Linguaggio e definizioni


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cavalletta

Nota introduttiva

I testi originali (prodotti dalla redazione di Veganzetta o a firma di Adriano Fragano) proposti in questo sito internet vogliono essere un piccolo accenno al progetto, nato nel lontano 2007 e ancora oggi in sviluppo, di reinterpretazione del linguaggio corrente in chiave antispecista. Tale attività gradualmente permetterà l’introduzione di interventi e soluzioni sempre più radicali a livello linguistico.

Gli esempi pratici di quanto affermato sono innumerevoli. Ciò che noi siamo abituati a chiamare allevamento intensivo, non è altro che un campo di concentramento, un lager, e si ritiene corretto chiamarlo per ciò che è in realtà.

PRECISAZIONI SU ALCUNI TERMINI UTILIZZATI

Animale/i”: si utilizza tale sostantivo per facilitare la leggibilità del testo. Il termine “Animali” in realtà è da intendersi sostitutivo di “animali non umani”, o “altri animali”, o “non umani”, in sintesi tutte le specie animali diverse da quella umana. Si riconosce a tale termine una valenza assolutamente positiva, e si utilizza la lettera iniziale maiuscola per sottolineare la dignità pari a quella umana di ogni altro Animale.

Cane, Maiale, ecc.”: si utilizzano tali sostantivi con la lettera iniziale maiuscola per conferire pari dignità tra le diverse specie animali.

Umano/i”: non s’intende utilizzare il sostantivo maschile “uomo”, in quanto termine carico di significati filosofici e culturali che volutamente pongono l’Umano al di sopra degli altri Animali, e che hanno un preciso riferimento a una visione patriarcale, gerarchica e maschilista della società umana.

Lager per Animali“: qualsiasi luogo (in particolar modo i macelli e gli allevamenti) in cui gli Animali vengono sfruttati, imprigionati ed uccisi per il soddisfacimento di interessi umani.

Persona umana vegana“: che si astiene per scelta etica da tutte quelle attività e pratiche che possano provocare danno, sfruttamento o morte degli Animali (pertanto anche umani) e che ha una presenza nella società di tipo radicale, attiva e con valenza educativa e di pubblica denuncia.


Leggibilità del testo
Veganzetta rifiuta ogni soluzione o variante linguistica che preveda l’utilizzo di segni grafici (*, _, -, @, / o similari) non appartenenti all’alfabeto della lingua italiana o più in generale privi di un suono associato, non permettendo quindi una traduzione fonetica e di conseguenza una corretta lettura del testo o una sua interpretazione mediante software di lettura automatica. Tale posizione ha la doppia finalità di non causare fraintendimenti o cattive interpretazioni del testo da parte di chi legge e, al contempo, di evitare che persone umane con particolari esigenze (ad esempio persone umane ipovedenti o non vedenti), possano incontrare ostacoli o difficoltà nella lettura mediante l’utilizzo di appositi software.
Sempre per favorire una migliore leggibilità, il sito web di Veganzetta è dotato di un applicativo per rendere maggiormente accessibile il testo a ipovedenti e nonvedenti (attivo nella versione del sito web per PC).

Inclusività del testo
Lungi dall’essere completamente inclusivo, il testo degli articoli originali prodotti da Veganzetta è frutto di uno sforzo di mediazione tra l’esigenza di mantenere una forma comprensibile di comunicazione e quella di modificare il linguaggio utilizzato in base a esigenze di maggiore rispetto e inclusività delle diversità e sensibilità altrui.
Le soluzioni di inclusività attualmente utilizzate sono la forma doppia (care amiche e cari amici, care/i tutte/i) e soprattutto la circonlocuzione (care persone umane).
Qualora venissero individuate ulteriori soluzioni ritenute accettabili, verranno implementate nel testo.


DEFINIZIONI FONDAMENTALI

Definizione di veganismo:
La pratica del veganismo etico è da considerarsi attualmente fondamentale per perseguire il fine ultimo dell’antispecismo: una nuova società umana liberata e aspecista capace di rispettare e di vivere in armonia con le altre specie viventi.
La pratica vegana etica quindi non è né un fine, né uno stile di vita da seguire, bensì una filosofia di vita che interessa e permea ogni attività quotidiana di chi la adotta, giungendo a modificare ogni rapporto sociale.
Il termine vegan, contrazione del vocabolo veg(etari)an che a sua volta viene fatto derivare dal latino vegetus (vivo), fu coniato in Inghilterra da Donald Watson che, insieme a un gruppo di persone vegan, fondò la Vegan Society a Londra nel 1944. Il termine sta a indicare coloro che cercano di escludere dalla loro vita tutte le forme di sfruttamento e crudeltà sugli Animali. In altre parole, chi è vegan non solo non mangia né carne né pesce, ma neppure latticini, uova e miele; non indossa capi in pelle, lana, seta o pelliccia; non compra o vende Animali, non partecipa ad attività che contribuiscono a sfruttare gli Animali, respinge tutte le pratiche umane che prevedono sfruttamento, tortura, prigionia e/o uccisione di Animali quali zoo, circhi, vivisezione, caccia, pesca, feste e corse con Animali, etc.

Definisione di specismo
Il termine specismo fu usato per la prima volta dallo psicologo inglese Richard Ryder nel 1970, per riferirsi alla convinzione pregiudiziale che gli Umani godano di uno status morale superiore (e quindi di maggiori diritti) rispetto agli altri Animali. L’intento di Ryder consisteva nell’evidenziare le analogie fra lo specismo e il razzismo, dimostrando che le argomentazioni filosofiche per condannare queste due posizioni sono affini. Fra le varie giustificazioni addotte a difesa dello specismo come pregiudizio, le più comuni si basano sui seguenti fondamenti:

1) la replica dei meccanismi naturali di lotta fra specie (legge della giungla, catena alimentare, etc.);

2) una concezione del diritto inteso come prerogativa attribuibile soltanto agli esseri umani perché raziocinanti;

3) la non consapevolezza di tutti gli Animali della propria esistenza.

In modo del tutto arbitrario, però, lo status morale superiore umano viene esteso anche agli Umani che mancano degli attributi di volta in volta strumentalmente utilizzati per giustificare, in positivo, tale status, ma tutelati in quanto appartenenti alla specie umana (per esempio neonati, handicappati mentali, malati in stato vegetativo, etc.).

Lo specismo non è solo un atteggiamento pregiudiziale (causa di un pregiudizio individuale o collettivo), ma anche un’ideologia e prassi del dominio sugli Animali*. Più in generale lo specismo può essere definito una filosofia antropocentrica nella concezione degli Animali. In tal senso è importante definire il concetto di dominio per tentare di comprendere quando la società umana diviene specista. Si definisce sfruttamento il controllo (totale o parziale) del ciclo biologico di un altro essere vivente fino a fargli perdere l’autonomia, riducendolo a una risorsa. Quando lo sfruttamento si esercita su un altro essere senziente come negazione della possibilità di avere qualsiasi rapporto libero e come riduzione (o cancellazione) della sua identità, allora parliamo di dominio.

Ciò detto, vanno considerate speciste le società umane che praticano l’addomesticamento della vita non umana in ogni sua forma e, pertanto, tutta la storia della civiltà fondata sull’allevamento e l’agricoltura.

In linea generale, si può affermare che lo specismo, come visione ideologica, nasce con l’affermazione di civiltà e di religioni antropocentriche**, nelle quali l’Umano si pone al di fuori della natura, come signore della natura, in una posizione di privilegio ontologico e assiologico.

La storia dell’umanità ci mostra inoltre che, benché lo specismo non sia stato l’unica causa di tali sviluppi sociali, è certo che senza lo sfruttamento della natura, non sarebbe stato possibile creare il differenziale di ricchezza sociale ed economica che è alla base delle società classiste, sessiste e belliciste e, dunque, dell’intera “civiltà”.

Le oppressioni di specie, di genere, di classe e di razza sono chiaramente connesse: la società umana stessa è tenuta insieme e definita da rapporti di esclusione e sfruttamento dell’altra/o, che è regolarmente l’oggetto di una prassi di sfruttamento a beneficio di una élite. Si comprende dunque come la lotta contro lo sfruttamento animale, miri a eliminare il tassello fondamentale su cui si è costruita tutta la civiltà del dominio.

Per i motivi di cui sopra, è lecito pensare che la morale comune (da cui deriva il senso comune, ossia il comune sentire) e tutte le istituzioni (locali, nazionali, internazionali o sovranazionali che siano) sono contraddistinte da una filosofia specista. Non è perciò un caso il fatto che il movimento di liberazione animale in tutto il mondo, abbia cominciato a maturare una consapevolezza che lo spinge ad allargare sempre più il campo etico in cui s’inscrive l’originario dibattito storico sullo specismo.

Va infine evidenziato che, se la società umana si è sviluppata secondo determinate linee guida caratterizzate da ideologie e prassi di dominio quali lo specismo, se ne può dedurre che probabilmente lo specismo stesso abbia delle radici ben più profonde (di natura antropologica) di quelle fino a ora analizzate, non solo quindi sociali e storiche: è opportuno pertanto parlare anche di un specismo antropologico.

Note:

(*) Il sociologo americano David Nibert definisce lo specismo come “un’ideologia creata e diffusa per legittimare l’uccisione e lo sfruttamento degli altri animali”.
Si veda: David Nibert, Animal Rights/Human Rights: Entaglements of Oppression and Liberation, Rowman & Littlefield, 2002.

(**) Per quanto sicuramente caratterizzate anch’esse da crudeltà sia in senso inter che intraspecifico, probabilmente non è corretto considerare come società inequivocabilmente speciste (né in senso materiale né ideologico), le società di raccolta e caccia con la loro visione animistica del vivente. È possibile comunque che lo fossero potenzialmente senza poterlo diventare a causa dell’ancora scarsa capacità di controllo nei confronti dei viventi.


Definizione di Antispecismo
L’antispecismo è il movimento filosofico, politico e culturale che lotta contro lo specismo, l’antropocentrismo e l’ideologia del dominio veicolata dalla società umana. Come l’antirazzismo rifiuta la discriminazione arbitraria basata sulla presunzione dell’esistenza di razze umane e l’antisessismo respinge la discriminazione basata sul sesso, così l’antispecismo respinge la discriminazione basata sulla specie (definita specismo) e sostiene che l’appartenenza biologica alla specie umana non giustifica moralmente o eticamente il diritto di disporre della vita, della libertà e del corpo di un essere senziente di un’altra specie. Gli antispecisti lottano affinché le esigenze primarie degli Animali siano considerate fondamentali tanto quanto quelle degli Umani, cercando di destrutturare e ricostruire la società umana in base a criteri sensiocentrici ed ecocentrici, che non causino sofferenze evitabili alle specie viventi e al Pianeta. L’approccio antispecista ritiene (considerando tutte le dovute differenze e peculiarità) che:

1) le capacità di sentire (di provare piacere e dolore), di interagire con l’esterno, di manifestare una volontà, d’intrattenere rapporti sociali, siano prerogative di tutti gli Animali caratterizzandoli come esseri senzienti con propri interessi da perseguire che devono essere rispettati (in base a questi criteri l’antispecismo può essere considerato anche una filosofia sensiocentrica e painista*);

2) l’esistenza di tali capacità negli Animali comporti un cambiamento essenziale del loro status etico, facendoli divenire persone non umane, o conferendo loro uno status equivalente, qualora il concetto di persona non risultasse pienamente utilizzabile, opportuno o condivisibile (in base a ciò l’antispecismo può essere considerato anche una filosofia individualista);

3) da ciò debba conseguire una trasformazione profonda dei rapporti tra persone umane e persone non umane, che prefiguri un radicale ripensamento e un conseguente cambiamento della società umana per il raggiungimento della liberazione animale (fondamentali per tale trasformazione sono il senso di giustizia, di uguaglianza, il rispetto dell’alterità, la nonviolenza, l’empatia e la compassione).

Note:

(*) “Painismo”: termine che Richard Ryder coniò nel 1990, argomentando che qualsiasi essere vivente che è in grado di provare dolore ha rilevanza morale. Il “painismo” può essere visto come una terza via rispetto alla posizione utilitarista di Peter Singer e alla concezione deontologica dei diritti animali di Tom Regan. Il “painismo” combina la visione utilitarista secondo la quale uno status morale deriva dalla capacità di provare dolore, con l’opposizione morale – derivante dal concetto di diritti animali – all’utilizzo degli Animali per un nostro fine. Sostanzialmente il concetto di “painismo” di Ryder nasce come contrapposizione alla visione utilitaristica del rapporto tra Umano e Animale.

Fonte: Adriano Fragano, Proposte per un Manifesto antispecista. Teoria, strategia, etica e utopia per una nuova società libera, NFC Edizioni, 2015

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