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Cercando la parola “vegan” in un motore di ricerca di immagini si troveranno per prime delle foto di vegetali (solitamente in funzione alimentare). Anche cercando libri riguardanti il “veganismo” ci si imbatte soprattutto in libri di ricette alimentari o relativi alla dieta. E non possiamo dimenticare l’evidenza del fatto che la radice semantica del termine stesso rimandi al “vegetale”. E non alla sofferenza e alla morte. Pare esservi insomma nella percezione collettiva e nella cultura una visione superficiale (nel senso quasi “geometrico” della parola) della pratica vegana: essendo consapevoli di come la “parola”, l’ “immagine” e la “comunicazione” abbiano il potere di plasmare la realtà, non si può che essere preoccupati.

Recentemente Il Corriere della Sera ha pubblicato un curioso articolo dal titolo: “La nuova moda estiva: i “vegansessuali””, il testo riportava i risultati di una ricerca condotta da Annie Potts, direttrice del New Zealand Centre for Human and Animal Studies dell’università di Canterbury, che mediante l’intervista di 157 persone vegane è giunta a delle conclusioni a suo dire “l’hanno lasciata di stucco”.
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