei nostri rapporti con l’altro“.  

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