Veganismo e consumismo: un’intervista

Tempo di lettura stimato: 8 minuti

veganism scrambles
Intervista sul tema “veganismo e consumismo” ad Adriano Fragano a cura del Collettivo Tana Liberi Tutti.


Vista l’esplosione del veganismo di consumo (o da supermarket) e il proliferare di associazioni vegane di ogni sorta, abbiamo posto alcune domande ad Adriano Fragano, che questi temi li ha affrontati nei suoi libri.
Buona lettura!

1. In questi ultimi anni abbiamo assistito a una crescente attenzione del mercato per i vegani, con conseguente offerta di prodotti vegani confezionati e soluzioni ‘rapide’ da supermarket. Parallelamente, specie su alcuni gruppi social, la comunicazione su questi prodotti sembra prevalere sulla trattazione di temi inerenti gli aspetti etici del veganismo e, in generale, su ogni tipo di approfondimento critico. Uno scenario che avevi prefigurato in Disobbedienza Vegana. Che ne pensi?

Ho sempre ritenuto che l’attenzione del mercato ai prodotti e servizi dedicati alle persone umane vegane sia un grande danno per la liberazione animale e per lo stesso veganismo. I motivi sono molteplici e facilmente intuibili. Il fatto, ad esempio, che una filosofia di vita (com’è quella vegana) divenga motivo di interesse commerciale e sfoci in un mercato apposito, non costituisce un aiuto alla divulgazione della stessa, ma solamente una sua strumentalizzazione, banalizzazione e ovviamente una sua mercificazione. Si tenga conto inoltre che il mercato può essere considerato amorale, vale a dire non spinto da questioni di principio, ma da logiche capitaliste: per cui vendere pezzi di Animali o prodotti vegetali è la stessa cosa, dato che il fine è sempre e solo il riscontro economico. Dunque pensare di “veganizzare” una società come la nostra attraverso la colonizzazione del mercato consumista con prodotti specifici, non solo è un errore strategico grave, ma anche una palese ingenuità. Lo dimostra il fatto che sono sempre più numerose le aziende basate notoriamente sullo sfruttamento degli Animali (per la produzione di latte, formaggio, uova, carne…), che lanciano sul mercato linee di prodotti cosiddetti “vegani”. Ciò non certo con l’intenzione di mutare la produzione, o perché i loro amministratori delegati siano rimasti fulminati sulla via di Damasco convertendosi al veganismo, ma solo per ampliare il ventaglio delle offerte commerciali ed intercettare nuove – e redditizie – fette di mercato, costituite da acquirenti disposti a pagare molto denaro per dei prodotti che reputano “etici”. Pertanto è del tutto normale trovare sul mercato aziende che offrono prodotti a base di latte vaccino e al contempo prodotti 100% vegetali, questo senza che venga spostato di una virgola in concetto di sfruttamento dei viventi che è alla base della loro attività. Anzi una situazione come questa conduce facilmente a un vero e proprio paradosso: chi acquista prodotti vegetali da tali aziende con l’intento di “veganizzare” il mercato, finisce per sostenere economicamente le attività di sfruttamento degli Animali che intende boicottare.
La spasmodica ricerca della soluzione (apparentemente) più facile e rapida ad ogni problema, è un segno dei nostri tempi dove tutto deve essere fruibile in modo semplice e immediato. Ogni approfondimento, ogni rilievo critico e riflessione ragionata, divengono impopolari perché concepiti come difficili, complicati e generalmente inutili. L’ambiente vegano purtroppo non fa eccezione: nella più totale superficialità si tenta di cambiare un sistema specista, altamente strutturato e organizzato nella sua violenza e ingiustizia, con i suoi stessi strumenti, con il solo risultato di venirne fagocitati e diventarne funzionali.
Il problema dello sfruttamento animale è enorme e complesso, per risolverlo sono necessarie soluzioni impegnative e radicali, che comportino la fine di numerose ideologie, tradizioni, usanze e pratiche che connotano l’attuale società umana, ivi compreso il consumismo.
Ciò che ho esposto nel libro Disobbedienza vegana in definitiva potrebbe essere sintetizzato in una semplice constatazione. Ossia che prima di poter liberare gli Animali dal giogo della società specista umana, è necessario liberare le nostre menti da convinzioni errate e assurdi paradigmi grandemente limitanti. Per ottenere ciò è indispensabile recuperare sul serio – finalmente – il senso del veganismo e i suoi fondamenti che non ci parlano di mercato, ma di libertà, giustizia e nonviolenza nei confronti di tutti i viventi. Solo con l’acquisizione di tale consapevolezza (e soprattutto con la nascita di una vera narrazione e una cultura vegana) si potrà puntare a un reale cambiamento sociale.

2. Secondo te c’è modo di produrre un cambiamento positivo? Come è possibile riuscire a proporre spunti di approfondimento e riflessione anche a persone che hanno un approccio attualmente consumistico al veganismo ma che sembrano essere sensibili alla questione animale?

Il problema del consumismo vegano ha origini remote e deriva soprattutto dal fatto che sin dalla sua nascita il veganismo moderno è stato vittima (non senza colpe) di interpretazioni parziali, se non addirittura errate. Ciò ha spinto molte persone umane che si ritengono vegane, a pensare che possa esserci una reale compatibilità e integrazione tra pensiero e azione vegana e società consumista. In verità ciò non solo non è possibile per i motivi brevemente illustrati nella prima domanda, ma non è nemmeno quello che il gruppo fondatore del veganismo moderno ha pensato di fare. Quando Donald Watson pubblica il primo bollettino della neonata Vegan Society scrive:

Possiamo vedere piuttosto chiaramente che la nostra attuale civiltà è edificata sullo sfruttamento degli animali, proprio come le civiltà passate sono state costruite sullo sfruttamento degli schiavi, e crediamo che il destino spirituale dell’uomo sia tale che col tempo vedrà con orrore l’idea di nutrirsi, come era una volta, dei prodotti dei corpi degli animali.

Egli non fa evidentemente riferimento all’idea che una semplice adesione supina alle logiche del mercato capitalista, possa cambiare le sorti di miliardi di Animali e in definitiva della nostra specie, ma parla apertamente di un nuovo concetto di civiltà umana, non più basata sullo sfruttamento degli Animali. Sebbene il gruppo fondatore del veganismo moderno non indichi le strategie da impiegare per fare in modo che tale “destino spirituale” si compia, l’idea vegana – se applicata alla realtà – è in grado di minare le basi sulle quali è stata costruita la nostra attuale società. Perché se si dovesse giungere a rispettare la soggettività animale, cessando di considerare le altre specie animali come nostre schiave, si dovrebbero eliminare tutte le pratiche di sfruttamento non solo degli Animali, ma anche degli ambienti dove vivono. Si dovrebbe in definitiva porre fine alla guerra dell’Umano contro la Natura, che è il fondamento della nostra modernità nata dall’antropocentrismo. Lo stesso Watson in un’intervista radiofonica rilasciata del 2002, definisce il veganismo come «un nuovo grande movimento» che «va al di là del trovare una nuova alternativa alle uova strapazzate sul toast o una nuova ricetta per la torta di Natale». Insomma sin dalla sua fondazione, il veganismo moderno ha puntato esplicitamente a un solo obiettivo: un nuovo ordine sociale “più ragionevole e umano” di quello in cui stiamo vivendo.
Questi sono solo alcuni dei numerosissimi esempi, quasi sempre del tutto ignorati dal mondo vegano contemporaneo, che possono divenire degli spunti di approfondimento e riflessione da proporre a chi ha un approccio consumistico al veganismo. Credo, in conclusione, che come persone umane vegane dovremmo porci una domanda fondamentale: siamo sicuri di aver compreso correttamente e completamente cos’è il veganismo?

3. Un tema che non sempre è trattato in modo sufficientemente approfondito in parte del mondo vegano è quello relativo alla necessità di conciliare un’alimentazione vegana con la sostenibilità ambientale ed etica delle produzioni (che implica anche il rispetto dei diritti umani). Come riuscire a rendere questo compito più agevole per le persone? L’autoproduzione e il sostegno a filiere etiche locali possono essere una via?

L’argomento è complesso e sicuramente le soluzioni che si possono suggerire ad oggi, risultano per forza di cose parziali e non del tutto soddisfacenti. Ritengo che una persona umana che abbia correttamente riflettuto sulla portata rivoluzionaria del messaggio del veganismo, possa intraprendere un suo cammino di costante allontanamento dalle logiche di sfruttamento, a partire da quelle del mercato e del consumismo; ciò attraverso una molteplicità di soluzioni alternative che possono andare dal consumo critico, al mercato equo e solidale, ovviamente all’autoproduzione, in generale alla reinterpretazione del nostro ruolo di “consumatori” nella società umana, all’adozione di modi di vita virtuosi e sobri, eliminando il superfluo che contraddistingue le nostre attuali esistenze. Si potrebbero al contempo favorire attività di scambio, baratto, condivisione di pratiche e conoscenze, il dono, i nuovi modelli di convivenza e relazione e via discorrendo. L’elenco è lungo e quanto riportato ne rappresenta solo una minima parte. La filosofia vegana ci spinge, in un concatenarsi di conseguenze, ad allargare sempre più il cerchio della nostra considerazione morale e a comprendere ogni situazione di sfruttamento, anche in ambito umano. Dunque il lavoro che ciascuno di noi deve compiere, cresce di pari passo con la consapevolezza acquisita. Non credo che esista una tabella di marcia che possa essere condivisa da tutti (e non dovrebbe nemmeno esistere), certamente però la filosofia vegana indica una direzione ben precisa che ciascuno di noi può intraprendere con proprie modalità. In ogni caso si tratta di un percorso divergente – “altro” – e inconciliabile con quello che la società specista umana sta proponendo.

4. Un’altra tendenza che sembra emergere in questi anni è quella dello strutturarsi di organizzazioni medio grandi a livello nazionale, grazie a donazioni e al lavoro volontario di persone sul territorio, con un approccio gradualista e in alcuni casi welfarista. Alcuni gruppi si definiscono anche apolitici o comunque aperti a persone di tutti gli orientamenti (quindi inclusi i sostenitori di politiche xenofobiche, omo/transfobiche, ecc …). Qual è la tua percezione della situazione?

Da diversi anni ormai si assiste ad una sorta di spostamento dell’attivismo in favore degli Animali su binari che potremmo definire legalisti e istituzionali, con un conseguente abbandono delle istanze più radicali. Molti gruppi che in passato operavano mediante un approccio radicale e spiccatamente “militante”, nel tempo si sono trasformati in forme legali di associazionismo che propongono una versione mitigata se non addirittura edulcorata della questione animale, fino ad arrivare a posizioni welfariste. Altri, soprattutto negli anni recenti, sono nati già con questa impostazione. Non voglio far nomi perché non servirebbe e perché il problema è sotto gli occhi di tutti, infatti questo mio sentire ritengo sia lo stesso di molte altre persone umane antispeciste, in particolar modo di coloro che militano nell’ambito della liberazione animale da molti anni.
I motivi di questa trasformazione (sarebbe meglio però definirla come una involuzione) sono di varia natura e penso che dovrebbero essere le stesse associazioni direttamente interessate a esporli. Ciò che mi sento di affermare però è che, probabilmente, si è trattato di una vera e propria deviazione strategica – rispetto al passato – in favore di argomenti che sono senza dubbio meno conflittuali, maggiormente condivisibili e più facili da assimilare da parte del grande pubblico, che da sempre non ama le posizioni troppo radicali. Da ciò deriva anche il grande successo nella raccolta fondi che tali associazioni stanno ottenendo. Il famoso concetto della “gabbia vuota” è senza dubbio molto più ostico e problematico rispetto a quello della “gabbia più grande”, o della “gabbia vuota” se e quando la legge e l’industria lo vorranno, con questo non intendo dire che le associazioni di cui sopra abbiano completamente abbandonato l’ambito della liberazione animale, ma non ritengo che seguano i principi che costituiscono i fondamenti dell’antispecismo, dunque stiamo parlando di lotte sostanzialmente diverse. Il problema dell’apoliticità in ambito vegano e antispecista è serio e deriva da una errata interpretazione di ciò che è politico. Oggigiorno il concetto di “politica” ha assunto una valenza chiaramente negativa, perché è considerato sinonimo di corruzione e perché viene confuso per mero partitismo, ossia (come recita l’Enciclopedia Treccani) la “tendenza a risolvere nell’ambito dei partiti i problemi della vita politica dello Stato, al di sopra e al di fuori delle istituzioni rappresentative democratiche”. Ma la politica non è partitismo, è (sempre citando la Treccani) “il complesso delle attività che si riferiscono alla ‘vita pubblica’ e agli ‘affari pubblici’ di una determinata comunità […]”. Dunque ogni singolo individuo umano che desidera un cambiamento nella società in cui vive e che agisce di conseguenza, fa politica. Ogni sua posizione e ogni suo gesto sono politici: il rifiutarsi di sfruttare, dominare e uccidere gli Animali è un chiaro atteggiamento politico. Allora per quale motivo determinati gruppi che si definiscono vegani, antispecisti o anche solo animalisti si definiscono “apolitici”? Probabilmente intendono semplicemente affermare di essere “apartitici”, o (molto) probabilmente non sanno ciò che stanno affermando, o peggio ancora utilizzano un concetto chiaramente mal interpretato, per permettere a determinate ideologie totalmente estranee al veganismo e all’antispecismo, di farsi strada.
La lotta per la liberazione animale intende (fortemente e convintamente) cambiare la società umana attuale in favore di una nuova società più giusta, compassionevole e nonviolenta, essa pertanto è prettamente una lotta politica. Per quanto concerne il problema della presenza di posizioni fasciste, razziste, xenofobe, omo/transfobiche e via discorrendo all’interno del variegato movimento per la liberazione animale, il discorso è complicato e necessiterebbe di una trattazione apposita, mi limito quindi a rimandare chi legge agli articoli sull’argomento pubblicati negli anni su Veganzetta.org e su Manifestoantispecista.org.

5. Su cosa stai lavorando attualmente? C’è qualche progetto del quale vuoi parlarci?

In questo periodo sto lavorando ad una versione in spagnolo del libro “Proposte per un Manifesto antispecista” che spero di poter pubblicare quanto prima, e alla riedizione di alcuni scritti che pubblicai qualche anno fa e che vorrei recuperare e riproporre. Il tutto sempre affiancato al lavoro di informazione e divulgazione che svolgo ormai da tredici anni con Veganzetta.

Link breve di questa pagina: https://www.veganzetta.org/HNBzn

2 Commenti

  1. Avatar Paola Re ha scritto:

    Bravissimo Adriano.
    A chi non abbia ancora letto “Disobbedienza vegana”, lo consiglio vivamente.

    21 Aprile, 2020
    Rispondi
    • Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

      Grazie cara Paola per il tuo bel commento e per il consiglio a chi legge.

      22 Aprile, 2020
      Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Servizio di notifica dei commenti: Seleziona di seguito se vuoi ricevere un avviso via email per ogni nuovo commento al testo, o per eventuali risposte a un tuo commento. In questo modo potrai agevolmente seguire la discussione senza dover tornare a far visita al sito web. Una volta effettuata l'iscrizione, potrai gestirla (modificandola o cancellandola) visitando la pagina ISCRIZIONE AI COMMENTI e seguendo le istruzioni