L’Elefantessa Happy è una “cosa”


Si legge in circa:
3 minuti

l'Elefantessa Happy

La Corte di Appello dello Stato di New York si è espressa il 14 giugno sul caso dell’Elefantessa Happy sollevato dall’associazione animalista Nonhuman Rights Project che ne chiedeva la liberazione dal serraglio dove è imprigionata da anni e in solitudine nello zoo del Bronx, e lo spostamento in un rifugio per Animali selvatici. La Nonhuman Rights Project aveva chiesto di considerare Happy una “persona giuridica” dunque un individuo con diritti legali e morali tutelati dalla legge degli Stati Uniti d’America. La Corte di Appello ha però deciso che Happy non è una persona giuridica, di conseguenza continuerà a rimanere una proprietà della Wildlife Conservation Society che gestisce lo zoo del Bronx.
Nella maggior parte dei Paesi del mondo la legge prevede solitamente due entità giuridiche: le “persone” e le “cose”. Non sono contemplate altre definizioni. Mentre le persone (quelle fisiche e le società) hanno dei diritti, le cose sono solo degli oggetti che al limite possono o meno essere posseduti. Dal punto di vista della legge dei Paesi anglosassoni, tra i diritti delle persone (umane) c’è anche l’habeas corpus, che tutela l’inviolabilità personale ed evita che si verifichino delle reclusioni senza una giusta e chiara motivazione legale. Nonhuman Rights Project afferma che Happy è una persona (non umana) perché è un essere senziente e anche in virtù del fatto che lei (con altre due Elefantesse) nel 2005 dimostrò, in un esperimento condotto dall’etologo cognitivo Joshua Plotnik, di riconoscere la propria immagine in uno specchio, cosa che si pensava potessero fare solo i Primati, i Delfini, i Cavalli, le Orche e le Gazze. Dunque Happy ha consapevolezza di sé, quindi non è un oggetto ma un soggetto di diritto, portatore di interessi che devono essere riconosciuti e rispettati (tra i quali quello a non subire una reclusione ingiusta, ossia l’habeas corpus).
Le sette persone umane della Corte di Appello dello Stato di New York hanno invece deciso a maggioranza (cinque su sette) che Happy non può avere gli stessi diritti dei soggetti umani; la giudice Janet DiFiore ha dichiarato che «nessuno mette in dubbio le notevoli capacità degli elefanti», ma che «non accogliamo l’argomentazione della parte secondo cui avrebbe diritto di chiedere l’habeas corpus per conto di Happy», dato che si tratta di uno strumento giuridico atto a «garantire i diritti di esseri umani imprigionati illegalmente, non i diritti di animali non umani». Pertanto per esclusione Happy non potendo essere ciò che in realtà è (ossia una persona non umana), semplicemente per la legge rimane un oggetto, una “cosa” che può essere posseduta, venduta, comprata e utilizzata.
Questo è l’ennesimo tentativo fallito di far riconoscere giuridicamente i diritti degli Animali da un tribunale, la stessa Nonhuman Rights Project ci aveva già provato in passato con gli Scimpanzé Kiko e Tommy con lo stesso risultato. È vero che in seno alla Corte c’è stata una spaccatura e due membri hanno votato a favore di Happy, è anche vero che la giudice Jenny Rivera, che si era espressa in favore dello status di “persona” per Happy, ha dichiatato che «la sua cattività è intrinsecamente ingiusta e disumana. È un affronto alla società civile e per ogni giorno in cui resta prigioniera anche noi perdiamo qualcosa», ma la motivazione di questa decisione è potente, logica e ben chiara, solo le associazioni animaliste paiono non vederla.
Ammettere che Happy è una persona non umana, con sentimenti, volontà, aspirazioni, diritti, costituirebbe un precedente, farebbe come si suol dire giurisprudenza e aprirebbe le porte ad azioni legali future in favore dei diritti fondamentali degli Animali in quanto persone, infliggendo un duro colpo all’impostazione specista che caratterizza società umana contemporanea. Nel 2018 in Orengon, durante un caso simile che riguardava un Cavallo, il giurista Richard Cupp aveva dichiarato sulla questione: «un caso che potrebbe portare miliardi di altri animali in tribunale sarebbe un disastro. Una volta che ammetti che un cavallo, un cane o un gatto possono sporgere denuncia per aver subito degli abusi, si arriva in un attimo alla considerazione che una “persona” non può essere mangiata». Cupp a chiare lettere evidenzia la motivazione fondamentale per cui Happy e tutti gli altri Animali, non potranno mai essere considerati persone non umane in un tribunale specista umano, a meno che non si continuino a operare le consuete e ipocrite distinzioni speciste, privilegiando alcune specie animali a discapito di altre che dovranno rimanere semplicemente oggetti da sfruttare o carne da macello.

Adriano Fragano


Nella fotografia in apertura: Happy. Foto di Gigi Glendinning, fonte Nonhuman Rights Project

2 Commenti
  1. Claudio ha scritto:

    L’unico diritto concesso agli animali non umani è quello di vivere al nostro servizio in condizioni reputate dignitose (dalla specie dominante).
    Guai a considerarli portatori di diritti o degni di considerazione morale.
    Equivarrebbe a sovvertire l’ordine dominante, sarebbe catastrofico.

    22 Giugno, 2022
    Rispondi
    • Veganzetta ha scritto:

      “Equivarrebbe a sovvertire l’ordine dominante, sarebbe catastrofico”.

      Caro Claudio è esattamente questo il punto focale, è proprio per questo che coloro che continuano a rivolgersi alla “giustizia” umana come istituzione non intendono vedere. Non ci potrà mai essere una reale giustizia per gli Animali, perché se così fosse crollerebbe l’intero impianto su cui si basa la nostra società.
      Il messaggio antispecista ha una carica dirompente, spesso non compresa. Una carica che deriva dal fatto che dare la libertà a cui ha diritto ad un Animale, significa scardinare millenni di ingiustizie perpetrate contro gli altri per poter erigere la nostra “civiltà”. Eppure la liberazione animale è e rimane inevitabile.

      23 Giugno, 2022
      Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.