Cavalli feriti


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Cavalli uccisi sul campo di battaglia di Halen, 1914

L’urlo non vuole cessare: non possono essere uomini, quelli che gridano così orribilmente.
Kat dice: «Cavalli feriti».
Non m’è mai accaduto di udire cavalli gridare, e quasi non ci posso credere; quella che geme laggiù è tutta la miseria del mondo, è la povera creatura martirizzata, un dolore selvaggio, atroce, che ci fa impallidire. Detering si rizza: «Assassini! Assassini! Ma ammazzateli, perdio!».
Egli è agricoltore, ha confidenza coi cavalli; la cosa lo tocca da vicino. E come a farlo apposta, il fuoco ora quasi tace, sicché l’urlo delle bestie si leva più chiaro. Non si sa donde possa venire, in questo paesaggio argenteo, ora così tranquillo; è invisibile, spettrale, dappertutto, fra la terra e il cielo, si allarga smisurato, enorme.
Detering diviene furibondo e urla: «Ma sparate, uccideteli dunque, sacr… !»
«Prima devono portar via i feriti» osserva pacato Kat.
Ci alziamo e andiamo a cercare dove siano queste bestie. A vederle sarà più sopportabile.
Meyer ha con sé un cannocchiale. Vediamo un gruppo oscuro di portaferiti con barelle, e poi masse nere, più grosse, che si muovono. Sono quelli i cavalli feriti. Ma non tutti: molti galoppano lontano, si abbattono e poi riprendono a correre. Uno ha la pancia squarciata, le interiora pendono fuori. La povera bestia vi s’impiglia con le gambe, stramazza, si rialza.
Detering imbraccia il fucile e mira. Kat lo devia, sicché il colpo va in aria.
«Sei matto?» Detering trema e getta a terra il fucile. Ci accoccoliamo per terra e ci turiamo le orecchie.
Ma l’orribile lamento, quel gemere, quel pianto, penetra dovunque, e si ode sempre.
Tutti abbiamo imparato a sopportare qualcosa; ma qui il sudore ci imperla la fronte. Si vorrebbe alzarsi e fuggire non importa dove, solo per non udire più quei gridi. E dire che non sono uomini, ma soltanto poveri cavalli.
Dal gruppo oscuro si staccano alcune barelle. Poi alcuni colpi. Le masse nere dei cavalli esitano, si afflosciano. Finalmente! Ma non è finita ancora. Gli uomini non riescono ad avvicinarsi ai cavalli feriti che, terrorizzati, scorrazzano qua e là tutto il dolore nelle gole spalancate. Una delle figure nere mette un ginocchio a terra; si ode un colpo: un cavallo si abbatte, ancora uno.
L’ultimo punta sulle gambe davanti, e si gira in tondo come una giostra; si gira in cerchio con la groppa a terra; avrà la spira dorsale fracassata. Un soldato accorre e lo abbatte: lento, umile, scivola a terra.
Ci togliamo le mani dalle orecchie. Il gridare è cessato: solo è nell’aria un lungo gemito, che va spegnendosi lentamente. E poi non v’è più nulla, altro che lo squittire dei razzi, la canzone delle granate e le stelle; e ciò sembra persino strano.
Detering se ne va, bestemmiando: «Vorrei un po’ sapere che colpa hanno loro». Di lì a poco si riavvicina a noi, e con voce vibrata, quasi solenne, afferma: «Ve lo dico io, l’infamia più grande è che si faccia fare la guerra anche alle bestie».


Tratto da: Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, Mondadori, 1972, traduzione di Stefano Jacini, pagg. 65-66.


Fotografia in apertura: Cavalli uccisi sul campo di battaglia di Halen, 13 agosto 1914. Fonte: Wikipedia


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