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Attivisti svizzeri di Animal Save Movement assistono a una macellazione

«Siamo stati invitati nel reparto macellazione».

Questo è lo sconcertante titolo di un post1 pubblicato nella pagina facebook del gruppo Animal Save Movement il 12 gennaio 2020.
Il testo del post viene riportato integralmente di seguito tradotto in italiano da Pasquale Stigliano per Veganzetta, questo perché è opportuno che venga letto, se non altro per poter comprendere appieno la gravità della condizione in cui versa il cosiddetto movimento per la liberazione animale ai giorni nostri.

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Gadhimai Mela
Nel 1979 feci un viaggio in India, Kashmir, Shri Lanka e Nepal. Non era bastato vedere i lebbrosi che bussavano alle finestre del bus con l’aria condizionata – come essere rinchiusi in una bolla di sapone occidentale – e provare la vergogna di aver avuto la fortuna di nascere in un’area del mondo diversa, ma arrivando a Kathmandu la sorpresa fu totale. Mentre esploravo quella città dalla bellezza barbarica, differente da tutte le città che avevo visitato nei miei viaggi, piena di Flower People americani, mi accorsi con sgomento che davanti ai templi erano depositate teste mozzate di Animali. L’orrore fu grande. Non capivo: credevo che le religioni nepalesi fossero il buddismo e l’induismo con una minoranza sparuta di seguaci dell’Islam e mi trovavo davanti a qualcosa di orrido, di impensabile. Rimasi senza parole. E il mio viaggio fu avvelenato da quelle turpi immagini.

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Gadhimai animal sacrifice festival in Bariyarpur

Che la religione sia uno dei cardini dello specismo, del concetto gerarchico della società umana del dominio, è cosa nota. In nome della religione l’Umano è capace di compiere i crimini più efferati senza doverne sopportare il peso morale. Il festival dedicato alla dea Gadhimai che si svolge per due giorni (in questo fine settimana) ogni cinque anni in Nepal, è forse uno degli esempi più atroci di quanto la religione possa causare spargimenti di sangue di una moltitudine di Animali innocenti, ad opera di gente comune che percepisce questo assurdo massacro come un “carnevale”. 

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antropocentrismo

Riceviamo da un lettore e pubblichiamo con replica:

Salve,
mi chiamo Alessandro, sono stato al Veggie Pride e al Veganch’io dove ho trovato la Veganzetta (primavera 2011).
Vorrei commentare un passo che mi ha sorpreso parecchio, in quanto mi sembra una generalizzazione, e mi riferisco all’articolo nella prima pagina a cura di Adriano Fragano. Limitarsi a dire che è meglio non avviare nessuna collaborazione con alcuni elementi cardine dell’antropocentrismo tra i quali in primo luogo la religione è quanto meno fuorviante rispetto alla verità storica che vede per secoli (ben prima delle attuali associazione vegetariane o vegane) la presenza di gruppi religiosi che hanno seguito questo tipo di vita/alimentazione.
In Calabria ho scoperto che secoli fa c’erano i monaci basiliani che erano proprio vegani, per non parlare della tradizione indiana dove, grazie allo yoga o alla religione, l’essere vegetariani viene visto almeno come una cosa normale da tanti anni. La pratica della non violenza, in sanscrito ahimsa, è tra l’altro ad un livello molto più elevato  di qualunque obiettivo attuale dei vegani, in quanto la violenza andrebbe esclusa non solo dalle proprie azioni ma anche dalle parole e dai pensieri. Spesso invece leggo sui social network dei vegani che sono violentissimi a parole e per quanto mi riguarda è una contraddizione, o in ogni caso non è il modo migliore per portare avanti le proprie giustissime battaglie, che condivido.

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