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Si riceve e diffonde un comunicato del Coordinamento Fermare Green Hill


Processo contro chi ha liberato i beagle di Green Hill

Il 28 aprile 2012 ha segnato la storia del movimento animalista italiano e non solo.

Quel giorno incredibile sono stati liberati, in pieno giorno, 70 beagle da Green Hill, il tristemente famoso allevamento di cani destinati alla vivisezione.
Una liberazione avvenuta in pieno giorno, decine di persone scavalcavano la recinzione per portare in salvo quei cani.

Lunedì 26 maggio si terrà una delle ultime udienze del processo contro le 13 persone arrestate quel giorno.
In questo momento così importante cogliamo l’occasione per rivendicare fino in fondo la giustizia di quell’azione straordinaria. Quanto accadde non fu un caso. Ma qualcosa che doveva accadere proprio in quel momento, all’apice della campagna “Altrimenti ci arrabbiamo” che avevamo lanciato il mese precedente. Era il momento perfetto, con tutta Italia a sostegno della nostra campagna e inorridita da quel lager. 

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Fonte: ilmanifesto.it/tra-anima-e-animale-una-questione-di-soglie


Tra anima e animale: una questione di soglie

Sempre più vedo il con­fine messo a divi­dere uomo e ani­male come inti­ma­mente con­nesso a una domanda cru­ciale, ine­lu­di­bile per chi abbia avuto in sorte di vivere dopo la Shoah: come si è arri­vati a pro­gram­mare e attuare l’eliminazione indu­striale di milioni di esseri umani, desti­tuen­doli della pro­pria umanità?

Se la moder­nità ci ha reso cie­chi al dolore, alla sop­pres­sione, al con­sumo e allo smal­ti­mento di esseri viventi pro­dotti e pro­ces­sati indu­strial­mente come cose, se non siamo capaci di rico­no­scere e lasciarci inter­pel­lare dal dolore del vivente, come pos­siamo rispet­tare gli esseri umani? Non si tratta solo di un pen­siero ani­ma­li­sta, ma di un ragio­na­mento pie­na­mente poli­tico che — in bilico tra filo­so­fia e scienza, nella defi­ni­zione di ciò che è “uomo” e ciò che non lo è, di ciò che attiene all’umano e di ciò che se ne disco­sta — ci porta a un nodo essen­ziale che si può rias­su­mere nell’invettiva di Scho­pe­n­hauer con­tro l’esclusione degli ani­mali dall’etica kan­tiana: «Sia dan­nata ogni morale che non vede l’essenziale legame fra tutti gli occhi che guar­dano il sole». 

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Il non-voto non deriva da inettitudine o qualunquismo, è disobbedienza civile.
Votare significa comunque accettare di far parte di un certo sistema sociale, politico ed economico. Chi accetta questo sistema, e vorrebbe solo che a governare ci fossero persone umane più oneste, più capaci, più interessate al bene della res-publica, fa bene ad andare a votare. Chi non accetta questo sistema – e non lo accetta radicalmente in quanto funzionale al mantenimento dello status quo che fonda essenzialmente la sua sopravvivenza nel capitalismo, e in definitiva nella riduzione dell’individuo a merce (anche il voto è merce di scambio) – dovrebbe astenersi.
Il non-voto è un rifiuto dei concetti di istituzioni – all’interno delle quali si esercita il potere sui corpi e sulle menti – e della delega. Per di più l’attuale sistema elettorale non solo consente di delegare altre/i a decidere cosa sia giusto per la collettività, ma anche di eleggere persone umane senza alcun merito se in grado di ottenere consenso popolare grazie all’appoggio dei media. Se ritenete che tutto ciò sia accettabile perché pensate che sia il minore dei mali possibili, fate bene a recarvi alle urne, ma non giudicate come qualunquista, inetta/o o priva/o di coscienza civica chi decide di astenersi (questo sì di qualunquismo), perché dietro al non-voto possono esserci ragioni ben precise, e non solo disaffezione o mancanza di coscienza civica.  

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