Il piatto vuoto


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Piatto vuoto su tavola di legno

Veganzetta da sempre ha privilegiato e proposto una lettura del veganismo come dovere morale nei confronti degli Animali, senza dare particolare peso al diritto che le persone umane vegane hanno di vivere la propria esistenza secondo i canoni morali adottati. In una società umana in cui si parla esclusivamente di diritti e mai di doveri, considerare il veganismo come un dovere morale, è parsa dunque la scelta più giusta e opportuna.
In questo caso si fa una piccola eccezione pubblicando la storia vissuta da una persona umana vegana, che ha subito un chiaro trattamento discriminatorio. Questa storia potrebbe essere utile per cercare di comprendere ancor più che i problemi maggiori che possono incontrare quotidianamente coloro che abbracciano il veganismo con convinzione e coerenza, non sono di natura pratica (cosa mangiare, cosa indossare, ecc.), ma ovviamente di natura relazionale e culturale.


Ero stato scelto per un’importante esperienza di volontariato all’estero. Non era un viaggio turistico. Era un impegno serio, per cui avevo studiato, fatto colloqui, superato test psicologici e visite mediche.
Avevo comunicato chiaramente le mie esigenze, fin dall’inizio: vegano etico, con due allergie specifiche. Non sono richieste difficili. Sono la mia vita. Ogni giorno, quando esco di casa, so cosa posso (e voglio) mangiare e cosa no. È una consapevolezza che protegge la mia salute e rispetta i miei valori etici.
Avevo risposto a ogni domanda. Compilato ogni modulo. Superato ogni test.
Poi arrivò il momento del briefing finale, un raduno di tre giorni con altre persone partecipanti. Era l’ultimo passo prima della partenza. Tutti erano felici e pronti. Come il sottoscritto.

Il primo giorno
Guardo il cibo servito al buffet. Niente per me. Chiedo informazioni. Un membro dello staff mi dice che va bene, che posso mangiare. Ma io mi accorgo che non c’è niente di adatto per una persona vegana. Ho inoltre imparato a riconoscere in fretta gli ingredienti a cui sono allergico, dopo reazioni che non voglio rivivere. Non posso rischiare.
Prendo da parte un panino vuoto e della frutta. Nient’altro. Gli altri ridono e chiacchierano. Io mangio in silenzio.

Il secondo giorno
Stessa scena. Tutti hanno biscotti, snack, opzioni calde. A me dicono che il caffè decaffeinato arriverà. Non arriva mai. Chiedo di nuovo. Mi dicono che è in arrivo. Aspetto. Niente. Era un mio vezzo, posso bere caffeina, ma vedevo che le giornate stavano prendendo una brutta piega.
Alla fine, ancora un panino. Ancora frutta.
Nessuno si avvicina per chiedermi se ho bisogno di qualcosa. Nessuno sembra notare che sono seduto da solo, con un piatto che sembra una punizione.
Non parlo. Non protesto. Ma dentro, qualcosa comincia a cambiare.

Il terzo giorno
Mi sveglio già stanco. Non ho dormito bene. Penso a tutto quello che ho sacrificato per essere lì: tempo, lavoro, soldi, energia. E per cosa? Per essere preso in giro?
Arriva il pasto. Di nuovo niente per me.
Qualcuno mi rassicura: “Va tutto bene, puoi mangiare”. Ma non è vero. Non è mai stato vero.
In quel momento, qualcosa si rompe dentro di me.
Non urlo. Non insulta nessuno. Ma non sorrido più. Non faccio finta che vada tutto bene. Dico quello che penso. Dico che mi sento discriminato. Dico che il mio veganismo — per me un impegno etico profondo, un impegno che vivo ogni giorno, al supermercato, al ristorante, a casa di amici — è stato trattato come un capriccio, una moda, un fastidio.
Non parlo solo del cibo.
Parlo del messaggio che questo manda: che le nostre convinzioni, per chi le vive ogni giorno con coerenza, possono essere ignorate quando diventano scomode. Che siamo sempre gli ultimi nella lista. Che va bene promettere inclusione, ma poi nella pratica non serve a nulla.

Dopo il briefing
Nei giorni successivi, ricevo una lettera. Mi dicono che il mio comportamento non è stato accettabile. Che non ho mostrato pazienza, rispetto, compostezza. Che ho violato un codice di condotta.
Non mi chiedono mai: Perché hai reagito così?
Non vogliono sapere che due giorni senza cibo sicuro, dopo mesi di preparazione, dopo aver fatto tutto quello che mi era stato chiesto, dopo aver spostato impegni e rinunciato ad altre opportunità, possono fare male. Possono umiliare. Possono far sentire una persona umana invisibile.
Non ho mai detto di essere perfetto. Forse avrei potuto parlare con più calma. Ma la domanda vera è un’altra: perché devo essere sempre io a fare sforzi? Perché devo sempre essere io a rimanere calmo, paziente, educato, mentre i miei bisogni fondamentali vengono ignorati?

Perché scrivo questa storia
Non voglio parlare di nomi, di sigle, di procedure.
Questa è una storia su come la società umana specista, anche in contesti che si dichiarano inclusivi e progressisti, tratta ancora le persone umane vegane come un’eccezione fastidiosa, un problema logistico da risolvere all’ultimo minuto, se c’è tempo.
Noi non siamo un problema.
Le nostre convinzioni sono reali. La nostra scelta di non fare del male agli Animali non è un’etichetta, è una lente attraverso cui vediamo ogni pasto, ogni prodotto, ogni interazione nella nostra esistenza.
Quando un’organizzazione ti chiede le tue esigenze, le riceve, le ignora, e poi ti punisce per esserti lamentato, non è un fallimento logistico. È un fallimento morale.
La rabbia non è violenza. A volte è la prova che ancora c’è qualcosa di sbagliato nel nostro mondo. A volte è l’unico modo per farci sentire quando tutti gli altri ci hanno reso invisibili.

Non devo scusarmi per aver chiesto rispetto.

Avevo solo chiesto un piatto non tradisca i miei valori. Che non mi faccia sentire estraneo in una stanza piena di persone umane.

Il problema è un sistema che parla di inclusione, che fa promesse, che chiede informazioni — ma poi non prepara nemmeno un pasto per voi.
E quel sistema, un giorno, dovrà rispondere delle sue contraddizioni.
Fino ad allora, continuiamo a parlare. Continuiamo a scrivere. Continuiamo a farci sentire.
Perché il piatto vuoto non è la fine della storia. È solo l’inizio.

Devo essere sincero. Avrei potuto lasciar passare tutto. Alla fine, mi hanno rimborsato le spese. Non ho perso soldi. Potevo chiudere la faccenda, dimenticare, andare avanti.
Ma non cerco soldi. Non voglio risarcimenti.
Ho deciso di alzare la voce perché questa storia è più grande di me.
L’organizzazione con cui ho avuto a che fare è grande, potente. Per motivi legali, non farò il suo nome. Ma posso dire che ho deciso di rivolgermi all’Alta Commissione per i Diritti Umani di quel Paese — un Paese che ha leggi che dicono di proteggere anche il “veganismo etico” come una convinzione filosofica degna di rispetto.
Lo so. È una battaglia difficile. Forse impossibile.
Ma ho questa stupida, piccola ambizione: quella di iniziare un precedente. Non per me. Per chi verrà dopo di me. Per la prossima persona umana vegana che entrerà in una stanza e troverà un piatto vuoto.
So che molti ci hanno già provato prima di me. E continueranno a provarci dopo di me. Forse non accadrà nulla. Forse la mia denuncia finirà in un cassetto. Ma se non ci provo nemmeno, allora avranno vinto loro.
E io non voglio che vincano loro.

Matteo Preabianca


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10 Commenti
  1. Luca ha scritto:

    “Non voglio parlare di nomi, di sigle, di procedure.” Mi sono fermsto qui.
    Se non si ha voglia di parlare di nomi, di sigle, di procedure, questa testimonianza è del tutto inutile. Tutti noi abbiamo provato qualcosa del genere, tutti noi sappiamo com’è la “società umana”, non abbiamo bisogno di fare un gruopo di autocoscienza. Quello che dobbiamo di fare è lottare, denunciare. Scusate la durezza del commento.

    12 Giugno, 2026
    Rispondi
    • Claudio ha scritto:

      Se Matteo non vuole riferire in questa sede nome, sigle e procedure non è per mancanza di voglia ma perchè ritiene che siano altre le sedi opportune per farlo. Se a fronte di ciò ritieni che questa testimonianza sia inutile allora la tua è solo morbosa curiosità. Inoltre, a che titoli parlo di “tutti noi”? chi ti ha incaricato di rappresentare e approvare quali siano i bisogni delle persone e i relativi modi di esporli?
      La lotta e la denuncia che invochi è letteralmente annunciata e sostenuta con convinzione in chiusura del testo.
      Ti invito a leggere con più attenzione la prossima volta.

      Per quanto riguarda Matteo, mi auguro tu possa ottenere giustizia.

      12 Giugno, 2026
      Rispondi
      • Luca ha scritto:

        Sì, la mia è morbosta curiosità. Tu non sei morbosamente curioso di sapere quali aziende finanziano la guerra? O di conoscere la composizione della filiera del cibo che mangi?
        Penso che sia la stessa cosa.
        Oppure la vicenda di questo compagno è personale e non pubblica? Be’, in questo caso forse l’accusa di morbosità andrebbe ribaltata, ma non voglio ricorrere ad artifici retorici come mi sembra che faccia tu*
        In ogni caso chiedo scusa per la violenza del mio commento a caldo.
        In maniera più fredda e ragionata sintetizzo il mio pensiero così: “grazie della testimonianza. Sono solidale con te. Non credo che la tua azione all’alta commissione dei diritti umani di quel paese serva. Mi auguro almeno che ti faccia star bene. Mi spiace non aver saputo il nome dell’ente per cui avresti lavorato”

        Mi fermo qui.

        * (l’accusa del “chi ti a incaricato (ecc.)” la ignoro perchè hai manipolato il mio pensiero.

        12 Giugno, 2026
        Rispondi
      • Matteo ha scritto:

        Grazie per il sostegno. Ho la testa dura, non mollo:).

        12 Giugno, 2026
        Rispondi
    • Matteo ha scritto:

      Gentile Luca,

      pensavo fosse chiaro dall’articolo. Non ho fatto i nomi poiché ho intrapreso una azione legale contro di loro. Quindi la logica va da sé. Comunque, sarà mia premura, a prescindere se perdo o vinco, di farli una volta concluso il procedimento.

      12 Giugno, 2026
      Rispondi
      • Luca ha scritto:

        Ottimo, grazie mille.
        Ti chiedo scusa per i toni sbagliati che ho usato, rispondendo a caldo e dando voce alla frustrazione che provo ogni volta che i cattivi vengono tutelati nella loro privacy. Naturalmente non è questo il caso se l’anonimato serve per non danneggiare la tua causa legale.

        12 Giugno, 2026
        Rispondi
  2. Veganzetta ha scritto:

    Ciao Luca,

    Come già giustamente commentato da Claudio ci sono dei motivi ben precisi che hanno indotto Matteo a non pubblicare il nome dell’associazione in questione, motivi esposti chiaramente nel testo:

    L’organizzazione con cui ho avuto a che fare è grande, potente. Per motivi legali, non farò il suo nome. Ma posso dire che ho deciso di rivolgermi all’Alta Commissione per i Diritti Umani di quel Paese — un Paese che ha leggi che dicono di proteggere anche il “veganismo etico” come una convinzione filosofica degna di rispetto.

    12 Giugno, 2026
    Rispondi
  3. Veganzetta ha scritto:

    Non serve scontrarsi, ci si può confrontare con calma.

    Ad ogni modo l’ultima risposta di Matteo è sufficiente per chiarire l’intera questione.

    Quando tutto sarà concluso Matteo potrà comunicare il risultato e su Veganzetta si farà un aggiornamento dell’articolo contenente i dati dell’associazione che si è comportata nel modo descritto.

    12 Giugno, 2026
    Rispondi
  4. Paola Re ha scritto:

    E’ possibile sapere l’anno in cui è successo? Lo chiedo perché questo genere di situazione accade sempre meno, nel senso che adesso molte strutture sono migliorate. La parola vegan è sempre meno ignota. Giusto per fare un esempio: gli ospedali.

    27 Giugno, 2026
    Rispondi
  5. Matteo ha scritto:

    a marzo 2026.

    27 Giugno, 2026
    Rispondi

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