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Fotografia del 15 agosto 1988 scattata a San Francisco (California, U.S.A.). Keith McHenry, cofondatore di Food Not Bombs, ha dichiarato che nove membri del gruppo furono arrestati quel giorno dalla polizia, per aver distribuito cibo gratis al Golden Gate Park, violando così i codici sanitari e il regolamento del parco.  Foto di Greg Garr
Esattamente il 24 maggio di 40 anni fa prendeva vita da un piccolo gruppo di attivisti antinucleari e vegani il movimento Food Not Bombs (FNB).
Da un piccolo banchetto di persone umane pacifiche che distribuivano gratis cibo di origine vegetale recuperato nel Massachusetts (U.S.A.), si è arrivati a ben 1000 gruppi attivi in 65 Paesi in tutto il mondo. In questi anni il movimento ha distribuito enormi quantità di cibo vegetale recuperato (che altrimenti sarebbe andato perso) a senzatetto, persone umane in difficoltà e semplici cittadini secondo il motto “il cibo è un diritto, non un privilegio”, ciò avendo cura di non contribuire in alcun modo allo sfruttamento animale per fini alimentari, coerentemente con la filosofia vegana. Un risultato enorme e di grande rilevanza.

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Brent Stirton - periferia di Guangzhou, Cina: Pangolino che cerca di sfuggire al macellaio - WPP 2020 Natura, Storie, 2° premio

Quando Brent Stirton realizzò il suo reportage tra Cina e Africa sul Pangolino, aveva in mente solo parzialmente l’idea di parlare anche di una possibile zoonosi di Coronavirus. Principalmente era infatti interessato a mostrare il terribile declino di questa specie animale a causa del consumo alimentare e della crescente richiesta per la medicina tradizionale. Ora che il World Press Photo 2020 ha premiato Stirton con il secondo premio della sezione Nature, questa fotografia è diventata un simbolo non solo della strage dei Pangolini, ma anche della pandemia che ci ha travolto.

Animalismo Notizie dal mondo Storie



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Covid-19
Da quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato il nuovo Coronavirus (Covid-19 o SARS-CoV-2) una pandemia, in pratica non esiste un continente che non sia stato interessato dalla sua presenza. Con il crescere del contagio, sono cresciute le emergenze sanitarie e diminuite le libertà individuali e collettive, fino a giungere a situazioni giustamente paragonate agli scenari immaginati nei romanzi distopici di Orwell, Huxley o Bradbury. I media fanno a gara nello snocciolare dati, tendenze, curve ascendenti e discendenti di contagi, raggiungimento di picchi ed elenchi di decessi; scienziati e esperti nelle più svariate discipline si affannano a fornire pareri su come uscire (più o meno indenni) dalla pandemia, su come dovremmo condurre gli interventi necessari a contrastarla e le modalità per convivere con il virus. Tutti si concentrano sul come arginare il dilagare di Covid-19, nessuno o quasi si interroga sul perché questo virus abbia colpito così duramente la nostra specie: ora non c’è tempo, dopo non ci sarà più la voglia di farlo.

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Survivors

Con l’avanzata mondiale di COVID-19 tornano in auge film e serie TV che tracciano scenari distopici post-apocalittici, causati da pandemie che colpiscono la nostra specie. Una di queste serie è molto famosa, risale addirittura agli anni ’70 del secolo scorso e ce ne parla Tamara Sandrin in un suo articolo. La serie in italiano è conosciuta come “I sopravvissuti” e propone un’ipotesi inquietante su ciò che potrebbe diventare una società umana scampata a un virus letale. Nella serie in questione, in estrema sintesi, si sostiene che non solo la nostra specie potrebbe non imparare nulla da un evento come una pandemia provocata dalla distruzione della Natura, ma addirittura potrebbe cercare di riorganizzare una società secondo modalità anche peggiori rispetto a quelle già conosciute.

Survivors

fonte: https://cavegan.wordpress.com/2020/03/18/survivors

Ovvio e scontato, oggi, parlare di Survivors1 (serie inglese degli anni ’70 creata da Terry Nation), ma vorrei proporre delle riflessioni, amare, che la serie ha da sempre suscitato in me e che ora sento vive e pressanti, oltreché attuali.

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