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Si propone un estratto di un testo scritto dal medico, giornalista e rivoluzionario francese Ernest Cœurderoy intitolato “La corrida a Madrid” e datato luglio 1853. Cœurderoy, testimone diretto, descrive le fasi tremende del suplizio dei Tori durante le corride a metà dell’800 in Spagna. L’autore si sofferma molto sull’assurdità dell’atmosfera, sul comportamento fanatico del pubblico e sulla follia di questa sanguinaria tradizione popolare descritta sin nei minimi particolari. Il testo è ovviamente figlio del suo tempo, così come diverse delle prese di posizione dell’autore, ma certamente è un documento eccezionale che fotografa quanto accadeva allora e purtroppo accade ancora oggi in Spagna e non solo.
L’autore è totalmente dalla parte del Toro e il suo giudizio sulla corrida è lapidario: «In questa lotta, una decina di macellai ammazzeranno un povero animale, e dio sarà dal lato dei colpevoli. Quanto a questi piccoli borghesi vestiti da castellani, essi vi apparterrebbero, come tanti altri, se potreste pagarli. Qui il ruolo migliore è quello del bruto: tutti gli esseri umani riuniti in questo recinto sono più feroci del toro che sta per morire».
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Il genio di un popolo si può osservare soltanto nelle grandi manifestazioni della sua vita pubblica. In Francia bisogna vedere una rivoluzione; in Svizzera una festa civica; in Inghilterra una corsa col sacco; in Italia i musei e i teatri pieni di folla; in Spagna la corrida de toros.
Mentre l’uomo si spoglia facilmente del proprio carattere davanti alle esigenze del progresso, la nazione resiste molto di più. Ogni sua festa si collega con profonde radici alle sue tradizioni e alla sue tendenze. Appartenendo a tutti, le solennità nazionali non sono proprietà di una persona precisa; solo il tempo può farne giustizia quando esse sono cadute in disuso. Da ciò deriva che molto tempo dopo che gli usi della vita quotidiana sono stati cancellati, le lingue modificate e i costumi trasformati, le feste del popolo si conservano ancora, come una testimonianza che la storia può consultare e come un culto che la presente generazione accorda a quelle che l’hanno preceduta.
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