“Happy Meat”. Intervista a Roger Olmos


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illustrazione tratta dal libro "Happy Meat" di Roger Olmos
L’ultimo lavoro dello spagnolo Roger Olmos, Happy Meat, analizza la realtà della “carne felice”, quella che viene prodotta dalle fattorie che passano per luoghi dove gli Animali vivono liberi e, appunto, felici. Roger Olmos non ha certo bisogno di presentazioni e, in quanto all’ultimo libro in collaborazione con la Rete dei Santuari di Animali Liberi in Italia, non vogliamo anticiparvi nulla. Possiamo solo dirvi che è, a nostro modo di vedere, il più “visionario” di tutti quelli finora realizzati dal geniale illustratore spagnolo. Un pugno durissimo in faccia al lettore che non può che restare segnato dal colpo di scena finale. Abbiamo incontrato Olmos e gli abbiamo fatto un po’ di domande sulla letteratura di genere, quella che qui potremmo definire “animalista” e sui linguaggi specisti che ancora oggi si trovano persino sui libri per bambini.

Come mai hai deciso di fare questo libro con la Rete dei Santuari di Animali Liberi in Italia?

Questa è stata un’idea principalmente della casa editrice. Rispetto alla storia, volevamo far conoscere alle persone umane il semplice fatto che ci sono anche “fattorie”, come appunto i Santuari della Rete dei Santuari di Animali Liberi in Italia, che non sfruttano gli Animali, ma che li lasciano vivere liberi e in pace. Credo che le persone umane si stiano lentamente accorgendo che gli allevamenti che si dichiarano etici hanno qualcosa che non va. Mostrano le Mucche felici, magari gli mettono persino la musica per rilassarle, ma poi alla fine ovviamente le uccidono lo stesso.
Qualche anno fa ho fatto vedere alla Logos (La casa Editrice di Happy Meat, N.d.R.) questo aspetto nei libri per ragazzi e da allora sono diventati molto attenti a tutto questo. Molte volte nei libri illustrati per bambini si mostrano sempre gli Animali felici, anche quando sono negli zoo o quando sono nelle fattorie che poi li manderanno al macello. Tutto questo è una menzogna e noi volevamo farlo capire attraverso la storia di Happy Meat ma anche attraverso il supporto alla Rete dei Santuari di Animali Liberi in Italia.

Quanto è difficile oggi fare letteratura “animalista”, ovvero fare letteratura che sia utile alla causa degli Animali?

Senza dubbio questo tipo di letteratura sta crescendo. Prima del 2014, cioè quando ho scritto Senza Parole, non c’erano libri di questo tipo. Ora è molto più facile trovarli in libreria. Su Instagram ci sono molti illustratori che fanno storie simili. In effetti, ancora oggi non è facile trovare editori che pubblicano storie del genere, ma sicuramente la situazione è molto migliorata. Il mercato comunque sicuramente sta recependo sempre meglio questo tipo di messaggio. D’altra parte, io stesso quando disegno storie per altre case editrici, faccio notare le incongruenze nelle scene con gli Animali e vedo che il messaggio viene compreso. Cerco ad esempio di far capire che non bisogna spingere chi legge a vedere pratiche come la pesca, la caccia per quello che non sono. Ovvio che esistono, proprio come purtroppo esiste la guerra ed è ovvio che dobbiamo farle vedere, ma è importante non farne un’apologia, non condizionare chi legge a pensare che siano cose positive. Queste tematiche piano piano stanno diventando generali, valide per tutti.

Non pensi che creare una categoria tipo “letteratura animalista” appunto, possa rendere più forte il messaggio invece che cercare diluirlo in tutta la letteratura?

Sì, si può fare, anche se si rischia di chiedere a chi legge se vuole o non vuole affrontare questo messaggio. Credo che entrambe le scelte, sia quella di provare ad agire in generale, cioè fare letteratura senza etichette, che quella di provare a creare una vera e propria categoria, siano corrette. Senza dubbio Happy Meat verrebbe catalogato nella sezione “animalismo”, anche se, come ho detto, a me non piacciono le etichette e per questo resto dell’idea che un messaggio del genere dovrebbe essere normalizzato. Nello stesso modo in cui l’uguaglianza di genere, la libertà sessuale o la non discriminazione razziale dovrebbero essere standardizzate in tutti i tipi di libri e non in una sezione specifica. Ti faccio un esempio: una volta ho lavorato a una storia dove una famiglia doveva comprare un Cane. Al che ho detto: “perché comprarlo, facciamo adottare!” e l’editore ha risposto: “certo, non cambia il senso della storia”. Ecco cosa intendo per cercare di far “normalizzare” il messaggio. Io ad esempio non leggo quella che tu chiami “letteratura animalista” perché mi sento come se dovessi leggere qualcosa che so. Certo, ogni tanto mi capita di leggere qualche libro del genere scritto da un amico, ma non mi è necessario, quindi forse, se ci fosse una categoria del genere, io non la leggerei.

Quando e come è nato Happy Meat?

Happy Meat è un libro che è nato dalla rabbia di vedere le menzogne che si raccontano alla gente. Come: “non ti preoccupare, noi trattiamo bene gli animali!” Ho scritto questo libro quando era appena iniziata la pandemia di COVID-19 e ricordo che volevo far sentire alla gente come si sentono gli Animali rinchiusi. È un libro che ho scritto di “pancia”. Happy Meat è un titolo strano in effetti, con una cover surrealista. Inoltre, appena la storia inizia, incontri dei clown, quindi, apparentemente, da nessuna parte trovi dei riferimenti alla causa animalista. Quando arrivi in fondo però…
Happy Meat è un silent book, devi guardare attentamente ogni illustrazione e cercare di capire cosa significa, fino alla fine. Può avere un senso metterlo in una sezione come quella che menzionavi prima: tipo appunto “letteratura animalista”, in modo da rendere questa sezione sempre più grande che comprende quindi non solo romanzi come La Fattoria degli Animali, o saggi (come Se niente importa, N.d.R.) ma anche libri illustrati. Di certo Happy Meat è un libro per tutti. Io, ad esempio, ho amici che non sono vegani ma a cui piacciono le illustrazioni. È leggendo un libro di cui amano le illustrazioni che arrivano al messaggio.

Perché hai scelto il clown come protagonista di questa storia?

Ho scelto il clown come una figura inquietante, ma anche come la figura che tutti i bambini aspettano al circo, quella figura che ti vuole fare del bene, che ti vuole far ridere, qualcuno che non si arrabbia mai. E poi ti tradisce. Inoltre la storia della carne ecologica è come un circo che ha come unico scopo quello di vendere un prodotto più caro. Che ovviamente ecologico non è. Addirittura è stato dimostrato che in termini di impatto ambientale, è uguale a quello degli allevamenti intensivi.

Happy Meat è pieno di significati simbolici: senza rivelare troppo, in una delle ultime scene si vede un cartello, dentro a un supermercato con il pavimento insanguinato, che dice di fare attenzione a non scivolare…

Questo cartello è un po’ come per dire a chi legge: “non passare di qui, non andare verso il frigo con la carne, prendi un altro cammino”. I significati simbolici comunque ti lasciano sempre una tua visione personale. È come quando vai a un museo e puoi interpretare i messaggi. Happy Meat è infatti un libro “aperto” con diversi significati, anche se ovviamente il finale della storia è inequivocabile. Mi piace che la gente possa interpretare le cose che disegno. Mi capita ogni tanto, addirittura, di incontrare qualcuno che mi espone qualche significato di quello che ho disegnato a cui io non avevo pensato e a quel punto dico “Wow, perfetto!”.

A cosa stai lavorando adesso?

Sto lavorando a un libro che parla della relazione interspecifica. Un nuovo concetto di famiglia. La mia compagna ha lavorato sei anni per incontrare e conoscere alcuni homless che vivono con il loro Cane e che non possono accedere nei luoghi di ricovero. Così queste persone umane che non vogliono lasciare il loro Cane fuori, preferiscono non entrare, soffrire il freddo per non abbandonare il proprio amico. Il libro che sto facendo racconta una di queste storie. Un homless che con il suo Cane attraversa la città e vive queste drammatiche esperienze. Non voglio anticipare nulla di più. Solo che si chiamerà Amici per la pelle. La mia compagna qui in Spagna è una delle più grandi attiviste su questo argomento e credo che riuscirà a cambiare delle cose.

Quali conseguenze ci sono state nella tua vita dopo che hai scelto di diventare vegan?

Senza dubbio il più duro è stato l’inizio. Sono quindici anni che sono vegan, ma all’inizio quando scopri questa realtà provi molta rabbia. È normale. Ho dovuto imparare con il tempo che non dovevo essere troppo “aggressivo” con chi mangia la carne perché più lo si è e meno si ottiene. Ti isolano. Più lasci loro, anche se non ti piace, il rispetto, più è possibile ottenere il cambiamento. Sono riuscito a convincere molti amici ad abbandonare la carne senza essere “aggressivo”. Se lasci una porta aperta, sono gli altri a farti le domande e voler sapere le cose. Per quello che riguarda la vita sociale, inoltre, oggi è più facile uscire con gli amici e mangiare senza essere costretti a pagare anche il conto di chi mangia carne, ma dieci o dodici anni fa capitava di uscire con gente a cena e spendere circa 50 euro per un’insalata. A livello di salute inoltre mi sento molto meglio. Ho più energia, faccio arrampicate, non mi arrabbio, la mia salute è ottima. Anche a livello mentale sto benissimo, perché mi sento coerente con la mia scelta.

E il tuo lavoro è cambiato?

Certo, come ti dicevo prima è cambiato il mio rapporto sia con le case editrici che con gli autori. Un po’ di tempo fa ho letto una storia che si chiamava qualcosa tipo Un giorno all’acquario in cui si parlava della vita che fanno gli Animali negli acquari come se tutto fosse normale. A quel punto ho scritto direttamente agli editori per spiegare perché si sbagliavano. Questo è qualcosa che mi viene da dentro, come disegnare. Quando vedo questi messaggi così fuorvianti, mi viene da dentro cercare di fare qualcosa. È come quando vedo una macelleria che mostra in un’insegna qualcosa tipo un Maiale felice che si taglia una zampa. A quel punto mi piace entrare e fare domande.
Le persone umane non pensano a queste cose e quando glielo faccio notare restano sorprese.

Ci sono altri grandi autori che conosci si stanno avvicinando a questa lotta?

Allora, io ho un problema, non riesco a ricordare i nomi. Penso a Moby, A Moby ad esempio abbiamo scritto, mostrandogli un progetto e lui ci ha lasciato utilizzare la sua canzone perché gli è piaciuto il nostro lavoro. Anche io, pur vivendo solo di questo, se posso faccio come lui e lascio la libertà di usare mie illustrazioni per la causa. Ci sono anche molti writers famosi che fanno graffiti su questa tematica, ma anche in questo caso non ricordo i nomi. Mi viene però in mente il fratello di Ben Harper, Joe che mi ha scritto dopo aver visto il libro che ho fatto per Sea Shepherd sulla grind. Lui è un editore e mi ha chiamato perché voleva fare un libro con me. A proposito di Sea Shepherd, a breve farò uscire un altro libro del genere sui Delfini che si intitolerà Taiji e che ovviamente parla della cattura dei Delfini in Giappone.

Grazie mille Roger per l’intervista.

Intervista e traduzione a cura di Francesco Cortonesi


Illustrazioni concesse da Roger Olmos

2 Commenti

  1. Sergio ha scritto:

    Che bella questa lettura, mi piace molto Roger Olmos che ho potuto conoscere grazie alla sezione audio proprio della veganzetta, dove “Gerardo,il nostro insegnante di educazione artistica” ci legge una sua intervista del 2014, mi sembra (ogni volta penso a quante occasioni ho perso per cambiare prima il mio modo di vivere…).
    Visto che questo è un mio commento di ringraziamento non posso che farlo anche con Francesco Cortonesi per il suo impegno alla causa con dei racconti sempre molto interessanti.
    Grazie
    Sergio

    13 Gennaio, 2021
    Rispondi
  2. Paola Re ha scritto:

    Roger Olmos è il numero uno del suo genere.
    E’ anche molto piacevole leggere le sue interviste.

    18 Gennaio, 2021
    Rispondi

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