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Articolo pubblicato su: A – Rivista anarchica n° 353, maggio 2010, pagina 48


La via vegana etica per la rivoluzione

“Dopo un seminario sul marxismo o l’anarchismo, gli studenti possono parlare a tavola di rivoluzione mentre mangiano i corpi di animali torturati e uccisi. Dopo un seminario sui diritti degli animali, si trovano spesso a fissare il piatto, mettendo in discussione i loro comportamenti più basilari.”1

Se ci si sofferma a pensare quali siano i pilastri su cui la nostra società  ha poggiato le sue fondamenta, immediatamente si pensa al soddisfacimento dei bisogni individuali. Non ci sarebbe alcuna società  se non vi fossero tali esigenze. In definitiva mediante una serie di convenzioni, contratti, costrizioni e consuetudini ciascun appartenente ad una società  dovrebbe ottenere ciò di cui ha bisogno per vivere.

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E’ più importante dire che “sono vegano” o ha più senso concentrasi sul “io non voglio causare la morte di altri Animali con le mie azioni e voglio far in modo che questo comunque non accada?”. Potrebbe sembrare una sfumatura ma non lo è: è la differenza tra esprimere una propria identità  forte e far conoscere le proprie azioni. E non sempre le due cose coincidono. Possono esservi persone umane che si proclamano in un certo modo (cristiano, vegano, razzista) e fanno discendere da questa identificazione (e identità) il loro comportamento o meglio: ad un certo punto della loro esistenza tendono a dare più importanza all’aspetto identitario che all’agire ed alla riflessione sull’agire, “mi comporto così perché sono così”.

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Cercando la parola “vegan” in un motore di ricerca di immagini si troveranno per prime delle foto di vegetali (solitamente in funzione alimentare). Anche cercando libri riguardanti il “veganismo” ci si imbatte soprattutto in libri di ricette alimentari o relativi alla dieta. E non possiamo dimenticare l’evidenza del fatto che la radice semantica del termine stesso rimandi al “vegetale”. E non alla sofferenza e alla morte. Pare esservi insomma nella percezione collettiva e nella cultura una visione superficiale (nel senso quasi “geometrico” della parola) della pratica vegana: essendo consapevoli di come la “parola”, l’ “immagine” e la “comunicazione” abbiano il potere di plasmare la realtà, non si può che essere preoccupati.

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La possibilità  di nutrirsi dei cadaveri di Animali uccisi (necrofagia) in questo mondo multiforme appare anche come un esercizio della libertà individuale. Ma non lo è. In verità è solo un esercizio di potere e sopraffazione, anzi, nella moderna società  dei consumi, è solo un esercizio di complicità, più o meno consapevole. Dunque neppure chi sulle orme di Nietzsche asserisse che l’essenza della vita è sopraffazione come espressione della volontà  di potenza (e con ciò giustifica la violenza, con buona pace di Nietzsche, in maniera piuttosto superficiale) potrebbe dare tale importanza alla necrofagia consumistica che è solo complicità  e sottomissione ad un modello imposto. Paradossalmente l’esistenza di persone vegane pare giustificare tale ipotetica libertà  individuale: “come voi siete liberi di non mangiare “carne”, così noi dobbiamo essere liberi di mangiare “carne””.

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