Il Silenzio del Leone: perché comprendere gli animali non umani è difficile, ma non impossibile


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Leone che ruggisce

Matteo Preabianca, lettore di Veganzetta, invia uno scritto in risposta ad una tesi del filosofo Gary W. Levvis sul tema della comunicazione tra Umani ed altre Animali. Buona lettura.


Una risposta alla filosofia di Gary Levvis.

La filosofia ha l’abitudine di usare immagini semplici per porre domande devastanti. Per Ludwig Wittgenstein, l’immagine era quella di un Leone. Se un Leone potesse parlare, rifletté, noi non potremmo comprenderlo.

Nel 1992, il filosofo Gary Levvis prese questa osservazione e la portò alle sue estreme conseguenze, dritto al cuore del movimento per i diritti degli animali non umani. La sua tesi, esposta nel saggio “Why we would not understand a talking lion” (Perché non capiremmo un Leone parlante), rappresenta una sfida diretta a tutto ciò per cui lottiamo.

Levvis sostiene che, anche se un Animale possedesse un linguaggio, il nostro modo di comprendere il mondo sarebbe talmente diverso dal suo che la comunicazione – e di conseguenza, qualsiasi genuina comprensione dei loro interessi – sarebbe impossibile. Per un movimento che basa le sue fondamenta sul concetto di “interessi animali non umani ” (il desiderio di evitare il dolore, la volontà di vivere, il bisogno di libertà), questa è un’accusa devastante. Levvis conclude che, se avesse ragione, attribuire diritti agli animali non umani non sarebbe solo “spinosa”, ma potenzialmente “senza speranza” (hopeless).

In quanto persona attenta ai diritti animali non umani, devo prendere questa argomentazione sul serio. Se Levvis avesse ragione, la nostra lotta sarebbe costruita su un’illusione filosofica. Tuttavia credo che Levvis si sbagli. O meglio, credo che stia guardando nella direzione sbagliata. Sta cercando una comprensione verbale perfetta laddove dovrebbe cercare una comprensione pratica ed etica.

Analizziamo la sfida, e poi spiegherò perché, resto convinto che il silenzio del Leone non significhi che egli non abbia nulla da dire.

Il muro filosofico

L’argomentazione di Levvis è sottile e potente. Non sta semplicemente dicendo che il linguaggio di un Leone sarebbe troppo complesso da tradurre, come l’etrusco antico. Sta sostenendo che l’intera struttura della coscienza di un Leone ci è aliena.

Il linguaggio umano è intriso di concetti umani: mutui, sensi di colpa, promesse, ironia e il colore grigio. La coscienza di un Leone, al contrario, è plasmata dalla savana, dal branco, dall’odore della preda e dalla sensazione del sole sul mantello dopo una caccia. Anche se un Leone vocalizzasse una frase sulla sua giornata, noi la filtreremmo attraverso la nostra lente umana. Ci perderemmo interamente la texture della sua esperienza. Sentiremmo le parole, ma non comprenderemmo il significato.

Pertanto, Levvis si chiede, come possiamo conoscere i veri “interessi” di un Leone? Potremmo pensare che il suo interesse sia essere libero dalla prigionia. E se, invece, secondo un’incomprensibile logica leonina, la prevedibilità di uno zoo offrisse una forma di sicurezza che non possiamo nemmeno immaginare? Se non possiamo entrare nelle loro teste, qualsiasi diritto attribuiamo non è che una proiezione di preferenze umane su uno schermo bianco. In sostanza, stiamo solo parlando a noi stessi. Se questo è vero, allora l’intero progetto dei diritti animali non umani è effettivamente senza speranza.

Non serve un linguaggio, serve una risposta

È qui che prendo le distanze dal filosofo. L’argomentazione di Levvis tratta gli animali non umani come un mistero che non potremo mai risolvere. Ma nel mondo reale – nell’allevamento intensivo, nel laboratorio, nella natura selvaggia – gli animali non umani non sono un mistero. Comunicano costantemente con noi. Il problema non è che non possiamo capirli; il problema è che abbiamo costruito un mondo in cui abbiamo deciso di non ascoltarli.

1. Il linguaggio del corpo
Non abbiamo bisogno di un Leone parlante per sapere che un Leone soffre. Abbiamo il linguaggio universale della biologia. Quando un Leone prova dolore, si contrae. Quando è rinchiuso, va su e giù (pacing). Quando è denutrito, si indebolisce. Quando è separato dal branco, chiama. Questi non sono segnali ambigui. Sono una forma di comunicazione antica quanto la vita stessa.

Lo studioso Kyle York offre un potente contrappunto a Levvis in questo senso. York sostiene che dovremmo guardare alle nostre pratiche. Permettiamo agli animali non umani di comunicare con noi? Nell’industria delle pellicce, una Volpe intrappolata non rimane in silenzio. Ringhia, guaisce, si dibatte. Capiamo perfettamente quel ringhio: significa “smettila, fa male, voglio vivere”. Il fallimento morale non è che non possiamo capire la Volpe; il fallimento morale è che la ignoriamo1. Escludiamo attivamente gli animali non umani dalle nostre pratiche comunicative perché ascoltarli ci costringerebbe a cambiare.

2. Gli interessi sono osservabili, non mistici
Levvis teme che potremmo proiettare gli interessi sbagliati su un Leone. Ma non abbiamo bisogno di conoscere i dettagli intricati della poesia interiore di un Leone per conoscere i suoi interessi fondamentali. Possiamo osservare cosa sceglie quando gli viene data un’opzione.

Un Leone in cattività sceglie di muoversi verso uno spazio aperto o di rimanere in una gabbia piccola? Sceglie carne fresca o la fame? Sceglie la compagnia del suo branco o l’isolamento totale? Le risposte sono ovvie. Questa non è proiezione umana; è osservazione empirica delle preferenze. Un “interesse” non è un segreto chiuso in una cassaforte metafisica; è uno schema di comportamento che dimostra la volontà di una creatura di vivere ed evitare la sofferenza.

3. L’etica dell’incertezza
Infine, concediamo a Levvis il suo punto più estremo. Diciamo che c’è un briciolo di incertezza. Diciamo che non possiamo essere sicuri al 100% di comprendere appieno l’esperienza soggettiva di un Maiale in una gabbia di gestazione2.

Questa incertezza giustifica la crudeltà?
Immagina di camminare in un campo e di vedere un’alta struttura opaca. Dall’interno, senti attutiti rumori di sofferenza: pianti, colpi, richieste di aiuto. Non puoi vedere dentro. Non puoi essere certo al 100% che l’essere all’interno sia un Umano con dei diritti. Potrebbe essere un robot AI complesso programmato per imitare la sofferenza. Potrebbe essere un alieno il cui dolore in realtà è piacere.

Ti allontaneresti? Certamente no. La presenza di una possibile sofferenza, comunicata attraverso segnali inequivocabili di dolore, crea un obbligo morale di indagare e, nella maggior parte dei casi, di aiutare.

Questo è il nostro rapporto con gli animali non umani. Siamo fuori dall’allevamento intensivo e sentiamo le grida. Non possiamo entrare perfettamente nelle loro menti, ma possiamo vedere le condizioni in cui sono costretti a vivere. Di fronte a questa incertezza, la scelta etica non è quella di alzare le spalle e definire il compito “senza speranza”. La scelta etica è quella di errare dalla parte della misericordia.

Ascoltare il silenzio

Gary Levvis ha ragione su una cosa: probabilmente non faremo mai una conversazione con un Leone. Non discuteremo mai di filosofia con una Balena né sentiremo la storia della vita di una mucca con le sue stesse parole. In questo senso, esisterà sempre un muro di silenzio tra noi e loro.

Ma il silenzio non è vuoto. Il ruggito di un Leone, l’urlo di un Maiale al macello, il passo frenetico di una Volpe in gabbia – questi non sono suoni di nulla. Sono suoni pieni di significato. Ci parlano di dolore, paura e desiderio di vita.

Il compito dei diritti animali non umani non è senza speranza. È difficile, sì, ma la difficoltà non risiede in un’incapacità filosofica di comprendere, ma in una riluttanza pratica e politica ad agire in base a ciò che è già così dolorosamente chiaro. Non abbiamo bisogno che il Leone parli la nostra lingua. Abbiamo solo bisogno del coraggio di capire quella che sta già parlando.

Matteo Preabianca


Note e riferimenti

1) Kyle York, contro l’esclusione comunicativa. La posizione di York, discussa nei risultati di ricerca, sposta l’attenzione dall’abilità metafisica di capire alla pratica reale di voler ascoltare. Egli sostiene che il fallimento morale dell’industria delle pellicce, ad esempio, non è un fallimento di comprensione (i gemiti della Volpe sono chiari), ma un atto deliberato di esclusione dalla nostra comunità morale per profitto.

2) Gabbie di gestazione. Sono gabbie in metallo e cemento così strette (appena più grandi del corpo dell’Animale) che le scrofe non possono girarsi o sdraiarsi comodamente per gran parte della loro vita. Sono uno degli esempi più estremi di crudeltà negli allevamenti intensivi e un chiaro esempio di come ignoriamo i segnali di sofferenza animale per interesse economico.


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