Caccia


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caccia

Sulla caccia si è discusso e si discute molto. I cacciatori parlano di passione, di amore e rispetto per la Natura, di tradizione; chi è contro afferma (giustamente) che è una barbarie, che è pura crudeltà, che si tratta di un massacro legalizzato. Una volta per tutte però si dovrebbe ammettere apertamente che la caccia, come noi la conosciamo ai nostri giorni, non è solo una pratica violenta di esercizio del dominio e una tradizione sanguinaria, ma una sorta di devianza che spinge chi la pratica a ricercare compulsivamente il momento dello sparo e l’uccisione della preda. Chi va a caccia lo fa per soddisfare un bisogno reale: uccidere qualcuno. Intorno a tale bisogno si è costruita la tradizione.

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/LwFvb

7 Commenti

  1. Paola Re ha scritto:

    Nel libro “Divieto di caccia” di Carlo Consiglio, Presidente onorario della LAC nazionale, è esposta una tesi interessante che assimila la caccia a una malattia mentale (pagg.67-68, Edizioni Sonda, 2012). E’ in un paragrafo che riporta le opinioni degli psicanalisti Emilio Servadio e Karl Menninger, della psicologa Carla Corradi, e dell’antropologo Sherwood L. Washburn.
    E’ vero che sull’uccisione di qualcuno si è costruita la “tradizione” della caccia e purtroppo in questo la caccia è in buona compagnia. Quasi tutte le tradizioni, soprattutto quelle religiose, si sono costruite sull’uccisione di qualcuno: nei tempi antichi si sacrificavano umani e non umani ma col passar dei secoli la scelta si è limitata ai secondi.

    26 settembre, 2014
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  2. Salvatore Messina ha scritto:

    Per soli pochi grammi esistono uomini che spezzano una vita per mangiarne le carni. Carne innocente, carne che ci rallegrano la vita se solo vivessero in armonia con l’uomo, ed è un peccato al cospetto degli uomini giusti, nel cuore, nella mente!

    27 settembre, 2014
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  3. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    Cara Paola,

    Interessante la tua segnalazione.
    Per quanto riguarda Carla Corradi si precisa che è l’autrice del libro:

    A chi spara il cacciatore?
    Di Carla Corradi, Carlo Lorenzini editore, Udine, 167 pp., 1988

    Nel testo si argomenta l’ipotesi che chi va a caccia soffra di un disturbo psichico.
    A tal proposito si può segnalare anche un editoriale su L’Adige di Giuseppe Raspadori (psicoanalista) e la risposta di Corradi (psicoanalista) tanto per capire di cosa stiamo parlando:

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    http://territorioepersona.it/doc/L'Adige__editoriali_2002.pdf

    L’Adige, domenica 1 settembre 2002

    Psicologia venatoria
    A chi spara il cacciatore?
    di GIUSEPPE RASPADORI

    Allora, l’8 settembre riapre. Riapre la caccia. Si torna a sparare.
    Non è un articolo pro o contro, premetto.
    Non sparo ai cacciatori ma “a chi spara il cacciatore?” è una domanda d’obbligo che mi sorge spontanea incontrando Carla Corradi, artista e psicoterapeuta, che con questo titolo ha scritto un libro.
    Un libro, unico sull’argomento, che è insieme saggio, ricerca e racconto autobiografico.

    Uccidere chi si ama: a chi spara il cacciatore?

    Tutti noi uccidiamo, mi dice, uccidiamo idee, sentimenti, aspettative, uccidiamo dentro di noi persone non più gradite o che ci hanno fatto del male, le defenestriamo dalla nostra vita.
    A volte uccidiamo il buon senso, la giustizia, la lealtà, aggiungo, creiamo vittime innocenti che non sono lepri, caprioli, cinciallegre.
    Ci convinciamo dei nostri buoni motivi, ragionati non sempre.
    E non sempre siamo Davide, più spesso Golia.
    Uccidiamo. Però non spariamo. Questa è una prima riflessione, tanto per far comprendere che non amo le tabelle dei buoni e dei cattivi.
    Carla Corradi, interrogando e vivendo con cinquanta cacciatori, scopre che il cacciatore spara, con la miglior mira possibile, ma non ama uccidere. Però il cacciatore uccide quando spara ad un animale e forse l’uccello, il capriolo, la lepre muoiono al posto di qualcun altro.
    A chi spara il cacciatore?
    Spara ad un animale che non odia, che anzi ama. Chi o cosa uccide?
    I cacciatori non amano, morte, le loro prede, le amano vive anche se le uccidono e ne fan trofei. Amano la natura, la posseggono con violenza. I botti e i latrati squarciano la pace dei silenzi dei boschi e dei campi. Cercano, camminando a lungo e appostandosi con pazienza, l’incontro con l’amante attesa e sfuggente. Poi è un attimo e un gesto, che nessun tiro al piattello può sostituire.
    La caccia non è un amore oggettuale è una passione che nasce dentro e dentro si consuma.
    Con la detonazione di uno sparo all’esterno ed una morte come conseguenza. E come le passioni, non ha parole e logiche.
    La passione si vive e basta. È un amalgama di elementi, una ridondanza di sensazioni, uno stordimento di desideri e di pulsioni. Non puoi chiedere “perché la caccia ? perché questa passione?” ad un cacciatore.
    Un filosofo dei giorni nostri, Sergio Moravia, ci dice che enunciare, dire, descrivere questa condizione passionale è, a rigore, impossibile. O meglio: è possibilissimo, ma pagando il prezzo di una radicale trasformazione. Se io dico, se narro, anche solo a me stesso, la mia passione, è come se assumessi una forma di distanza da essa. “Tutto ciò, va ribadito, non è banalmente una forma di perdita o pura e semplice scomparsa della passione.
    È una sorta di sua trasfigurazione. L’uomo invaso dal dio si trasfigura nell’uomo che guarda questa invasione: che ne studia le ragioni (le ragioni della passione…), che ne valuta le implicazioni e le conseguenze, che include insomma la passione in un Ordine Razionale superiore.”
    Il cacciatore che ama la natura, ama gli animali, ama la loro vitalità, che non è nemmeno raro che non ami la cacciagione servita a tavola, che non sa e non può spiegare la sua passione, che non è un primitivo o uno stupratore mancato, “a chi spara il cacciatore?”

    GIUSEPPE RASPADORI

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    http://www.carlacorradi.it/pagine/set-presentazioni.htm

    A chi spara il cacciatore?

    articolo di Carla Corradi

    Il collega Giuseppe Raspadori nel suo fondo su questo giornale in data 1 settembre ripete più volte questa domanda che è anche il titolo del libro che ho scritto diversi anni fa, il cui contenuto diventa attuale all’inizio di ogni stagione venatoria.
    Raspadori conosce la risposta, perché ha letto tutto il libro, ma è come se non volesse darla lui direttamente, usa delle metafore che riflettono in parte i risultati a cui sono giunta, ma che non sono statisticamente obbiettivi. Per questo devo rispondere a questa provocazione.
    Lo ringrazio comunque di questo stimolo che mi obbliga a reagire, perché nei giorni scorsi ho cercato di frenare il mio desiderio-dovere di intervenire.
    Avevo portato a termine un’analisi profonda, accurata e obbiettiva della personalità dei cacciatori trentini, interrogandoli e studiandoli con mezzi inconfutabili e cercando di conoscere il loro mondo, andando perfino a caccia con loro, nell’impegno di cercare di capire, senza giudicare.
    La mia lunga fatica ha dato risultati sorprendenti anche per me, opposti a quelli che avevo ipotizzato nella ricerca: I cacciatori hanno rilavato un grossa problematica (60-70 %) che è elevatissima se confrontata con il gruppo di controllo (0).
    Visto comunque che Raspadori enfatizza la caccia come passione (alcuni cacciatori la definiscono tale) sono andata a consultare il vocabolario etimologico e quello della lingua italiana per verificare se mai mi fossi sbagliata a non ritenerla una passione: “deriva da passio, soffrire” e in italiano: “effetto subito, contrapposto ad azione; stato di un soggetto che si trova sotto l’influsso di un principio estrinseco. Alterazione o mutamento, secondo la qualità, sia nell’ordine fisico, sia, specialmente, in quello psichico…attrazione e repulsione verso un oggetto..le cui manifestazioni denunciano un difetto di autocontrollo”.
    La caccia non è una passione, nel significato che la lingua italiana dà a questo termine, né lo è in termini psicoanalitici, perché manca sia la passività, sia la sofferenza cosciente. Per definire la caccia solo una passione, bisogna spostare la sofferenza sull’animale e lasciare il piacere al cacciatore (27%).
    Il conflitto in realtà c’è ed è massivo, ma non è vissuto come tale, perché in gran parte è stato relegato nell’inconscio, sia per la difficoltà di affrontarlo, sia perché solo la passione con sofferenza cerca nell’introspezione una trasformazione, una soluzione, mentre i simboli assunti dal cacciatore, natura da amare e animale da uccidere, creano un circolo chiuso tra pulsione di amore e di morte, dove la vittima sta al posto di qualcun altro introiettato.
    Non intendo in questa sede ridurlo a due parole, perché mancherebbe la motivazione e il processo e farei torto ai cacciatori e a me stessa, che li ho così faticosamente cercati.

    Aggiungo invece due parole per rispondere ad altre persone che si sono alternate su questo giornale.
    Forse è poca cosa discutere della legittimità che l’uomo cacciatore si arroga quando va a uccidere gli animali, quando nel mondo si uccidono i bambini, si stuprano le donne, si affamano popoli interi per fame, malattie, mancanza d’acqua, quando in una parola il diritto alla vita e al rispetto di essa viene misconosciuto su scala mondiale.
    Il principio che sta alla base della violenza è però lo stesso: l’uomo si ritiene superiore e come tale in diritto di nuocere al più debole, sia esso un animale o un altro essere vivente. Si è cercato l’avvallo di questo diritto perfino nella Bibbia, dove c’è un Dio che accetta sacrifici di agnelli, ma è anche lo stesso Dio che dice nel Genesi: ”Non ti ciberai degli animali che hanno sangue”. E nel settimo comandamento: “Non uccidere!” Ci si aspetterebbe che almeno i preti possano astenersi dall’attività venatoria, evidentemente anche per alcuni di loro il bisogno è più forte della morale, o la problematica ancora più acuta. Anche se fosse stato lecito 2000 anni fa, anche se è ancora legale, non vedo perché non si possa cambiare, alla luce di un’ideologia diversa, di un diritto alla vita esteso alle più deboli tra le creature .

    Dubito che animalisti e cacciatori possano trovare un accordo, almeno fintanto che la generazione dei cacciatori non sarà estinta (dai 12000 sono passati a 7400 iscritti alla Federcaccia nella provincia di Trento e la media è superiore ai 50 anni).

    I giovani sono più sensibili e meno strutturati gerarchicamente in una visione homocentrica della realtà e c’è da augurarsi che le nuove generazioni non abbiano bisogno di compensare un’ambivalenza con un’ attività che ha come prezzo la morte.

    Inoltre dal mio studio sono emerse problematiche tali che non c’è bisogno di andare a cercare nel DNA le ragioni della caccia, come un chirurgo trentino tempo fa ha asserito in una trasmissione televisiva. Crederò alla presenza di un gene della caccia solo se la scienza lo troverà almeno nel serial killer o nello stupratore o nell’animalista.

    27 settembre, 2014
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  4. Paola Re ha scritto:

    Interessante questo botta e risposta tra i due psicanalisti. Ha fatto benissimo Carla Corradi a specificare il vero significato di “passione”. E’ una delle parole più travisate, proprio per la differenza tra ruolo attivo e passivo. La usiamo un po’ tutti nel modo sbagliato e i cacciatori ne fanno una vera bandiera del loro crimine legalizzato.

    28 settembre, 2014
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  5. wilma ha scritto:

    “Crederò alla presenza di un gene della caccia solo se la scienza lo troverà almeno nel serial killer o nello stupratore o “NELL’ANIMALISTA”

    il riferimento agli animalisti però me lo deve spiegare.

    Dopodichè mi pare più che ovvio che “l’amore” per le loro prede vive e vitali e la pulsione che li porta ad ucciderle non è altro che un bisogno di affermare la loro virilità (dominio) che oggi più che mai appare compromessa, una sorta di bisogno di marcare il territorio.
    E’ come uccidere e togliere di mezzo qualcuno che in fondo è migliore di loro (e per questo lo invidiano), la cui esistenza mette in discussione il loro predominio grezzo.
    Sparare alle donne non è ammesso (ma lo si fa e come!) e quindi si passa a qualcuno che ancora è tutelato zero dalle leggi dell’uomo.
    Un pò troppo facile.

    Sminuire poi, come mi pare faccia l’autrice del libro, il valore delle morti causate dalla caccia per il fatto che l’uomo è capace anche di tutte le altre atrocità che tutti conosciamo, mi suona un pò come il solito benaltrismo fuori luogo e antropocentrico al 1000×1000

    28 settembre, 2014
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  6. Sandra ha scritto:

    L’amore non uccide ! non si ciba di creature senzienti! e al di la di ogni discorso più o meno filosofico, chi lo fa appartiene a qualcosa di diverso che non si può classificare come creatura ma va inserito in un flusso violento in un vomito continuo di crudeltà che fagociterà il suo futuro continuo di sofferenza.

    11 ottobre, 2014
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  7. Matteo ha scritto:

    Ossessione caccia, forse è un po’ più aderente al vero. Il tema non credo sia la caccia ma se gli animali hanno il diritto di vivere, su questo sono agnostico, quindi nel dubbio mi astengo dall’ucciderli. Con le norme oggi in vigore la caccia in Italia è una farsa, e non può essere diversamente vista l’antropizzazione del nostro territorio. Credo però che qualora la popolazione mondiale di essere umani dovesse ridursi a pochi milioni di persone, all’indomani di una “primavera silenziosa”, molte delle teorie animaliste oggi in parte condivisibili perderebbero di attualità…

    15 luglio, 2017
    Rispondi

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