La scoperta dell’acqua calda: la psicologia dello specismo


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Laura Matilde Mannino traduce per Peacelink un testo pubblicato dallo psicologo Lucius Caviola  a proposito di una sua recente ricerca, che dimostra come lo specismo sia effettivamente un costrutto psicologico e che ha affinità con altre forme di pregiudizio intraumane.
Di seguito al testo tradotto, è possibile leggere alcune riflessioni su queste ricerche che si potrebbero tranquillamente definire come “la scoperta dell’acqua calda“.


La psicologia dello specismo

www.peacelink.it/animali/a/48179.html

29 novembre 2020. Uno studio dell’Università di Oxford riconosce lo specismo come costrutto psicologico, e convalida le sue affinità con altre forme di pregiudizio.

Lucius Caviola (Ricercatore in psicologia morale alla Harvard University).
Titolo originale: The Psychology of Speciesism: How We Privilege Certain Animals Over Others

Tradotto da Laura Matilde Mannino per PeaceLink.

Fonte: Practical Ethics, University of Oxford – 22 febbraio 2018.

Il nostro rapporto con gli animali è complesso. Ci sono animali che trattiamo con gentilezza, li teniamo come animali domestici, gli diamo dei nomi, e quando sono malati li portiamo dal dottore. Di contro, pare che altri animali non meritino questa condizione privilegiata, li usiamo come oggetti destinati al consumo umano e al commercio, come cavie non consenzienti, come attrezzi per l’industria, o li usiamo nell’intrattenimento. I cani valgono più dei maiali, i cavalli più delle mucche, i gatti più dei topi, e la nostra specie è di gran lunga quella che ha più valore di tutte. “Specismo” è il nome con cui i filosofi si sono rivolti a questo fenomeno di discriminazione degli individui in base alla specie di cui fanno parte (Singer, 1975). Alcuni di essi hanno sostenuto l’idea che lo specismo sia una forma di pregiudizio analoga al razzismo o al sessismo.
Ma le domande sull’esistenza dello specismo, e sui suoi possibili legami con altre forme di pregiudizio, non sono questioni esclusivamente filosofiche. Fondamentalmente si tratta di ipotesi sulla psicologia umana che possono essere esplorate e testate empiricamente. Eppure lo specismo è stato clamorosamente quasi del tutto trascurato dagli psicologi (a parte alcuni di essi). Una ricerca fatta su Web of Science, all’inserimento delle parole chiave “specismo” e “relazioni tra umani e animali” ci rivela che negli ultimi 70 anni in tutte le riviste di psicologia sono uscite meno di 30 pubblicazioni. Anche se questa ricerca potrebbe non essere esaustiva, i suoi risultati praticamente spariscono di fronte alle quasi 3.000 pubblicazioni sulla psicologia del razzismo uscite nello stesso periodo di tempo. Considerata l’importanza del tema (la maggior parte delle persone interagisce con gli animali o mangia carne), la diffusione dell’argomento in filosofia, e la grande attenzione che la psicologia rivolge ad altri tipi di pregiudizi manifesti, questo disinteresse della psicologia nei confronti dello specismo risulta piuttosto singolare. Lo studio dei modi in cui diamo uno status morale agli animali dovrebbe essere un campo di ricerca scontato per la psicologia.

Io e i miei colleghi Jim A.C. Everett e Nadira S. Faber, abbiamo pubblicato una ricerca sullo specismo sul «Journal of Personality and Social Psychology» (Caviola, Everett e Faber 2018), con l’intento di definire il tema dello specismo nel campo della ricerca psicologica. A tal fine abbiamo sviluppato una Scala dello Specismo: uno strumento standardizzato, convalidato e affidabile che valuta il grado di specismo nelle opinioni di un individuo. La nostra ricerca ha dimostrato che lo specismo è un costrutto psicologico distinto, quello che determina in che misura le persone discriminano gli individui in base alla specie di appartenenza. Questo costrutto non può essere individuato da parametri usati per altri pregiudizi o prosocialità, e mostra delle proprietà interessanti.

Alla luce della nostra ricerca, l’analogia tra specismo e altre forme di pregiudizio avanzata dai filosofi si rivela fondata.

Lo specismo è correlato positivamente con razzismo, sessismo e omofobia, e sembra sostenuto dalle stesse credenze socio-ideologiche. Similmente al razzismo e al sessismo, lo specismo sembra essere un’espressione della Social Dominance Orientation (Orientamento della dominanza sociale), ovvero la credenza ideologica per la quale le disparità sarebbero giustificabili e i gruppi più deboli debbano essere dominati dai gruppi più forti (Dhont et al. 2016). Per di più lo specismo è negativamente correlato sia con l’empatia che con il pensiero critico. Ci sono più antispecisti fra gli uomini che fra le donne, ma non sono state riscontrate correlazioni con l’età o con l’educazione.

Lo specismo si palesa anche nei comportamenti reali. Nei nostri studi, si può prevedere se una persona sarà più incline ad aiutare gli umani che gli animali, oppure animali “superiori” piuttosto che animali “inferiori”. Per esempio, di fronte alla scelta tra una donazione per aiutare i cani e una per aiutare i maiali, più è alto il suo punteggio sulla scala dello specismo, più una persona sarà incline ad aiutare i cani. Allo stesso modo, più è alto il suo punteggio sulla scala dello specismo, più sarà incline a usare il suo tempo per aiutare dei senzatetto piuttosto che aiutare gli scimpanzé a ottenere il riconoscimento dei diritti fondamentali. Infine, lo specismo è legato al vegetarianesimo etico. Anche se gli studi che abbiamo condotto ci hanno mostrato che non tutti quelli che rifiutano lo specismo credano che mangiare carne sia sbagliato, abbiamo comunque notato che più è alto il punteggio sulla scala dello specismo, più questa persona preferirà uno snack a base di carne piuttosto che uno a base vegetale.

Uno degli argomenti dei detrattori del concetto di specismo è che il motivo per cui ci preoccupiamo di meno degli animali non sia da attribuire all’appartenenza alla specie di per sé, ma al fatto che gli animali non siano intelligenti o non siano in grado di soffrire quanto gli umani. La nostra ricerca ci ha invece mostrato che questa obiezione non regge. È vero che le persone percepiscono gli animali, o gli animali “inferiori” come meno intelligenti o come incapaci soffrire quanto gli umani (o quanto gli animali “superiori”); ma è anche vero che, stando ai nostri studi, le credenze delle persone sul livello di intelligenza o sulla capacità di soffrire individuali non spiegano che una piccola parte del loro comportamento nei loro confronti, mentre quest’ultimo viene spiegato in modo più soddisfacente e più valido proprio dallo stesso specismo. Per esempio, anche se una persona sa che i cani e i maiali hanno più o meno lo stesso tipo di intelligenza, sarà sempre più incline ad aiutare i cani piuttosto che i maiali. E quando gli si chiede se aiuterebbero uno scimpanzé o un essere umano con delle gravi disabilità mentali, le persone tendono decisamente ad aiutare l’essere umano, anche se pensano che lo scimpanzé sia più intelligente e che provi più sofferenza rispetto a quell’essere umano. Questo suggerisce chiaramente che l’appartenenza di un individuo a una specie sia essa stessa un fattore determinante per il valore che diamo a quell’individuo, per come lo percepiamo e per il modo in cui lo trattiamo.

Cosa possiamo trarre da queste conclusioni in campo psicologico? È importante osservare che si tratta di una ricerca puramente descrittiva. Innanzi tutto ci dice che lo specismo è una realtà psicologica e che si manifesta nelle nostre attitudini, nelle nostre emozioni e nei nostri comportamenti nei confronti degli animali. Inoltre, proprio come hanno sostenuto i filosofi, lo specismo si è rivelato psicologicamente analogo ad altre forme di pregiudizio. Quello che possiamo trarre da queste conclusioni è invece una domanda diversa, di natura morale. Eppure queste informazioni sulla psicologia dello specismo potrebbero comunque influenzare il modo in cui vogliamo trattare gli animali. Se condanniamo il razzismo, e se sappiamo che il razzismo e lo specismo sono psicologicamente collegati, questo potrebbe portare a chiederci se anche lo specismo non debba essere considerato un comportamento condannabile. In ogni caso, abbiamo solo incominciato a comprendere gli aspetti psicologici dello specismo, e speriamo che un maggior numero di ricercatori riconosca il fenomeno e aiuti a esplorarlo con maggiore profondità.


Considerazioni sull’argomento

Per prima cosa è importante sottolineare che per fortuna c’è chi (come Lucius Caviola) si occupa di specismo nell’ambito della ricerca psicologica accademica, e chi (come Laura Matilde Mannino) si occupa di tradurre questi testi e di pubblicarli per la loro diffusione in lingua italiana. Se non ci fossero persone umane come loro (e come poche altre purtroppo), l’argomento “specismo” e di conseguenza l’antagonista “antispecismo” sarebbero relegati ad una ancor più stretta cerchia di interesse. Una vera e propria nicchia.
Ma torniamo all’argomento nello specifico. Caviola nella sua introduzione al lavoro svolto nel 2018 unitamente con Everett e Faber afferma «lo specismo è stato clamorosamente quasi del tutto trascurato dagli psicologi (a parte alcuni di essi). Una ricerca fatta su Web of Science, all’inserimento delle parole chiave “specismo” e “relazioni tra umani e animali” ci rivela che negli ultimi 70 anni in tutte le riviste di psicologia sono uscite meno di 30 pubblicazioni». Dunque, un argomento così impattante sulla nostra quotidianità di Umani e soprattutto così devastante per gli altri Animali, è stato preso in considerazione dalla ricerca accademica in psicologia solo meno di 30 volte in circa 50 anni. Peraltro Caviola dimostra involontariamente quanto la ricerca sia lontana dalla conoscenza del fenomeno, citando Peter Singer e non Richard Ryder (che peraltro è uno psicologo!) come riferimento per l’introduzione del termine “specismo“, dando a intendere la concezione di specismo come puramente filosofica. Tutto ciò è ancor più sconfortante se si pensa anche al fatto che lo specismo è un fenomeno talmente complesso e vasto, che le sue componenti filosofica e psicologica non possono certo essere sufficienti a descriverlo. David Nibert giustamente ne ha suggerito anche una sociale definendo nel 2002 lo specismo come «un’ideologia creata e diffusa per legittimare l’uccisione e lo sfruttamento degli altri animali» (a tal proposito si consulti la definizione di specismo fornita nel libro “Proposte per un Manifesto antispecista”).
Dunque nei confronti dello specismo è senza dubbio necessario, per comprenderlo, un approccio ampio e multidisciplinare (anche storico, etnologico, antropologico, linguistico, pedagogico ecc.).
In seguito a quanto detto, sorge una domanda: se per cominciare la trattazione dello specismo in psicologia sono dovuti trascorrere ben 50 anni, quanti ne dovranno passare perché lo si affronti anche in sociologia e nelle altre discipline?

Per concludere e riprendere il titolo di questo articolo, è opportuno notare un elemento fondamentale della ricerca psicologica proposta da Caviola: quanto “dimostrato” nel suo studio – ossia che lo specismo esiste come discriminazione, come costrutto psicologico e che esso è affiancabile ad altre tipologie di discriminazione – rappresenta una sorta di scoperta dell’acqua calda, dato che lo stesso autore ammette che «fondamentalmente si tratta di ipotesi sulla psicologia umana che possono essere esplorate e testate empiricamente». Infatti sono esattamente 50 anni che se ne parla e generazioni di persone umane antispeciste sanno molto bene (e per tale motivo lo combattono), che lo specismo è uno dei cardini della nostra società e che rappresenta un pregiudizio, un’ideologia, un paradigma facilmente riscontrabili in ogni nostra azione e in ogni nostro pensiero. Non serviva di certo il sigillo dell’ufficialità accademica per determinarne l’esistenza. Con ciò non intendo di certo prendere le distanze da ricerche del genere, che sono utili se non altro ad approfondire e istituzionalizzare il problema, ma semplicemente affermare che l’attivismo antispecista non dovrebbe attendere (come purtroppo sempre più spesso fa) tempi, modi e placet accademici per poter progredire nell’elaborazione del pensiero e della prassi, bensì comportarsi come ciò che è sempre stato: un’avanguardia culturale, sociale e politica.

Adriano Fragano

10 Commenti

  1. Avatar Sergio Pellegrini ha scritto:

    Ciao Adriano, leggendo questo articolo, come già pensavo, mi rendo conto che il cambiamento più avvenire solo dal basso.
    dobbiamo farlo noi (intendo persone umane vegane e antispeciste) ogni giorno, con azioni e comportamenti quanto più possibile coerenti al senso che diamo al termine “giustizia” riferita agli altri viventi che con noi abitano questo pianeta.Quello che tu definisci “attivismo perenne”.
    Un punto in particolare mi ha lasciato basito:

    “Infine, lo specismo è legato al vegetarianesimo etico. Anche se gli studi che abbiamo condotto ci hanno mostrato che non tutti quelli che rifiutano lo specismo credano che mangiare carne sia sbagliato, abbiamo comunque notato che più è alto il punteggio sulla scala dello specismo, più questa persona preferirà uno snack a base di carne piuttosto che uno a base vegetale.”

    Ma come di può rifiutare lo specismo credendo di poter mangiare carne?
    Per mangiare carne un Animale dovrà essere ucciso e poi macellato.
    In effetti questo studio conferma quanto il termine stesso non sia stato compreso dai più.
    E vista la citazione al “vegetarianesimo etico”, forse sarebbe consigliabile (al Caviola) anche la lettura di “disobbedienza vegana”.

    Giusto comunque riconoscere, come hai fatto tu, che intanto si dia importanza a questo argomento in certi ambiti di ricerca.
    Ciao, Sergio
    .

    29 Dicembre, 2020
    Rispondi
    • Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

      Ciao Sergio,

      Grazie per il tuo commento che induce all’analisi di molte questioni.
      Realmente il veganismo etico e l’antispecismo ci spingono (in qualità di persone umane attiviste) all’autocritica e all’adozione di modelli di vita alternativi. Siamo noi che dobbiamo cambiare, il lavoro individuale è continuo e per questo parlo di “attivismo perenne” che poi è una forma se vogliamo di “rivoluzione perenne” in favore della liberazione animale: un lavoro che non finisce mai.

      Se non lavoriamo su di noi, è del tutto inutile cercare di cambiare la società in cui viviamo.

      La frase che hai riportato ci dimostra inequivocabilmente che chi scrive non ha compreso cosa sia realmente lo specismo, e non ne ha pertanto intuito la portata. Già il fatto (come giustamente sottolinei tu) di continuare a parlare di vegetarismo è un chiaro segnale di quanto il mondo della ricerca accademica sia lontano dalle istanze antispeciste.

      La differenza tra coloro che intendono studiare lo specismo e tra coloro che invece intendono combatterlo è abissale. Per tale motivo affermo che il mondo antispecista deve continuare nella sua elaborazione teorica e nelle sue prassi in modo indipendente e senza cercare il benestare di alcuna istituzione della nostra società.

      30 Dicembre, 2020
      Rispondi
  2. Avatar Matteo ha scritto:

    Non dovete prendervela con i ricercatori. Stanno facendo, appunto, uno studio. E certamente si ha bisogno dell’accademia, perché a fare le ricerche “indipendenti” si finisce a credere che la terra è piatta:).

    Sono anche io un ricercatore, quindi comprendo gli strumenti e i dati utilizzati da questi studiosi. Le ricerche sono come una fotografia di quel soggetto, non sono la critica alla foto. Riportano fatti. Di solito.

    “Disobbedienza Vegana” non è un testo accademico. Non perché non abbia dei contenuti validi, ma non ha né la struttura né la metodologia consona a ciò.

    6 Gennaio, 2021
    Rispondi
    • Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

      L’idea che la ricerca accademica sia sinonimo di correttezza nell’interpretazione dell’esistente è semplicemente errata. Lo dimostrano gli ampi studi accademici del nostro recente passato sulla teoria della razza, sia in Italia, sia in Germania e negli Stati Uniti d’America.
      Essere “indipendente” come dici tu, non significa essere ignorante o non essere in grado di portare avanti in maniera corretta e coerente un lavoro teorico, significa solo essere indipendente e quindi non sottostare a interessi, pratiche e esigenze esterne.
      Non si sta criticando in questo articolo il metodo accademico, ma l’accademia come istituzione. La questione è diversa.
      Giustamente “Disobbedienza vegana” non è un testo accademico perché non lo vuole essere in alcun modo. Probabilmente però affronta argomenti che l’accademia affronterà tra diversi anni. Questo non perché il testo del libro sia particolarmente pregnante o significativo, ma perché le logiche e i meccanismi dell’accademia funzionano così. E’ per tale motivo che non possono essere utili all’elaborazione teorica indispensabile per la lotta di liberazione animale.

      7 Gennaio, 2021
      Rispondi
      • Avatar Matteo ha scritto:

        E’ proprio per quello che scrivi tu che la ricerca indipendente, spesso non sempre, fa acqua da tutte le parti. Ad esempio. tu sei il controllore e il controllato del tuo libro “Disobbedienza Vegana”. Ti fai i complimenti da solo:).

        citandoti ” ma perché le logiche e i meccanismi dell’accademia funzionano così” … non essendo accademico, non conosci nei dettagli la ricerca universitaria. Fai di tutta un’erba un fascio. Passo e chiudo.

        7 Gennaio, 2021
        Rispondi
        • Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

          Caro Matteo probabilmente questa per te è una novità, ma non sei l’unico ad aver frequentato l’università e a conoscerne le logiche.
          Il libro “Disobbedienza vegana” è un saggio, non ha bisogno di controllori o di controllati, va preso per quello che è: una libera interpretazione di un argomento suffragata da dati e notizie. Non deve essere sottoposto ad alcuna revisione o ad alcun controllo. Al limite non si può essere d’accordo. Peraltro se chi controlla non conosce l’argomento (chi controlla i controllori?), è facile che il risultato della ricerca sia scarso se non addirittura errato. Le considerazioni che Caviola fa nella sua introduzione alla ricerca, ne sono un esempio pratico. Anche la mancanza di corretti riferimenti è sintomo di scarsa o errata informazione: Caviola attribuisce la nascita del concetto di “specismo” al mondo filosofico, mentre è risaputo che chi ha coniato il concetto e il termine è, guarda caso, uno psicologo come Caviola: Richard Ryder, che magari a leggere certe cose ci rimarrebbe pure male.
          Caviola scrive:

          “Specismo” è il nome con cui i filosofi si sono rivolti a questo fenomeno di discriminazione degli individui in base alla specie di cui fanno parte (Singer, 1975).

          Dunque come puoi facilmente constatare, pure la ricerca accademica (a volte non sempre) può fare acqua da tutte le parti. Ma il problema non è questo, bensì un altro: l’antispecismo ha bisogno di teorizzare ed agire e lo deve fare con tempi brevi e con libertà di pensiero e azione, tutte cose che non concordano con il mondo accademico.

          Passo e chiudo.

          7 Gennaio, 2021
          Rispondi
  3. Avatar Paola Re ha scritto:

    A fine 2019 e a fine 2020 Peacelink mi ha scritto chiedendomi sostegno economico e iscrizione alla piattaforma. Sia nel 2019 che nel 2020 ho risposto, invitando a riflettere su certe questioni. Nel 2019 non ebbi riscontro ma nel 2020 sì. Seguo Peacelink e mi sono posta più volte il problema se fare o non fare donazioni a questa associazione. Di tanto in tanto guardo la sezione che si occupa di diritti animali ma vedo che è sempre tutto un po’ stagnante, per esempio con articoli di oltre 10 anni fa. Dopo la mia lettera del 2019, nella sezione dedicata ai diritti animali https://www.peacelink.it/animali/index.html è stato aggiunto questo articolo sullo specismo; le sezioni dedicate a vegetarismo e veganismo https://www.peacelink.it/animali/i/973.html e vivisezione https://www.peacelink.it/animali/i/974.html sono stagnanti. Non è affatto scontato che un’associazione che si occupa di pacifismo sia attenta a queste tematiche perché, per esempio, sono stata invitata a cene di finanziamento (Assopace Novara) con abbuffata di maiale. Non sapere che i veri grandi pacifisti come Salt, Gandhi, Tolstoj, Capitini e altri non mangiavano animali è grave ma purtroppo questa è una nescienza diffusa tra associazioni e movimenti pacifisti. Quando la lotta per la pace si ferma a metà, tanto vale non farla quindi con certe associazioni pacifiste o sbandieratrici di diritti esclusivamente umani ho chiuso i rapporti. Ho letto lo Statuto di Peacelink https://www.peacelink.it/peacelink/associazione-peacelink-statuto
    3.4 I principi a cui si ispira l’Associazione sono: la promozione della cultura della solidarietà in tutte le sue forme, la difesa dei diritti umani, l’educazione alla pace, il coordinamento informativo delle attività di volontariato, la cooperazione internazionale, il supporto ad azioni umanitarie, la sensibilità alle questioni del disagio e della sofferenza, il ripudio del razzismo e della mafia, la difesa dell’ambiente, la cultura della legalità e dei diritti civili, in particolare i diritti telematici, i diritti all’espressione multimediale del pensiero e i diritti al pluralismo informativo.

    Sono d’accordo sulla difesa di questi principi ma bisogna smetterla di relegare gli animali alla difesa dell’ambiente, e all’ecologia. L’ambiente siamo tutti: umani, animali, vegetali. Bisogna difendere tutti.
    Peacelink dovrebbe cominciare a riflettere sullo Statuto. Io gliel’ho scritto. Ho ricevuto una risposta garbata ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il dimostrare. Lo scopriremo solo vivendo.

    6 Gennaio, 2021
    Rispondi
    • Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

      Ciao Paola,
      Grazie per la tua riflessione sull’atteggiamento di Peacelink nei riguardi della questione vegana, che è molto utile e assolutamente condivisibile.
      L’antropocentrismo e lo specismo si annidano anche nel mondo pacifista, questo è del tutto evidente.

      7 Gennaio, 2021
      Rispondi
  4. Avatar Sergio pellegrini ha scritto:

    Leggendo il commento fatto dal ricercatore,il Sig.Matteo, mi sono maggiormente convinto,se così si può dire,che “la ricerca” farà fatica a cambiare atteggiamento nei confronti degli altri Animali.
    In effetti perché i ricercatori dovrebbero fare autocritica quando siamo noi cittadini comuni a riconoscergli un’importanza tale da delegargli tutte le soluzioni a tutti i problemi che affliggono l’essere umano, senza metterle in discussione. Quante volte si sente dire “lo dice la scienza” e con questo pensiamo che l’argomento non possa essere messo in discussione. Anzi abbiamo un problema,trovateci voi la soluzione, a qualunque costo.
    Qualche giorno fa ho letto un commento su un social di un ragazzo che sta studiando per diventare ricercatore,al momento ha dichiarato di essere vegano ma sottolineava in sostanza che senza gli altri Animali la ricerca non avrebbe la stessa efficienza,tra l’altro scriveva pure che solo chi è dentro alla ricerca più capire di certi argomenti. Mi sono domandato: quando si troverà di fronte un Animale, vivo, che è capace di sentimenti, come potrà svolgere il suo lavoro essendo corrente con il suo modo di vivere?
    Beh altro che passo e chiudo e poi gambe sotto il tavolino e pancia piena… guardare la realtà talvolta e scomodo e veramente doloroso.

    Saluti antispecisti

    7 Gennaio, 2021
    Rispondi
    • Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

      Ciao Sergio,
      La ricerca fa ciò per cui è nata e quindi va avanti per la sua strada, gli atteggiamenti di cui parli esistono e sono sotto gli occhi di tutti, ma – come anche tu hai ricordato – è la società umana ad aver messo su di un piedistallo la scienza e in generale la ricerca, facendola divenire una sorta di religione.
      Per tutto ciò che è stato discusso, ancora una volta torno ad affermare che l’antispecismo (che porta avanti una lotta di liberazione) non dovrebbe affidarsi alla ricerca accademica, ma percorrere una propria via con propri tempi e propri riferimenti, ciò nell’interesse degli Animali.

      8 Gennaio, 2021
      Rispondi

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