Quattro argomentazioni a favore dell’uccisione degli Animali?


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Di seguito si propone la traduzione dal francese di un articolo intitolato: Quattro argomentazioni a favore dell’uccisione degli animali.

Fonte: Frédéric Côté-BoudreauQuatre arguments en faveur de la mort des animaux – 25 Febbraio 2014

L’articolo dal titolo “Il significato morale del dolore e della morte degli animali“, scritto da Elisabeth Harman e contenuto nel libro “The Oxford Handbook of Animal Ethics“, presenta quattro argomenti a sostegno delll’idea che uccidere animali non umani senza dolore non sia un danno morale (assumendo come vera la teoria secondo cui la morte indolore sia tecnicamente ed economicamente fattibile, soprattutto su larga scala – teoria di cui dubito).
Ho riassunto questi quattro argomenti e ho aggiunto anche altri due punti:

1. Privare di un bene non significa necessariamente procurare male.
2. Gli animali non hanno piani per il futuro e (abbastanza) continuità psicologica.
3. Gli animali si uccidono.
4. La nostra ragione per ucciderli è la causa della loro stessa esistenza, dunque il modo in cui li uccidiamo non è comunque contrario ai loro interessi.

Domanda parallela: come si può considerare moralmente sbagliato causare sofferenza agli animali non umani, ma non pensare la stessa cosa per quanto riguarda il terminare prematuramente i loro giorni (anche senza dolore)?
Come me, la Harman ritiene che se approviamo la prima parte di questa tesi, allora dovremmo essere logicamente inclini a considerare che non si debba uccidere gli animali non umani (a parità degli altri), anche senza farli soffrire.
Con questo testo, proverò a spiegare il perché.

Primo argomento: Privare di un bene non significa necessariamente procurare male.

Difesa: E’ possibile riconoscere che restare in vita sia un bene per l’animale non umano in questione senza sostenere però che ucciderlo costituisca un’ingiustizia per lui o lei. In altre parole, l’atto di mantenere in vita sarebbe in qualche modo supererogatorio, dunque la morte senza dolore non rappresenterebbe una brutta esperienza. Priverebbe forse gli animali di opportunità positive future, ma noi non siamo tenuti a causare loro del bene. Il nostro unico dovere è limitato a non causare loro danni, in particolare modo è prioritario non farli soffrire. Nello stesso modo in cui noi non siamo tenuti a soddisfare tutti i desideri degli altri, non siamo obbligati a lasciare gli animali non umani in vita, a condizione che l’uccisione non sia causa per loro di sofferenza.

Ma la morte stessa, non è già di per sé un torto? Essere vivo è molto più di una “grande occasione”, è soprattutto e prima di tutto la possibilità di vivere esperienze piacevoli. Quando uccidiamo un animale non umano, lo priviamo di ciò che è più importante per lui; lo priviamo della possibilità di vivere tutte le esperienze, cosa che non è paragonabile al privare qualcuno di vivere un’esperienza in particolare. In altre parole, noi gli causiamo un danno permanente, perché la morte è irreversibile.
Inoltre, anche se non siamo tenuti ad offrire grandi opportunità future o fare regali agli altri, siamo comunque obbligati a non privarli di ciò che gli appartiene già. Ad esempio, se ti rendo sordo, io non ti priverò solamente della possibilità di comprendere una specifica cosa che hai udito, io ti priverò della possibilità di udire tutto quello che eri in grado di udire e della possibilità di udire tutto. Privare un animale della sua vita equivale a privarlo di un bene di cui godeva già.

Secondo argomento: Gli animali non hanno piani per il futuro e (abbastanza) continuità psicologica.

Difesa: Alcuni filosofi, tra cui Peter Singer, ritengono che l’interesse a rimanere in vita si basi sulla capacità di proiettarsi nel futuro. Se così è, uccidere un individuo che ha dei progetti di vita, annulla la possibilità di realizzarli. Ma gli animali non umani, in genere, non hanno la capacità mentale di progettare il futuro al fine di costruire progetti di vita. Allo stesso modo, si può quindi sostenere che gli animali non umani non abbiano alcun desiderio cosciente di rimanere in vita, o almeno, non provino una paura esistenziale della morte (o di previsione della loro morte), ne consegue dunque che ucciderli non sia un male. Solo se un individuo ha concezione della sua morte e ne ha paura gli si causa un danno morale.
Infine, autori come Jeff McMahan portano avanti la tesi secondo la quale l’interesse di rimanere in vita è proporzionale alla continuità psicologica degli individui: in effetti, non uccidiamo lo stesso individuo se la sua identità psicologica è cambiata nel tempo.
Ad esempio, l’individuo X nel tempo t1 ha interessi differenti se diventa Y nel tempo t2; quindi uccidere Y non farà alcun male a X.

In primo luogo, non è del tutto vero che gli animali non umani non possiedano alcuna capacità di proiettarsi nel futuro. Il movimento intenzionale presuppone generalmente una previsione minima del futuro, perché lo spostamento implica una finalità, anche se molto imminente. Per esempio un cane che insegue una palla può anticipare il suo spostamento in una data direzione se prevede che sia quella utile per raggiungere la palla; il suo movimento non avrebbe senso se non ci fosse questo senso di anticipazione, anche se inconscio.

Quale sarebbe il limite per considerare alcuni progetti per il futuro validi tanto da dover essere rispettati rispetto ad altri?

Se si considerasse ad esempio che i progetti che abbiamo per i prossimi cinque anni abbiano un valore superiore rispetto a quelli che abbiamo per il giorno successivo, si giungerebbe alla strana conclusione per cui chi prevede il maggior numero di progetti a lungo termine abbia un maggior interesse a rimanere in vita, anche se i suoi progetti non si realizzeranno mai.

Anche se gli animali non umani non sono in grado di proiettarsi nel futuro, altri problemi persistono. Anche se non impediamo a un animale di vivere dei progetti specifici, gli impediamo comunque, uccidendolo, di vivere le sue esperienze quotidiane che sono importanti per lui. Si può anche applicare la stessa modalità di ragionamento per quanto riguarda quelle persone che siano così depresse da aver perso la voglia di vivere. La loro uccisione resterebbe ancora sbagliata dato che, ricevendo il giusto aiuto, queste potrebbero ritrovare il gusto per la vita e iniziare a godere delle opportunità future, anche quelle delle quali al momento non hanno percezione. Non è nel loro interesse ritrovare la voglia di vivere?
Uccidere una persona suicida rimane un omicidio, o almeno non è un problema da prendere alla leggera.

Infine, avere una paura esistenziale della morte non sembra un criterio rilevante per fondare il diritto alla vita.
In alcune culture, ad esempio tra gli antichi soldati spartani o tra gli antichi samurai, questa paura della morte è stata riformata attraverso l’educazione che ne ha rafforzato il desiderio di sacrificio per la patria. Quindi c’erano esseri umani che dominavano la loro paura della morte ed erano pronti a morire per una causa che ritenevano giusta. Ma anche se il loro atteggiamento potrebbe comunque essere considerato lodevole da certi punti di vista, questo non implica affatto che la morte non significasse nulla per loro o che morire non fosse contrario ai loro interessi generali.

Per quanto riguarda l’idea di “continuità psicologica”, possiamo semplicemente pensare a persone che, a seguito di un grave incidente o di un terribile shock traumatico, hanno cambiato personalità o hanno perso la memoria della propria identità. Non per questo consideriamo queste persone come soggetti che abbiano perso interesse per la vita o pensiamo che sia giusto ucciderle al momento dell’incidente. Anche se la persona “non è la stessa”, questa “nuova” persona ha ancora interesse a rimanere in vita, e la vita non è sostituibile da quella di un altro. Sebbene la trasformazione dell’identità psicologica sia gradualmente cambiata, questo non significa che queste identità si sovrappongano. Anche se il bambino che ero a cinque anni ha ben pochi legami psicologici con l’adulto che sono a 25 anni o che sarò a 50, sono ancora la stessa persona con lo stesso interesse a rimanere in vita. Uccidermi all’età di 5 anni, prima che io raggiunga i 25 o i 50, mi avrebbe causato male nella misura in cui mi avrebbe impedito di raggiungere una continuità psicologica più forte passando dall’età di 6,7, e 8 anni e così via fino ai 25 o ai 50.

Terzo argomento: Gli animali si uccidono.

Difesa: Qualcuno potrebbe sostenere che il fatto che gli animali non umani si uccidono a vicenda in natura implica che non abbia importanza se noi facciamo altrettanto. Oppure che la vita in allevamento non sarebbe peggiore di quanto avrebbero vissuto in natura e che il bestiame sarebbe addirittura fortunato ad essere ucciso da noi piuttosto che vivere allo stato brado.

Questi argomenti non sono presi molto sul serio nella letteratura accademica. Ci sono molti violenti in natura (anche fra gli animali umani) come ad esempio in casi di tortura o stupro, ma non per questo crediamo che sia permesso fare lo stesso. I comportamenti definiti “naturali” generalmente non costituiscono un modello morale per la nostra condotta.
Le nostre azioni devono essere giustificate in se stesse, ad esempio nella misura della loro necessità in un dato momento, non attraverso il confronto con ciò che altri stanno facendo.
L’argomento secondo il quale la sorte degli animali da allevamento sarebbe meno dolorosa di quella cui andrebbero incontro vivendo in natura non è rilevante. In primo luogo, gli argomenti basati sul confronto non vengono accettati se applicati all’etica umana. Ad esempio, non perché un immigrato o rifugiato pur essendo sfruttato nel nostro Paese vivrebbe comunque in una condizione migliore rispetto a quella di sfruttamento che ha lasciato nel suo Paese d’origine, ci è concesso di imporgli standard di vita più bassi di quelli che riserviamo a noi stessi.
Se accettiamo l’immigrato o il rifugiato tra noi, deve godere delle stesse opportunità degli altri. Il destino degli animali da allevamento è completamente diverso da quello degli animali che vivono in natura, questi non sono gli stessi individui. Non possiamo dire di un tale animale, che è giusto ucciderlo perché avrebbe avuto una vita più dura in natura perché questo animale non sarebbe nemmeno venuto al mondo se non l’avessimo allevato per questo. Certamente non possiamo quindi affermare di aver “migliorato” il suo destino.

Quarto argomento: La nostra ragione per ucciderli è la causa della loro stessa esistenza, dunque il modo in cui li uccidiamo non è comunque contrario ai loro interessi.

Difesa: Questa tesi è stata sostenuta dall’utilitarista Jeremy Bentham, teoricamente ricordato per aver sostenuto argomenti antispecisti, ed è stato anche ripreso da Richard Hare, professore di Peter Singer, nel suo articolo “Why I Am Only a Demi-Vegetarian“.
La tesi è la seguente: il fatto che alleviamo gli animali per produrre cibo è il motivo stesso della nascita di questi animali. A condizione che questi conducano una vita “felice”, il fatto stesso che esistano è già un fattore positivo per loro. In altre parole, questa argomentazione presuppone che sia meglio aver vissuto una vita breve ma felice che non aver vissuto affatto! Anche se gli animali domestici vengono uccisi prematuramente, questo rapporto sarebbe comunque reciprocamente vantaggioso.

Cosa c’è di sbagliato in questo argomento lo si può spiegare applicandolo ad esempio ai bambini che gli esseri umani decidono di avere. I genitori potrebbero decidere di comune accordo di uccidere il loro figlio all’età di 10 anni con il pretesto di prendere i suoi organi o di mangiarlo, basandosi sul fatto che se non fossero stati loro a decidere di farlo venire al mondo questo bambino non sarebbe mai esistito? Il bambino dovrebbe essere grato di aver vissuto dieci anni di felicità, anche se viene ucciso prematuramente? Sicuramente il ragionamento è contorto e il desiderio dei genitori di uccidere il proprio figlio non è giustificabile. Anche se diamo la vita a qualcuno, questa vita gli appartiene. (…)

Per capire perché uccidere un animale, anche senza che l’uccisione comporti sofferenza sia una questione morale, è opportuno chiedersi perché uccidere un umano, anche senza farlo soffrire, sia immorale.
In questo testo, ho parlato di contro-esempi che coinvolgono esseri umani che vivono non avendo paura della morte, avendo perso la loro continuità psicologica o la cui esistenza dipende dalla volontà dei genitori. Ciò che accomuna tutti questi casi è che hanno un interesse nel godimento di future opportunità, sia che siano coscienti di queste opportunità sia che non lo siano.
Questo spiega anche perché i neonati, i bambini, le persone con grave handicap mentale, gli anziani e i pazienti in stato comatoso che possono avere uno stato di coscienza ridotto, a prescindere dalla loro lucidità mentale, hanno anche un forte interesse a restare in vita . Se si ha un interesse a vivere delle esperienze positive, allora si ha interesse a viverle nel tempo.

Questo ragionamento fornisce la possibilità di determinare quando l’eutanasia può essere moralmente accettabile, cioè quando l’individuo in questione non è più in grado di godere delle belle opportunità future in quanto è affetto da una malattia irreversibile che continuerà a causare sofferenze insopportabili.
Uccidere un animale non umano è moralmente sbagliato poiché va contro i suoi interessi, lo priva del bene più prezioso di tutti e gli impedisce di godere delle belle esperienze della vita, anche se non ne è cosciente.
E come si evince dalla tabella che segue, agli animali viene negata questa importante opportunità in età molto precoce, spesso quando sono ancora dei cuccioli.
E se anche fossero uccisi da anziani, questa uccisione non sarebbe comunque moralmente accettabile.

Traduzione a cura di Ada Carcione per Veganzetta

 

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Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/L5f4g

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