In ricordo di Carlo Consiglio


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Primo piano del prof. Carlo Consiglio

In ricordo del Prof. Carlo Consiglio, venuto a mancare pochi giorni fa, un bel testo di Paola Re.


Pochi giorni fa è giunta la notizia della morte del Prof. Carlo Consiglio, fondatore della LAC (Lega Abolizione Caccia) di cui è stato presidente e presidente onorario; consigliere e componente del direttivo del Movimento Antispecista.
Il suo lodevole curriculum universitario non gli è servito soltanto all’attività di docente come professore ordinario di Biologia, Entomologia e Zoologia all’Università Sapienza di Roma, ma è stato prezioso per portare avanti la causa in difesa degli animali non umani quali esseri senzienti: una causa di verità e giustizia.
Non si è mai dato arie da professore, ma si è sempre impegnato nell’attivismo, coordinando professionalità accademica, passione ambientalista e antispecista, lottando per la tutela di Animali, ambiente e biodiversità. 
Finché la salute glielo ha permesso, ha partecipato alle manifestazioni, ha inviato le “Consiglio news“, sempre interessanti e documentate. 
E’ stato un competente insegnante per studenti e studentesse, attivisti e attiviste, una voce ferma contro violenza e intolleranza, una guida autorevole nella letteratura scientifica. 
Classe 1929, è arrivato in prossimità dei 100 anni alimentandosi di cibo vegetale; orgogliosamente vegano, fino all’ultimo ha praticato attività fisica, lunghe camminate nella Natura di cui godeva ogni meraviglia che raccontava con lo stupore di un bambino.
Di lui si notava anche l’abbigliamento non convenzionale, estroso, bizzarro, variopinto di colori sgargianti in una società sempre più spenta in biancogrigionero. La sua presenza infondeva serenità ed è così che bisogna ricordarlo.
Carlo, uomo libero, maestro dotto, compagno di lotta e amico sincero, non ci lascia, ma continuerà a camminare al nostro fianco in tutte le cause che porteremo avanti.
Rest In Power.

Alcuni dei suoi libri pubblicati

Divieto di caccia. Tutto quello che i cacciatori non vogliono farci sapere, Sonda, 2012
Sui monti d’Abruzzo a piedi + bus, Menabò, 2012
Sui monti d’Abruzzo a piedi + bus, Menabò, 2015
Evoluzione e alimentazione: il cammino dell’uomo, con Vincenzino Siani Editore Bollati Boringhieri, 2003
A che serve la caccia? L’impatto ecologico della caccia, Fiori gialli, 2006
Appunti di viaggio. Osservazioni di un naturalista in giro per il mondo, Appunti di viaggio, 2002
Diana e Minerva. Una critica scientifica della caccia, Borla, 1990
Dentro le gabbie. Sono ancora utili gli zoo?, Borla, 1988

Ricordo personale

L’ultima volta che ho incontrato Carlo, è stato il 7 Novembre 2015, ad Asti, in occasione di un convegno sulla gestione del Cinghiale a cui hanno partecipato anche rappresentanti delle istituzioni. A fronte di tanti interventi scontati, che finiscono per essere lettera morta, lui (che allora aveva 86 anni) ha parlato 50 minuti a ruota libera, con una invidiabile padronanza dell’argomento, distruggendo dove bisognava distruggere e costruendo dove bisognava costruire. E’ stato così bravo da risultare scomodo. Non è una novità che istituzioni e cacciatori temano le persone umane preparate.

Citazione

Ha avuto il coraggio di scrivere sulla caccia parole pesanti, ma veritiere.
Nel libro Divieto di caccia, Sonda, 2012, capitolo 9 La caccia è una forma di morbosità?, paragrafo La caccia come malattia mentale (pag. 67-68)

[…] Che nella caccia vi sia qualche cosa di patologico viene spontaneo da pensare constatando che vengono profusi tanto denaro e tanta energia in un’attività che ha ormai perso la sua funzione di sussistenza. […] Emilio Servadio, uno dei maggiori psicanalisti italiani, morto nel 1995, scriveva, a proposito della caccia alla volpe, come del tiro al piccione e della corrida, che le energie impegnate in tali manifestazioni sono quelle della crudeltà distruttiva e che la “socializzazione” delle attività in questione è una difesa psicologica, mediante la quale l’uomo cerca di smentire se stesso.
Servadio ricorda un caso, citato dallo psicanalista americano Karl Menninger, di un appassionato cacciatore di anatre che perse ogni interessa per la caccia quando si rese conto che la sua aggressività inconsapevole era in realtà diretta contro una persona della propria famiglia, dalla quale, bambino, si era sentito soffocato e oppresso.
Secondo l’antropologo americano Washburn, l’uomo prova un piacere innato a uccidere, che deriverebbe addirittura dal suo passato di cacciatore. 
La psicologa Carla Corradi, nel suo libro A chi spara il cacciatore?, riferisce su uno studio da lei effettuato su un campione di 51 cacciatori trentini. […] Secondo Corradi, ne segue che la caccia non è uno sport, ma un meccanismo difensivo, una sublimazione o ancora una compensazione. […]

Paola Re


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