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Fringuello - Emy Guerra

Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela ciascuno.
Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee.

George Bernard Shaw

 

All’ultimo Incontro per la liberazione animale1 tenutosi quest’anno a Stupinigi nei pressi di Torino, ci è capitato di ascoltare le posizioni di molte persone relativamente al veganismo, alcune delle quali, chiaramente sempre in nome della liberazione animale, hanno sottolineato – in estrema e non esaustiva sintesi – l’importanza dell’azione diretta a prescindere dalla questione vegana.

Ascoltare frasi del tipo “un attivista che mangia carne e che libera tre Galline, ha liberato più Animali di una persona che è vegan da tutta la vita” fa male al cuore, come pure al fegato e soprattutto alla causa antispecista.

Non vorremmo mai sentire frasi del genere, tantomeno se pronunciate nel bel mezzo di un workshop in un incontro per la liberazione animale, perché se dalla legittima critica teorica si passa a mettere in dubbio uno dei fondamenti dell’animalismo radicale e dell’antispecismo, c’è sicuramente qualcosa che non va.

Ultimamente si leggono i più svariati articoli (addirittura pubblicati su riviste telematiche antispeciste) che tendono a prefigurare una presa di distanza dal concetto di veganismo, dai presunti “dogmi” della purezza vegan. “Essere vegan non basta.” Sicuramente è vero, sicuramente non basta. Ma bisogna per prima cosa essere davvero vegan per poi avviare una seria e costruttiva critica sul veganismo. A noi pare però che ci siano molte persone che pontificano sul veganismo conoscendolo solo superficialmente, o non conoscendolo affatto. Molte di queste posizioni espresse conducano direttamente al concetto già circolato anni fa che essere vegan in fin dei conti non sia così necessario, e questo è semplicemente assurdo, nonché pericoloso. 

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cardellinoAlcune parole hanno un significato più complesso di quello che può sembrare a prima vista. Secondo Roland Barthes, ad esempio, si devono considerare due livelli per creare il significato: quello denotativo che è il livello di base, descrittivo e costituisce il significato reale di un termine, e quello connotativo, costituito dai significati associati, che collega il termine a campi diversi della nostra cultura, rimanda cioè ad atteggiamenti o informazioni particolari. In pratica, nel linguaggio comune a ogni parola può essere attribuito sia un significato denotativo, sia uno o più significati connotativi.

Un artificio retorico usato nel mondo animalista per dimostrare il condizionamento profondamente antropocentrico imposto dalla nostra cultura consiste nel dire a un nostro interlocutore “tu sei un Animale”. La sua reazione (spesso si sente offeso) consente di dimostrargli come il significato spregiativo assunto dal termine Animale (livello connotativo) non sia altro che il frutto di un modo di pensarci del tutto innaturale, costruito (e pertanto culturale), che induce a considerarci in modo completamente separato rispetto alle altre individualità che appartengono al regno animale, cui in realtà apparteniamo. L’aspetto descrittivo, ossia il livello denotativo di quella frase, neutro di per sé, non passa semplicemente in secondo piano, ma viene celato dalla nostra cultura, e può essere recuperato solo grazie allo sforzo di un ragionamento ulteriore.  

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Rossana scrive a Veganzetta: “Innanzitutto vorrei cominciare dicendo che sono orgogliosa di quello che fate e vi prego di continuare a farlo perché cambierete il mondo.  Poi volevo farvi una…

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Riceviamo da un lettore e pubblichiamo con replica.


Salve,
mi chiamo Alessandro, sono stato al Veggie Pride e al Veganch’io dove ho trovato la Veganzetta (primavera 2011).
Vorrei commentare un passo che mi ha sorpreso parecchio, in quanto mi sembra una generalizzazione, e mi riferisco all’articolo nella prima pagina a cura di Adriano Fragano. Limitarsi a dire che è meglio non avviare nessuna collaborazione con alcuni elementi cardine dell’antropocentrismo tra i quali in primo luogo la religione è quanto meno fuorviante rispetto alla verità storica che vede per secoli (ben prima delle attuali associazione vegetariane o vegane) la presenza di gruppi religiosi che hanno seguito questo tipo di vita/alimentazione.
In Calabria ho scoperto che secoli fa c’erano i monaci basiliani che erano proprio vegani, per non parlare della tradizione indiana dove, grazie allo yoga o alla religione, l’essere vegetariani viene visto almeno come una cosa normale da tanti anni. La pratica della non violenza, in sanscrito ahimsa, è tra l’altro ad un livello molto più elevato  di qualunque obiettivo attuale dei vegani, in quanto la violenza andrebbe esclusa non solo dalle proprie azioni ma anche dalle parole e dai pensieri. Spesso invece leggo sui social network dei vegani che sono violentissimi a parole e per quanto mi riguarda è una contraddizione, o in ogni caso non è il modo migliore per portare avanti le proprie giustissime battaglie, che condivido.

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