Veganismo un tanto al chilo


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Molti grandi geni pensavano “veggie” anche Leonardo da Vinci.

Questa è la scritta che campeggia a caratteri cubitali in una nuova pubblicità su megacartelloni che si può incontrare percorrendo le strade di alcune città del Veneto in questi giorni.
La pubblicità commerciale – a cura di Despar, Eurospar e Interspar, marchi del gruppo internazionale austriaco SPAR – si presenta così al pubblico per proporre una nuova linea di prodotti vegetariani e vegani (come se si trattasse della stessa cosa) che prende il nome di “Despar veggie“.
Un’idea geniale, il veggie che piace a tutti“, così recita il testo introduttivo alla linea sulle pagine del sito web Despar.it: in particolare con riferimento al bollino che ne contraddistingue i prodotti, si afferma che “Despar garantisce che in questo prodotto viene rispettata una filosofia e uno stile di vita bene preciso, improntato al massimo rispetto etico verso il mondo animale“. Gran bella frase ad effetto, perlomeno Despar dimostra di aver ben compreso, al contrario di molte persone umane vegane, che c’è differenza tra una filosofia e uno stile di vita.
Che Leonardo da Vinci fosse un genio è chiaramente fuori di discussione, che avesse grande rispetto, empatia e compassione per gli Animali è altresì noto, che quindi la sua figura sia stata usata – insieme a quella di altre figure illustri come il Mahatma Gandhi, Richard Wagner e Albert Einstein – per pubblicizzare una linea commerciale di prodotti vegetariani e vegan da un importante gruppo della GDO (Grande Distribuzione Organizzata), non è certo geniale, ma sicuramente furbo.
Se alcuni grandi geni dell’umanità pensavano “veggie” (neologismo orribile utile però ad accomunare vegetariani, vegani e le mille altre varianti con più o meno senso, per creare una nuova categoria sociale e di consumatori), perché non dovremmo farlo anche noi semplici mortali, magari comprando i prodotti suggeriti?
Despar attua un’operazione semplice in sé, ma di indubbia efficacia: utilizza un’istanza etica – parla chiaramente di un’idea – come quella vegana, per trasformarla in un’esigenza consumistica alla quale risponde con un’offerta commerciale. Un’idea rivoluzionaria come quella vegana che prevede – mediante una coerente pratica quotidiana – il rifiuto palese di sfruttare gli Animali, diviene oggetto di marketing: si trasforma da denuncia, in una richiesta di beni e servizi di un ben determinata e caratterizzata tipologia di consumatori (definiti etici), che hanno il diritto di essere riconosciuti, rispettati e accontentati dalla Grande Distribuzione Organizzata (ma più in generale dal comparto produttivo, terziario e commerciale) mediante l’offerta sempre più specializzata e ricca di prodotti adatti alle loro necessità.
In questo modo la persona umana vegana che acquista prodotti vegani appositamente creati per lei, in estrema sintesi baratta (o svende?) un’ideologia per acquistare un ruolo consumistico riconosciuto e accettato – perché funzionale – dalla società: quello del cliente esigente, informato e esclusivo, disposto a spendere di più per ottenere dei prodotti di nicchia.
Molti affermeranno che non c’è nulla di male in tutto ciò, che finalmente la società specista si sta accorgendo delle nostre istanze e che le sta riconoscendo anche – e soprattutto – a livello commerciale: un passo necessario verso una società umana meno ingiusta e crudele, un passo verso la comprensione e l’accettazione.
L’idea che i prodotti vegani negli esercizi commerciali siano in constante aumento e che ciò significhi la diminuzione dello sfruttamento degli Animali può risultare in prima battuta affascinante; di sicuro per chi – come il sottoscritto – ha abbracciato la filosofia vegana da molti anni, non essere più considerato uno squilibrato o un alieno è egoisticamente perlomeno confortante, ma ai fini pratici il concetto di “riduzione della crudeltà” è tragicamente sbagliato e fuorviante: la schiavitù animale è paradigmatica e sistemica, è dentro la nostra cultura, la nostra educazione, la visione del mondo che ci viene insegnata e la nostra società; non possono esistere pertanto prodotti veramente “etici” e men che meno cruelty free, perché a riempire gli scaffali dei negozi di prodotti vegani non è la convinzione che ciò sia giusto, etico e compassionevole, ma che sia vantaggioso economicamente, di conseguenza il concetto di sfruttamento e dominio che sottende al processo di produzione di detti prodotti rimane del tutto intatto e anzi si rafforza.
Nella realtà quindi un passo c’è ma è verso l’omologazione. Il mercato ci osserva, ci analizza, ci classifica e reagisce con una gamma di prodotti e servizi adeguati alle nostre esigenze. Noi dal canto nostro siamo chiamati a rispondere, ad assumere il ruolo conferitoci e a divenire parte attiva del ciclo produttivo e consumistico: a entrare nella nostra casella. Potrebbe essere una sorta di pacifica integrazione, se non fosse per il fatto che si tratta di una fagocitosi: il sistema capitalistico iperconsumista ha ben compreso la potenzialità economica che l’idea vegana – privata di ogni caratteristica eversiva e culturalmente destabilizzante – rappresenta e ha operato uno slittamento ideologico dalla questione animale al diritto del consumatore vegano. Le proposte commerciali come quella della Despar, non sono altro che offerte per il soddisfacimento di un’esigenza consumistica che è solo nostra (in quanto vegani), ma il veganismo nel suo pensiero originale – non edulcorato o stravolto come lo si può conoscere ai nostri giorni – si cura dei diritti fondamentali degli Animali e del rispetto del Pianeta tutto, non certo delle persone vegane in quanto consumatrici capaci di far girare meglio l’economia. Aderire alla filosofia vegana significa lottare per il diritto fondamentale alla vita altrui, non per un nostro interesse o il soddisfacimento di nostre voglie.
Un veganismo consumista è solamente autoreferenzialità e in definitiva ricade di nuovo nella visione antropocentrica della società umana: non siamo noi ad aver diritto di trovare prodotti vegani sugli scaffali dei negozi (e non dovremmo chiedere a nessuno tali diritti), ma gli Animali a vivere liberi dalla crudeltà e dalla schiavitù. Bisogna evidenziare, inoltre, che un veganismo ridotto a mero fenomeno consumista o di costume, abbandona ogni velleità politica e si riduce a una delle varianti comportamentali previste e accettate – perché non conflittuali e problematiche – dalla società contemporanea che di sicuro in un prossimo futuro ne riconoscerà i diritti, proprio per concludere il lavoro d’istituzionalizzazione che è già in corso. Insomma essere vegan significa già, e lo significherà sempre più, divenire una delle numerose minoranze parte integrante della società globalizzata e chiunque di noi avrà il diritto di mangiare cibo vegano o di vivere secondo lo stile di vita vegano, a patto che gli altri siano liberi di continuare a vivere come desiderano. Ciò ci permetterà di avere una coscienza più leggera, ma accettare l’idea che ciascuno sia libero – in quanto Umano – di causare sofferenza e morte agli Animali a causa delle proprie abitudini, come noi siamo liberi di decidere (bontà nostra) di non sfruttarli, è già di per se una sconfitta totale e definitiva.
Accettare e – peggio – avallare entusiasticamente queste iniziative commerciali equivale al non aver compreso minimamente che la pratica vegana può solo essere un’obiezione di coscienza tesa a criticare fortemente un sistema sociale, economico e politico che fonda la propria sopravvivenza sullo sfruttamento e sul dominio dei più deboli, a partire dai non umani.
Riempire il carrello della spesa di prodotti vegani è un abdicare alle lusinghe del mercato, rinunciare alla caratteristica rivendicativa della pratica vegana, abbandonare il suo messaggio anti-sistema in favore di una placida collaborazione e adesione nella speranza che la massa – acritica e per questo innocua – delle persone umane vegane aumenti a dismisura. Ciò, però, non aiuterà di certo gli Animali, perché il nostro ruolo sarà né più né meno quello di nutrire lo stesso sistema che li schiavizza e che continuerà a farlo anche grazie al nostro apporto e al nostro denaro convertendo una visione rivoluzionaria in un’opzione culinaria o in uno stile di vita di tendenza che fa gola al mercato e che vale ad oggi ben 320 milioni di euro, così perlomeno afferma Il Corriere della Sera in un articolo dal titolo che la dice lunga sulla questione: “Quanto valgono vegetariani e vegani?
Nello stesso tra l’altro si legge:

Le aziende dell’alimentare cavalcano l’onda. Findus ha lanciato gli hamburger vegetariani. Caso sorprendente è quello di Granarolo. Il gruppo, guidato da un consorzio di un migliaio di allevatori, è sinonimo di latte. Poco dovrebbe avere a che fare con il mondo veg. Invece… «L’anno scorso abbiamo lanciato la linea Granarolo vegetale (bevande a base di soia, riso, mandorla) e in nove mesi abbiamo fatturato per 14 milioni. Molto oltre le attese», dice il presidente Gianpiero Calzolari. Gli affari hanno fatto il miracolo e gli allevatori si convertono. «A marzo lanceremo burger, polpette e piatti pronti a base 100% vegetale», annuncia Calzolari.

Quanto affermato è una delle dimostrazioni lampanti di come sia impossibile considerare un prodotto industriale cruelty free, ma gli esempi potrebbero essere numerosissimi: ciò perché è assurdo chiedere a un sistema violento di autocorreggersi rischiando di minare le proprie fondamenta, per di più chiedendolo a suon di quattrini.

Ci è rimasto un briciolo di consapevolezza e vogliamo evitare di vendere l’idea vegana un tanto al chilo?
Qualora non fosse già troppo tardi – e vi sono fondati motivi per pensarlo – per prima cosa dovremmo smettere con l’atteggiamento da “happy vegan“, felici di essere finalmente considerati interessanti ottenendo l’elargizione di uno spazio, uno scaffale o una corsia di prodotti ad hoc nei negozi: di essere considerati in buona sostanza degli stupidi.
Facile a dirsi! Si potrebbe rispondere, ma chi era vegano 10, 15 o 20 anni fa – e che continua a esserlo tutt’ora – ha potuto condurre un’esistenza dignitosa anche senza prodotti creati appositamente e anzi – forse proprio perché ignorato dalla società dei consumi – ha potuto probabilmente esercitare con maggiore facilità e efficacia la giusta attività di critica alla società del consumo e del dominio, tessendo relazioni e avviando progetti virtuosi che dovrebbero essere le vere e uniche strade percorribili da chi lotta seriamente per la liberazione animale: l’autoproduzione (a qualsiasi livello e in qualsiasi modo mediante orti privati, collettivi, pubblici o urbani), i GASV (Gruppi di Acquisto Solidale Vegani), l’acquisto in piccole realtà produttive locali vegane, mercatini solidali, il recupero di cibo “scartato” o non più considerato commerciabile (skipping o accordi con esercizi commerciali o banchi dei mercati), l’utilizzo di prodotti semplici e grezzi, freschi, di stagione, non lavorati e locali ecc..

Insomma il veganismo si propone – e deve continuare a proporsi sempre più – come idea conflittuale nei confronti del capitalismo e al contempo suggerire delle opportunità pratiche sostitutive al consumismo che sono numerose e varie, con ciò non s’intende dire che d’un tratto si debbano abbandonare in toto abitudini sedimentate da anni, ma l’intento dovrebbe essere un graduale e sicuro allontanamento. Il veganismo dovrebbe essere realmente una pratica di rottura in vista della fondazione di una nuova società umana meno crudele e non un tanto entusiastico quanto irresponsabile e rovinoso adeguamento alla società del dominio, come sta accadendo.

Adriano Fragano

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/Xn9tN

65 Commenti

  1. Costruiscono una nicchia, ti ci mettono ben bene dentro, e tu contento di starci: questa è la base del depauperamento della dignità; in questo caso della dignità Umana, mentre quella Animale non è mai stata riconosciuta. Dare il “contentino” è da sempre l’arma migliore per zittire qualsiasi fazione che possa minare la sicurezza di un sistema, quindi, in primo luogo BOICOTTAGGIO!!! Bisogna boicottare la GDO a partire da ieri, ritornare alla bottega di paese; criticare aspramente qualsiasi sfruttamento e, in primis, non aver alcuna tolleranza per chi continua imperterrito ad essere in prima linea nello sfruttamento animale, e fa dello sfruttamento del lavoro umano l’asse portante della sua politica aziendale. Questa è la GDO: parassiti della società.

    10 febbraio, 2016
    Rispondi
    • Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

      Ciao Roberto,
      Di sicuro il boicottaggio è una delle soluzioni, ma ciò che davvero è necessario è trovare e proporre delle alternative valide, delle vie percorribili che non siano solo protesta, ma che diventino proposta e possano fornire una via “di fuga” a ciò che la società consumistica ci propone.
      Anche le botteghe di paese ormai seguono la logica della GDO e spesso hanno i medesimi prodotti della GDO. Serve che si avvii una grande campagna di autoproduzione perché ciascuno di noi possa prodursi almeno in parte il cibo di cui ha bisogno, servono scambi di saperi e di conoscenze, costruzioni di reti e di rapporti che ci permettano di reinterpretare i nostri bisogni in chiave sobria e sostenibile.
      Se non è possibile “sganciarci” ora e subito da quanto conosciamo, è di sicuro possibile intraprendere un cammino critico di pratiche sostenibili e utili per tutte/i.
      Molto spesso abbiamo già diversi strumenti per operare, anche nella nostra quotidianità, ma non dedichiamo un briciolo del nostro tempo a crearci il cibo di cui abbiamo bisogno e demandiamo il tutto agli altri.

      11 febbraio, 2016
      Rispondi
  2. Fernando Boccia ha scritto:

    Grazie Adriano mi trovo perfettamente d’accordo con il tuo discorso, sono vegan da circa 6 anni e penso che la soluzione sia nell’autoproduzione, a volte compro nei centri commerciali dei prodotti vegan (piu’ che altro per invogliare mia figlia di 9 anni a mangiare cose vegan !!!) ma di solito mi autoproduco la maggior parte delle cose che mangio (peccato che abito a Modena e quindi il clima e il poco spazio a disposizione non consentono un discorso di autoproduzione di verdure e frutta come vorrei io !!!).
    Vegan non significa non mangiare dolore e/o sofferenza ma significa combattere quello che è alla base di quel dolore e di quella sofferenza !!! Non è solo mangiare soia ma far capire a chi te lo chiede il perchè non si debba consumare il latte vaccino oppure la carne o il pesce o tutti i derivati di origine animale.
    E’ ovvio che egoisticamente come dici tu, siamo contenti di trovare delle cose belle che pronte nei supermercati ma comprare del latte di soia della grana*olo NON SE NE PARLA PROPRIO !!! Come non comprerei mai dei panini vegan in Auto*rill e cosi’ via !!!!

    10 febbraio, 2016
    Rispondi
    • Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

      Grazie Fernando per questa tua interessante testimonianza.
      A Modena ci sono delle realtà locali che si occupano spesso di queste questioni, informati e partecipa perché l’unione fa la forza.
      In ogni caso l’esempio della Granarolo è l’estremizzazione del concetto di sfruttamento commerciale del “fenomeno vegan”: chi causa morte e sofferenza degli Animali per motivi commerciali si arricchisce anche grazie ai soldi di chi vorrebbe che tutto ciò cessasse. Bisogna però pensare che anche le aziende che si dedicano solo a prodotti di origine vegetale si rendono responsabili di enormi distruzioni e sofferenze, basti pensare a quanto impattano la soia e l’olio di palma sul Pianeta e sugli Animali. Ma una domanda sorge spontanea: abbiamo davvero bisogno di soia e di olio di palma per vivere? Non ci si potrebbe limitare a prodotti locali, freschi, stagionali coltivati da chi conosciamo? Quando non esisteva il veggie burger o il granulato di soia le persone vegane come facevano a vivere? Come vedi siamo anche noi abbagliati dal consumismo che ci pervade.

      11 febbraio, 2016
      Rispondi
  3. Paola Re ha scritto:

    Conoscevo già questa foto e quando l’ho vista mi è nato spontaneamente un sorriso quindi non trovo giusto tradire una spontaneità perché è comunque una virtù. Leonardo conciato così è buffo e a me ispira tenerezza; considerato che è uno dei personaggi storici che amo, la pubblicità mi è piaciuta.
    L’analisi profonda che hai fatto tu è ben ponderata e purtroppo è veritiera. E’ una pubblicità furba, come lo è quasi tutta la pubblicità.
    Scrivere contro i supermercati su Veganzetta (con il sottotitolo che ha sulla home page!) è come sparare sull’ambulanza in corsa…
    Sono d’accordo con te: “veggie” è un termine da bandire. Non mi piace neppure che sia usato per l’arcinoto “Veggie pride”. Chi è vegetariano/a è altra cosa rispetto a chi è vegan: bisogna sempre ricordarlo per non mancare di rispetto agli animali “da latte” e “da uova” che come tutti quelli “da carne” finiscono al macello, dopo una vita addirittura peggiore di quella degli animali soltanto “da carne”.
    Il problema che sorge dopo avere letto l’articolo è quello del “dobbiamo pur mangiare”. Se una persona è vegan si preoccupa di trovare prodotti vegan. E’ dura convincerla a essere attenta a certi prodotti vegan che sono comunque il risultato di uno sfruttamento. Mangiare vegan in certi posti che sono la bandiera dello sfruttamento è pazzesco eppure c’è chi lo fa pensando di fare bene: l’importante è far capire che la richiesta vegan è in crescita!
    Comprare vegan nei supermercati è un’altra spinosa questione. Mi sento coinvolta da questa pubblicità di DESPAR perché io compro almeno una volta alla settimana nei supermercati (colpa o merito dei buoni pasto elargiti dal posto di lavoro e accettati nei supermercati). Anche nel caso dei supermercati, so di portare i soldi in un posto che è una sorta di cimitero di animali: certe corsie sono inguardabili e invivibili. Qualche anno fa c’era minore varietà vegan rispetto a oggi e, un po’ per pigrizia un po’ per incapacità, certe cose a casa non le cucinavo mai. E’ innegabile che la situazione “mangereccia” sia migliorata ed è innegabile che mangiare bene sia un piacere.
    La fase in cui siamo adesso è quella in cui alla vendita dei prodotti vegan della GDO è riservato ancora un posto minoritario, sebbene in crescita, quindi si fatica ancora a fare una scelta su quali posti siano da evitare: in qualsiasi supermercato si entri, si trovano prodotti vegan e lì si acquistano. In un futuro forse completamente vegan, è chiaro che, se per produrre cibo non si sfrutteranno più gli animali, si sfrutteranno in modo scriteriato i vegetali. Avremo un ambiente vegetale massacrato con qualsiasi espediente atto a produrre di più a minor costo. Lo sfruttamento della manodopera umana sarà tale e quale a quello di adesso. Il sistema non cambierà mai: resterà capitalistico e iperconsumista. Su questo sono pessimista, al limite del catastrofico.
    La fase in cui siamo adesso è quella in cui si chiede di avere il “diritto di trovare prodotti vegan” nei luoghi di ristorazione e nei negozi alimentari ma chi è antispecista, oltre che vegan, sa che il diritto su cui concentrarsi è quello della vita degli animali non del nostro palato.
    Una cosa su cui mi trovo un po’ spiazzata è “Riempire il carrello della spesa di prodotti vegani è un abdicare alle lusinghe del mercato”. Non sono affetta da shopping compulsivo ma nel mio carrello ci sono solo prodotti vegan. Che cosa posso fare altrimenti? I prodotti di certe aziende come quelle citate non entrano nel mio carrello ma resta il fatto che i prodotti vegan che acquisto al supermercato sono di grandi aziende. Alcuni hanno il marchio cruelty free, la certificazione ICEA, sono fairtrade, bio… insomma… cerco di fare attenzione a parecchie cose. Nonostante tutto ciò, il supermercato non mi mette affatto a mio agio. La domanda è secca: non bisogna più acquistare nei supermercati?

    11 febbraio, 2016
    Rispondi
  4. Paolo Rosazza ha scritto:

    Sono in perfetta sintonia con l’analisi spietata sulle proposte alimentari alternative della grande distribuzione.
    Sarebbe una pura illusione pensare che il Potere si traformi in qualcosa di meno truculento e più umano.
    Basta come sempre saper vedere le cose dall’ altra parte e fare funzionare il cranio in autonomia totale.
    Niente è come sembra.
    PaoloRP.

    12 febbraio, 2016
    Rispondi
  5. Matteo ha scritto:

    Concordo. Tuttavia, detta grossolanamente, non dovremmo nemmeno entrare nei supermercati perche’ vendono anche prodotti per carnivori.

    14 febbraio, 2016
    Rispondi
    • Paola Re ha scritto:

      Caro Matteo, hai detto bene “grossolanamente”… Lo dico pure io ma poi vedo che non è semplice indirizzare la nostra spesa in luoghi completamente cruelty free, vuoi per ragioni economiche, vuoi per ragioni logistiche, alla fine ci infiliamo sempre nei supermercati. Anche l’autoproduzione non è sempre facile. Ho l’impressione che la grande distribuzione non scomparirà mai e cerco di guardare il bicchiere mezzo pieno cogliendonone i miglioramenti, anche se sappiamo che servirebbe un cambiamento radicale, ovviamente dal basso e dal profondo, proprio dove stanno le radici dello sfruttamento.

      14 febbraio, 2016
      Rispondi
  6. Roberto Contestabile ha scritto:

    Non è un etica giusta e sincera quella che permette ai vegan-trendy dell’ultimo minuto l’acquisto di questi prodotti, ovvero articoli “veganizzati” che fanno solo ingrassare le casse della grande distribuzione responsabile insieme alle multinazionali del cibo di ogni tragica devastazione ambientale ed animale. Mai e poi mai una persona dalla coscienza pura e sana dovrebbe comprare una polpetta o un affettato veg. L’unico scopo di queste grandi insegne ipocrite è quello di costringere altri consumatori a scegliere prodotti insignificanti, disgustosi e poco nutrienti ma che soprattutto e purtroppo ricordano la carne vera e cruda (in aspetto visivo e nominale non certamente dai loro ingredienti che sono comunque di dubbia provenienza).
    Proprio in questi giorni una grande società distributiva nazionale sta diffondendo una campagna pubblicitaria che concede uno sconto maggiore sull’acquisto di un Agnello a pasqua. Che dire?! Quando sento parlare di gdo “sostenibile” non riesco a capire dove sia il progresso e lo sviluppo etico a favore del benessere degli Animali (perchè è di questo che si dovrebbe parlare, e non di insignificanti prodotti simil-vegetali).
    Poi c’è chi addirittura esulta sapendo che “finalmente” qualcuno nelle alte sfere del marketing si è accorto di qualche milione di consumatori che preferisce il tofu al parmigiano o il seitan al posto della salsiccia. C’è chi afferma coraggiosamente che il mondo non cambia attraverso stravolgimenti epocali ma grazie a piccoli passi che a volte sembrano insignificanti se visti al di fuori del contesto evolutivo. In che modo le polpette vegane vendute da grandi brand corporativi dovrebbero salvare tutti, sinceramente, è un vero mistero! Forse aumentando i consuntivi aziendali?! Io personalmente le polpette di verdure o il panino farcito me lo preparo da solo in casa senza neanche perdere troppo tempo. Poi se invece la sera vado al ristorante e trovo un menù vegano tanto meglio, ma di certo non sono felice nel vedere carrelli della spesa pieni di packaging-veg.
    Laddove non si riesce ad autoprodurre basta acquistare responsabilmente ortofrutta fresca meglio se biologica e possibilmente da produzioni locali, non certamente da insegne della gdo che schiavizzano i dipendenti tramite orari di lavoro massacranti e paghe irrisorie, soprattutto vendendo prodotti che non ha nulla da condividere con l’etica vegana. Non è che adesso nominando tutto con la V o VEG o VEGAN gli Animali smettono di soffrire. Il concetto deve essere chiaro e il più possibile condiviso da tutti. Che poi si voglia creare un mercato parallelo (ed era ovvio che accadesse) al consumismo attuale…lo si faccia pure, ma questo non contribuisce a nulla anzi crea solo tanta confusione, la gente acquista questi prodotti inconsapevolmente ma non sa nulla di genocidio animale, e magari continua a vivere in maniera totalmente contraria alla salvaguardia delle specie viventi.

    16 febbraio, 2016
    Rispondi
  7. Cori ha scritto:

    Purtroppo vorrei ricordarvi che i “luoghi cruelty free” in un sistema crudele per definizione e di fatto, non esistono da nessuna parte, nemmeno dentro di noi. Ostinarsi a crederlo e voler auto ingannarsi e illudersi a tutti i costi. Prima guardiamo in faccia a questa scomoda realtà prima abbiamo una minima possibilità di uscirne, sempre se questo sia possibile, oggi non ne sono più tanto sicura.
    Sono d’accordo con la lucida analisi dell’articolo, ed è da diverso tempo che guardo di sbiego la tendenza al “veganizzare” la realtà, intuitivamente non mi è mai piaciuta e non ho mai cantato vittoria, anzi mi da una sensazione spiacevole, quasi una sconfitta. parto dal presuposto, forse è un mio pregiudizio, che ogni qual volta un sistema competitivo e aggressivo cerca di inglobarti in se, questo sia pericoloso. Semplicemente come minoranza vieni assorbito dalla maggioranza e perciò scompari!
    Condividendo la mia esperienza personale, non ho avuto la tendenza di integrare o sostituire i prodotti che negli anni la mia coscienza ha rigettato spontaneamente. Non ho sostituito la carne di animali con la soia, il tofu, il seitan, i legumi. Il latte che non bevevo da quando avevo 10 anni con il latte vegetale o altre bevande elaborate, il formaggio con altri surrogati, le uova con l’agar agar o che ne so io.
    Ho semplicemente eliminato e semplificato, trovandomi oggi a nutrirmi prevalentemente di frutta e verdura, pochi semi e noci, pochissimi cereali, zero farine. Non ho avuto nessun tipo di mancanza, non mi sono nemmeno mai posta il problema della salute. Non entro qui in merito dell’aspetto primario che per me è quello etico, e quindi do un po per scontato che lo sia anche per voi, dagli interventi che leggo qui sopra. Non voglio dire che tutti debbano fare così, ma pensateci, quando entrate nelle botteghe piccole, nei vari negozi del biologico soprattutto quella che sta diventando una catena in tutta Italia “Natura si”, eccetto alcune singole e isolate realtà, nessuno di quei luoghi è mai stato cruelty free. Natura si , dove abito io, da sempre espone e vende latte, formaggi e uova, che siano biologiche non toglie il fatto che siano intrise di sofferenza e si basano sullo sfruttamento di individui. Inoltre hanno piazzato da molti anni, in mezzo al negozio un bancone di macelleria biologica, che atrocità! Cosa significa questo, che per andare in fondo al negozio dove stanno i vegtali devi passare davanti a quel bancone e che tutto il negozio sa di un odore sgradevole di putrefazione e sofferenza, non sono paranoica, è un dato di fatto. E’ uno sberleffo, una presa in giro, accettata all’unaminità dai consumatori di prodotti biologici compreso vegetariani e vegani. Il primo colpo sul fianco che hanno inferto al movimento vegano, la carne biologica e il latte e le uova biologiche…bella trovata! Il secondo colpo è quello di aver prodotto surrogati, prima le piccole dite biologiche, dei vari affettato di seitan/maphur/muscolo di grano, hamburger di…., wurstel di…., bistecche di…., arrosto di…., ma sentite che brutta sensazione rievoca continuamente la carne e la sofferenza animale mascherato e distorto da….
    Il terzo colpo è quello di inserire in ogni dove, supermercati, autogrill, ristoranti, pizzerie, brioches vegani, menu per vegani, la giornata del vegano, la cena vegana…non se ne può più, qui c’è qualcosa che stride. Quale sarà il quarto colpo inferto alle spalle e subdolamente? Dove si andrà a parare, non lo so.
    Siamo in un sistema che ci sta condizionando pesantemente e che fa leva sulle nostre paure inconscie, se non mangi carne, latte, uova quindi proteine animali devi sotituirle con altre proteine, soia, legumi ecc. nulla di più falso! Ci imprigionano nella cultura delle mancanze e perciò la gente continua a nutrirsi male e di conseguenza a emettere pensieri offuscati, perchè le cose sono connesse. La maggioranza cede a questo ricatto implicito e perciò i prodotti pseudo vegani, per nulla cruelty free, nocivi per la salute (basta leggere gli ingredienti), commercializzati da colossi e multinazionali totalmente in linea con il sistema di dominio, vengono accolti con entusiasmo da una grande fetta di neo vegani, meno informati, più giovani e quindi non consapevole di quello che sta a monte. Se obbietti, gli stessi vegani ti danno pure del paranoico, fanatico o altrimenti del vegano moderato, basta leggere i tanti forum di vegani che si scannano e aggrediscono tra di loro.
    Con l’aria che tira adesso, personalmente mi dissocio dall’ettichetta vegano, che ha perso ormai il suo senso profondo. Certo qualcuno potrà dirmi, ecco il 4 colpo…la dispersione, la separazione. Forse è ora di smettere di auto ettichettarsi, di restare semplicemente persone con una coscienza etica in evoluzione, responsabili e partecipi alla creazione di un mondo in cui c’è rispetto e amore per la vita.Vigili e aperti, e disposti a rovesciare un paradigma ormai obsoleto, quello del mondo del dominio e del controllo.

    17 febbraio, 2016
    Rispondi
  8. Cori ha scritto:

    Poi aggiungo un altra cosa, il problema non sta nel essere più consapevoli quando si va al ristorante, a qualche festa, a fare la spesa….secondo me rovesciare un paradigma è non fare più quello che si è fatto fino ad un secondo fa senza tuttavvia sapere cosa si farà domani. Se prima si andava al ristorante e si ordinavano le verdure al posto della carne, da adesso non si va più al ristorante, neanche a quello vegetariano o vegano. Perchè non si può cambiare un idea, un abitudine, un paradigma distruttivo cambiandogli semplicemente il colore. Ci troviamo di fronte ad un rovesciamento, nel quale il vecchio non va più bene…il nuovo ne abbiamo un vaga idea, forse…quindi bisogna avere il coraggio intanto di smettere di fare come si è sempre fatto, senza paura che tutto si sgretoli, che i negozi chiudano perchè nessuno compra più, che il denaro scompare perchè perde il suo valore e quant’altro. Non possaimo di certo continuare con i vecchi compromessi per paura di morire, dobbiamo morire, il vecchio deve morire per fare spazio al nuovo. Prima il vecchio muore prima il nuovo appare all’orizzonte.

    17 febbraio, 2016
    Rispondi
  9. Roberto Contestabile ha scritto:

    Assolutamente daccordo con Cori…un attenta e profonda analisi sull’attuale situazione consumista. Non è difficile (almeno da parte di chi è molto attento) capire che oggi ci troviamo perfettamente davanti ad una svolta epocale, e che questi anni che abbiamo davanti saranno molto importanti per decidere realmente quale direzione l’essere Umano dovrà intraprendere.

    “Vigili e aperti, e disposti a rovesciare un paradigma ormai obsoleto, quello del mondo del dominio e del controllo.”

    E’ proprio così!
    Un pericoloso miraggio appare all’orizzonte…e se si osserva bene ciò che un solo secolo di consumismo estremo ha prodotto terribilmente intorno alle nostre vite, il futuro stesso mai potrà essere così maledettamente progredito da temere una catastrofe imminente! L’essere Umano deve indubbiamente soccombere di fronte a tutte queste atrocità, e l’incoscienza media che invade tutto non prefigge nulla di buono. Il veganismo inteso come presa di coscienza etica può essere una speranza per la salvaguardia di tutte le specie viventi. Ma come pensare che questo sogno possa sopravvivere in una società del dominio, dell’egoismo e della soddisfazione personale?
    Il vero ed autentico passo in avanti deve per obbligo e dovere lasciar spazio ad una decrescita, non ci sono alternative. Il progresso forzato e la crescita infinita stanno uccidendo tutto e tutti.

    17 febbraio, 2016
    Rispondi
  10. paola ha scritto:

    si Cori, sono d’accordo con te l’animale umano è il più terribile e perverso, immagino spesso che se non fosse mai comparso o si fosse estinto gli altri animali avrebbero avuto un’esistenza sicuramente più degna di questo nome.mi ricordo che già negli anni 70, si parlava di “limiti” dello sviluppo, quanta utopia, e speranza allora! purtroppo per tutti noi e per Animali, vittime inconsapevoli, i limiti sono sempre più un un miraggio, lo sviluppo è infinito e ci sta divorando, gli Animali sono in fondo il primo e l’ultimo anello di questa catena che ha come panorama il degrado esistenziale. è una lotta impari, siamo impotenti ma abbiamo ancora vivo in noi il desiderio di difendere, l’animale, il bambino , il vecchio, il migrante, chi vive per strada senza casa e lavoro, ci proviamo almeno tutti i giorni con tutti i mezzi e le energie che ci restano, anche tu,è chiaro, con tutto il tuo malessere che è comunque una risorsa,

    17 febbraio, 2016
    Rispondi
  11. Maria Grazia Filipponi ha scritto:

    Sono d’accordo su molti aspetti però il fatto di poter uscire e trovare prodotti vegani in alcuni supermercati ha i suoi vantaggi. In primo luogo facilità molto la vita a quelli che lavorano e hanno poco tempo per cucinare. In secondo luogo non siamo più i 4 strani, estremisti ma aiuta a pubblicizzare la nostra causa. In un mondo dove Lady Gaga appare coperta di carne cruda in un concerto anche il vegani amo ha bisogno della sua publicita. Molti giovani oggigiorno stanno aderendo alla dieta vegetariana e VEGANA grazie al gran numero di persone famose che seguono questo stile di vita. Sono insegnante e parlo molto con i miei alunni adolescenti della dieta vegetariana e VEGANA, tutti sono curiosi e alcuni sono tornati a casa e sono riusciti a convincere i genitori, molti dei quali sicuramente rifiuterebbero se non ci fossero questi supermercati che, anche se solo per interessi economici, hanno iniziato a produrre alimenti vegani. Il nostro obiettivo primario non é evitare sofferenze agli animali?

    20 febbraio, 2016
    Rispondi
  12. Paola Re ha scritto:

    Ho letto con attenzione tutti i commenti e mi trovo d’accordo con ciascuno di essi: mi pare che siamo tutti sulla stessa linea di pensiero ma forse non sulla stessa linea di azione, nel senso che forse ciò che pensiamo non si concretizza sempre nelle nostre azioni quotidiane. Se abitassi in campagna o in una casa con a disposizione un po’ di terra, credo che la mia spesa sarebbe diversa ma abito in un condominio in città e non coltivo nulla quindi una buona parte dell’autoproduzione va a persa. Sulla base di ciò che ho letto nei vostri commenti, se la domanda non è invadente, mi piacerebbe sapere dove andate a fare la spesa (se si può dire, anche il nome dell’azienda) e a grandi linee che cosa comprate e di che marca. E’ solo per avere un consiglio su come fare la mia spesa.
    ROBY BULGARO
    “Bisogna boicottare la GDO a partire da ieri, ritornare alla bottega di paese;” Vai solo nella bottega di paese?
    FERNANDO BOCCIA
    “a volte compro nei centri commerciali dei prodotti vegan”. Anch’io lo faccio. Che cosa comperi?
    PAOLO ROSAZZA
    “Basta come sempre saper vedere le cose dall’ altra parte e fare funzionare il cranio in autonomia totale”. Dato che io e te ci conosciamo e so che compri nei supermercati, che cosa compri?
    MATTEO
    “non dovremmo nemmeno entrare nei supermercati perche’ vendono anche prodotti per carnivori.” Vero. L’ho scritto pure io. Tu non ci entri mai? Dove entri?
    ROBERTO CONTESTABILE
    “non sono felice nel vedere carrelli della spesa pieni di packaging-veg.” Allora li vedi in qualche supermercato? Quale? Che cosa compri? “Laddove non si riesce ad autoprodurre basta acquistare responsabilmente ortofrutta fresca meglio se biologica e possibilmente da produzioni locali,” Quindi acquisti frutta e verdura dai contadini locali; e il resto della spesa?
    CORI
    “trovandomi oggi a nutrirmi prevalentemente di frutta e verdura, pochi semi e noci, pochissimi cereali, zero farine.” Compri questi prodotti solo dai contadini locali? Ciò che hai scritto di NaturaSì è ciò che penso pure io, come lo penso di BioBottega. Oltre a vendere prodotti animali, costano il doppio rispetto ai supermercati. Oltre al danno, la beffa… a questo punto, tanto vale andare nei supermercati… “Il terzo colpo è quello di inserire in ogni dove, supermercati, autogrill, ristoranti, pizzerie, brioches vegani, menu per vegani, la giornata del vegano, la cena vegana…non se ne può più, qui c’è qualcosa che stride.” Per fortuna non vado a mangiare tanto in giro quindi questo problema non mi tocca ma mi metto nei panni di chi mangia in giro, per esempio per lavoro. Io ho anche rinunciato alla mensa per non vedere certe nefandezza servite in tavola ma ci sono persone meno impressionabili di me che entrano in un locale di ristorazione e vogliono mangiare vegan: se non c’è nulla che si fa?
    PAOLA
    non hai espresso opinioni su dove andare a fare la spesa quindi lo chiedo pure a te: dove vai?
    MARIA GRAZIA FILIPPONI
    ho inteso perfettamente il tuo discorso e ti sono vicina soprattutto per il mestiere che fai. E’ chiaro che un mondo vegan per questioni salutistiche elimina mattatoi e varie mostruosità ma li elimina partendo da un punto di vista egoistico, cioè la nostra salute, non il diritto alla vita degli animali. Se si guarda il dato di fatto oggettivo, certamente sparirebbe tanto dolore.

    Un consiglio che do sempre a chiunque è di tenersi lontano da certi mostri: il grafico è inquietante http://curiosity2015.altervista.org/industria-alimentare-ecco-chi-sono-padroni-del-cibo-sono-dieci-signori-che-controllano-da-soli-500-marchi-e-piu-del-70-per-cento-dei-piatti-del-pianeta-e-che-decidono-quello-che-devi-ma/

    Grazie a chi risponderà alle domande.

    21 febbraio, 2016
    Rispondi
  13. Roberto Contestabile ha scritto:

    Cara Paola Re il cibo veganizzato è ormai presente sempre di più sugli scaffali dei supermercati, e i brand corporativi (anche i più famosi) hanno l’ansia di mettere le proprie mani nelle tasche dei nuovi consumatori spendaccioni.
    La GDO la conosco molto bene (fidati…MOLTO bene) e potrei farti una relazione lunga e laboriosa su come, quando e perchè avverrà molto presto una rivoluzione nei cluster assortimentali. Che poi questo sia un beneficio utile alla causa fin qui trattata…la questione è parecchio dubbiosa. Quindi non mi dilungo oltre, perchè questo non è sicuramente il luogo adatto. Ti dico solo che la fetta è molto ghiotta (come già specificato sopra) e purtroppo il veganismo salutista è entrato dalla porta principale. La colpa è anche di chi in questi anni ha diffuso e soprattutto confuso un concetto etico che era alla base della liberazione animale. Si è scelta la strada più breve e facile da percorrere e credo che ne pagheremo le conseguenze, tra l’altro già ben visibili. Veganzetta ha già pubblicato un articolo in cui si denuncia l’inserimento di una maionese veg da parte di una famosa multinazionale responsabile di terribili atrocità, e qui mi collego a quello che ha detto Maria Grazia Filipponi:
    “Sono insegnante e parlo molto con i miei alunni adolescenti della dieta vegetariana e VEGANA, tutti sono curiosi e alcuni sono tornati a casa e sono riusciti a convincere i genitori, molti dei quali sicuramente rifiuterebbero se non ci fossero questi supermercati che, anche se solo per interessi economici, hanno iniziato a produrre alimenti vegani. Il nostro obiettivo primario non é evitare sofferenze agli animali?”

    Fai bene a parlare di tutto questo…ma non c’entra nulla con quello che Veganzetta ed altri stanno cercando di trasmettere da molti anni. La dieta veg(etari)ana non salverà la vita a miliardi di Animali straziati, accentuerà i consuntivi aziendali di chi non desidera porre fine allo sfruttamento animale perchè è alla base del successo commerciale capitalista. Quindi per quale assurdo motivo bisognerebbe decapitare un sistema economico così tanto vincente per le bocche avide di profitto? Da premettere che gli articoli in questione hanno un prezzo al dettaglio a dir poco scandaloso per delle materie prime che all’ingrosso costano pochi centesimi di euro.
    Fortunatamente esistono le alternative pur poche ed irrisorie ma presenti e a volte anche soddisfacenti: mercati locali, cooperative di contadini, piccoli negozi senza griffe, il biologico autentico non inglobato dalla grande distribuzione…e tanto altro.
    I supermercati hanno creato un offerta spropositata rispetto alla domanda, sperperando e speculando risorse molto preziose tramite l’uccisione di miliardi di Animali. Ma è solo l’ultimo anello della catena industriale, ciò che c’è a monte è pieno di ogni nefandezza.
    Quindi per concludere: perchè avvantaggiare un settore produttivo che fin ad oggi non ha creato nulla di buono e giusto? Il capitalismo non sarà mai sostenibile, figuriamoci etico.

    23 febbraio, 2016
    Rispondi
  14. Paola Re ha scritto:

    Caro Roberto, ciò che scrivi è noto a me e spero anche a Maria Grazia Filipponi. Da parte mia spero di averlo chiarito. La mia domanda era un’altra ed era diretta a chi di voi ha commentato l’articolo. La risposta che vorrei è diretta. Nel tuo caso, hai scritto: “non sono felice nel vedere carrelli della spesa pieni di packaging-veg.” Allora li vedi in qualche supermercato? Quale? Che cosa compri? “Laddove non si riesce ad autoprodurre basta acquistare responsabilmente ortofrutta fresca meglio se biologica e possibilmente da produzioni locali,” Quindi acquisti frutta e verdura dai contadini locali; e il resto della spesa?
    Hai fatto un discorso generico e certamente condivisibile. Mi chiedo se tu riesca a essere coerente quotidianamente con ciò che scrivi. Sì o no? In questo caso credo che la sincerità sia una virtù e sia utile alla causa.

    23 febbraio, 2016
    Rispondi
  15. Roberto Contestabile ha scritto:

    “Mi chiedo se tu riesca a essere coerente quotidianamente con ciò che scrivi.”

    Sinceramente non capisco quale sia lo scopo della tua domanda, o se meglio vuole essere una provocazione. Non credo sia utile qui farmi dire se trovo o non trovo cibo veganizzato. Vuoi sapere se sono coerente? Mi sforzo, e tra mille ostacoli cerco di fare la differenza. Di prodotti vegani o tali solo per nome ne vedo ovunque e in tutte le insegne (addirittura stanno allestendo veri e propri reparti dedicati creando quindi un mercato di nicchia), la mia ortofrutta è principalmente locale (vivendo al sud è certamente più facile) e non acquisto cibo da multinazionali (per interderci non compro junk food pur senza derivati animali), mi reco molto raramente in ristoranti e sinceramente non mangio tanto…due volte al giorno e con una modesta colazione basta ed avanza.
    Spero che la tua curiosità sia stata soddisfatta (anche se ancora non capisco quale aiuto possa fornire).

    23 febbraio, 2016
    Rispondi
    • Paola Re ha scritto:

      Caro Roberto, non voglio essere provocatoria. Mi sa che in questo caso la provocazione è negli occhi di chi legge. La mia domanda è stata fatta soltanto per capire un po’ di più sul rapporto che abbiamo coi supermercati noi che non li amiamo affatto. Parlarne su Veganzetta che non li ama come noi può servire a condizione che lo sia faccia con sincerità. E’ molto più comodo ignorare Leonardo-Despar ma se è stato messo… parliamo di supermercato! La domanda è rivolta anche a me tant’è che ho risposto pure io. Nessuno è obbligato a rispondere, tanto meno tu. Hai scritto. “Non credo sia utile qui farmi dire se trovo o non trovo cibo veganizzato” Io non “ti faccio dire” nulla. Sei tu che scegli di dirlo o non dirlo. C’è chi non ha detto nulla e pure il silenzio è una risposta. Dalla risposta che hai dato ho capito che vai raramente al ristorante ma non quanto frequentemente o raramente vai al supermercato. Comunque non importa perché mi rendo conto che non ci capiamo. Grazie. Ciao.

      24 febbraio, 2016
      Rispondi
      • Roberto Contestabile ha scritto:

        Cara Paola Re piuttosto che capire le scelte alimentari altrui è opportuno invece analizzare gli aspetti molto controversi che purtroppo la stessa GDO ha imposto a tutti i consumatori.
        Ma il problema principale non sono i supermercati in sè, essi sono l’ultima anello di una catena sanguinaria. Si dice che il libero mercato offre il meglio per utilità e possibilità di crescita. All’atto pratico però non è assolutamente così, le manovre strategiche del marketing e i poteri forti delle corporazioni offrono un imposizione piuttosto che una scelta libera, e come già detto in precedenza i grandi brand si lanceranno a capofitto in questa nuova tendenza commerciale…anzi, lo stanno già facendo: http://www.veganzetta.org/igualdad-animal-e-la-maionese-vegana-di-unilever/.
        E come se ciò non bastasse sempre più spesso si sente parlare di “benessere animale” e “sostenibilità ambientale” da parte di gruppi industriali zootecnici che auspicano una produzione ecologica. Il cosiddetto business-green è da tempo un abile e furba strategia di successo che ora sta inglobando anche il veggie-style.

        La “normalità” sarà raggiunta solo quando non esisteranno più allevamenti di Animali, quando non si ucciderà più per profitto ed interesse personale, quando l’essere Umano avrà raggiunto un progresso evolutivo tale da impedirgli supremazia e controllo sulle vite altrui. Sembra un utopia ma finchè ci sarà opportunità di denaro, come ultimo profitto di un attività lavorativa o come obiettivo primario per la soddisfazione di un bisogno non necessario, nulla cambierà in termini di solidarietà, tolleranza e salvaguardia. Viviamo in un epoca consumista dettata da rigide regole capitaliste, e questo è il risultato di secoli di storia Umana totalmente specista. La civilizzazione ed il progresso a cui assistiamo è il risultato macabro e micidiale di una sofisticazione della malvagità Umana. Si uccide selvaggiamente oggi come ieri, sono cambiate solo le regole ed i metodi…e purtroppo anche i numeri delle vittime. La crescita infinita dettata dallo sfruttamento delle risorse naturali è una priorità delle grandi aziende capitaliste. Le corporazioni sono costituite da coloro che si fingono persone nobili e magnanime, si mascherano da promotori del Pil (finto indice di benessere comune) ed escludono ogni rimorso e compassione, altruismo ed empatia. Questi non sono sentimenti a disposizione di chi vive di preventivi e consuntivi di reddito, e la globalizzazione ha aumentato ancor di più la mercificazione degli Animali…senza escludere tutto il resto. Tutto ciò che viene venduto è pura speculazione, proprio perchè il guadagno intrinseco è parte del meccanismo corrotto. Altri sistemi di interscambio al di fuori del denaro non vengono accettati da un dittatura commerciale che sfrutta esseri viventi. Cosa succederà quando ogni risorsa terrestre sarà miserabilmente esaurita? Viviamo su un pianeta finito! Stiamo liquidando le risorse naturali della madre terra per alimentare il nostro consumo! Sistema dopo sistema, la domanda sta superando l’offerta! Se il progresso tecnologico viaggia più velocemente delle coscienze assopite non si prevede altro di più benefico che una descrescita lunga e costruttiva (pur senza danni). Più in là esiste solo una catastrofe planetaria.
        Le etichette non mi sono mai piaciute, ed oggi bisogna aver il coraggio di distanziarsi dalla definizione puramente amplificata del vegano trendy, del vegano salutista, del vegano dissidente, del vegano politico e da ogni forma di protagonismo. Il vegano è diventato un personaggio, ed è sempre più presente nell’attualità quotidiana. Ma per quale scopo? A mio avviso se ne parla troppo e male!
        Come avviene spesso per le le mode, che arrivano e passano, forse è necessario armarsi di tanta pazienza, continuare a coltivare la causa con impegno e dedizione, osservare gli eventi ed augurarsi che il tormentone passi indolore e senza ulteriori danni. Contemporaneamente continuiamo a lottare tra la folla senza ulteriori spot stilizzati, sperando che il tempo dia buoni frutti.

        26 febbraio, 2016
        Rispondi
        • Paola Re ha scritto:

          Grazie Roberto. Purtroppo continuiamo a non capirci sul nocciolo del discorso. Non serve parlare di supermercati se chi ne parla non dice tutta la verità. Le mezze verità possono essere apprezzabili perché ricche di contenuto ma se a quel contenuto manca l’altra metà, si resta informati a metà. Siamo sempre a metà di qualcosa. Tutta questa discussione è a metà.

          26 febbraio, 2016
          Rispondi
  16. paola ha scritto:

    Paola per rispondere alla tua domanda posso dirti che anch’io sono una persona che lavora per vivere , il tempo è poco, non mi piace la grande distribuzione, secondo me è causa del degrado urbano, qua perfino l’ospedale è stato trasferito in blocco dal centro urbano nei pressi della zona supermercati assumendo le sembianze di un centro commerciale a sua volta. Vivo in provincia di Venezia, in un appartamento, anch’io non uso i buoni pasto per pranzo, ho la possibilità di lasciarne qualcuno anche a qualche ente che li utilizza per aiutare chi è in difficoltà, ho anche proposto e partecipato ad una di queste spese assieme ad alcuni appartenenti della Casa dell’Ospitalità di Mestre, accompagnandoli di persona. ovviamente non si tratta di persone vegane ,le definirei degli Invisibili. a volte ho la sensazione che sia una condizione analoga a quella dei bambini che subiscono il mondo degli adulti, come pure degli anziani, non si può dire che pure il nostro sia un paese per vecchi, si sa,per non parlare dei migranti costretti per necessità a convivere con una realtà che li rifiuta .Gli ANIMALI , poi che da sempre , sono comunque percepiti come oggetti, lo sappiamo, pensiamo al business del cibo animale, …e quindi invisibili come soggetti.Vivo con due gatte PREFERIREI AVESSERO un giardino a loro disposizione, ma purtroppo non non è così. Le spese le faccio preferibilmente nelle botteghe sotto casa, a volte dove accettano i buoni pasto, a volte anche nei discount, per necessità, olio, caffe’ te’ e detersivi eco,ad esempio riesco a trovarli lì .Il senso di impotenza è lo stesso che provo anche nel panificio sotto casa col banco frigo che trabocca di sofferenza animale e comunque non mi piacciono i negozi dei vegani snob. inoltre non mi piacciono le enclave preferisco il confronto con persone diverse da me , familiari e amici compresi.A pranzo mangio pane e marmellata, mi pace quella fatta in casa, e frutta di stagione , la sera minestra o pasta e verdura, la sera, ho tentato di coltivare qualcosa nel terrazzo ma sapeva di piombo, così ho desistito. riguardo i cibi vegani preconfezionati direi che alla fine pasta, riso , orzo, farro, la frutta secca, mi sembrano migliori in tutti i sensi. tutto qua.
    ti ringrazio per la domanda , sperando di essere stata chiara, ad ogni modo,
    ciao
    Paola

    24 febbraio, 2016
    Rispondi
    • Paola Re ha scritto:

      Cara Paola, sei stata chiarissima. Ho capito che anche tu, come me, ogni tanto vai al supermercato dove trovi qualcosa di eticamente accettabile… se così possiamo dire… e dove si possono spendere i buoni pasto. Il discorso dei buoni pasto pesa anche a me: se li voglio spendere, devo andare nei supermercati o in pizzerie, trattorie, osterie… che a me non piace frequentare, oppure nella mensa sul posto di lavoro che mi piace ancora di meno perché quando entro c’è da svenire per l’odore di morto. Non si mangia male perché c’è la scelta vegan ma non ci vado più perché trovarmi a fianco persone con gli animali nel piatto è una cosa che non riesco più a reggere.

      24 febbraio, 2016
      Rispondi
  17. Roberto Contestabile ha scritto:

    Giusto per rimanere in tema GDO vi inoltro un collegamento ad Assocarni o più precisamente al sito “carni sostenibili”:

    http://carnisostenibili.it/

    Da leggere con attenzione la sezione del “benessere animale” e “ambiente e sostenibilità” con tutte le controinformazioni che hanno divulgato dopo il recente comunicato dell’Oms in merito alle carni rosse.
    Inoltre sempre nel sito di Assocarni (in elenco soci) si può leggere il nome di una azienda italiana produttrice però (guarda caso) anche di una vasta gamma di prodotti veganizzati.
    Buona lettura!

    25 febbraio, 2016
    Rispondi
    • Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

      Grazie Roberto,
      Questa segnalazione è importante e andrebbe considerata in un altro articolo apposito, lo si potrà sicuramente fare, magari manda informazioni in privato.

      25 febbraio, 2016
      Rispondi
  18. Dario Martinelli ha scritto:

    Con tutto il rispetto per l’autore dell’articolo, ci sono sia delle imprecisioni che degli argomenti contestabili. Prima di tutto “veggie” non è un neologismo, ma è un abbreviativo sia di “vegetable” che di “vegetarian” utilizzato comunemente in inglese. “You’ve got to eat your veggies” dicono i genitori ai figli, “I don’t eat meat, I’m veggie”, dicono i vegetariani.
    Secondo, per ammissione stessa dell’autore, accettare l’idea della “filosofia”, piuttosto che “stile di vita”, è un passo avanti, e per un attimo, solo un attimo, noi vegani rompiscatole incontentabili, potremmo anche fermarci a festeggiare, piuttosto che passare subito alle critiche.
    Terzo, finché non faremo la rivoluzione per capovolgere il sistema capitalista, dobbiamo ficcarci in testa che il cambiamento sociale DEVE passare dal mercato. Non lo si può evitare. Molto meglio che quello spazio pubblicitario venga occupato dalla linea Veggie di Despar piuttosto che da KFC o McDonald’s.
    Quarto, ERA ORA che si sdoganassero i Leonardo, gli Einstein e i Gandhi, come “role model” vegetariani. Perché finora si sdoganava solo Hitler (che pare non fosse nemmeno davvero vegetariano) o Pamela Anderson. A me, se un bambino chiede alla mamma di comprargli gli hamburger veggie di Despar, “perché così faceva anche Leonardo” mi sta benissimo.
    Quinto, e concludo, il cambiamento avviene per gradi. Certo che non siamo ancora in una situazione ideale, ma se stiamo ogni volta a criticare qualunque passo avanti solo perché non è quello decisivo e totale, non arriveremo mai da nessuna parte.

    Detto questo, l’articolo è interessante e ben scritto. Non ce l’ho con il suo autore (che mi sembra preparato e intelligente), ma con il tipo di mentalità che rappresenta.

    21 novembre, 2016
    Rispondi
  19. Sean ha scritto:

    Credo che Adriano ti risponderà nel merito e di certo non ha bisogno che io lo difenda, ma due cose le vorrei dire anch’io: essere vegani è una conseguenza dell’essere antispecisti, cioè pensare che non esistono animali superiori e inferiori, così come non esistono razze umane superiori e inferiori, ma esistono esseri viventi dotati di peculiarità uniche e come tali rispettabili e inviolabili. La rimozione che noi facciamo quando mangiamo degli esseri che avevano sentimenti, paure e emozioni viene descritto da Melanie Joy come “non aver fatto il collegamento”.
    In psicologia sociale viene definito dissonanza cognitiva. In pratica, quando i fatti vanno a scontrarsi con i nostri pensieri, invece che modificare il nostro comportamento o ragionamento, distorciamo i fatti.
    Diventare vegani per altri motivi che non siano quelli dettati dal superamento di questa dissonanza cognitiva non serve a nulla se non ad ingrassare la grande distribuzione che da qualche tempo ha messo gli occhi sui vegani.
    Analogamente, le adozioni, le staffette e anche le liberazioni di animali non umani sono una piccola goccia nel oceano mare del randagismo e dello sfruttamento e non raggiungono un punto di massa critico.
    Dove ci portano allora queste riflessioni?
    A due opzioni: una è l’estinzione di massa, ipotesi verso la quale stiamo già correndo di gran carriera.
    L’altra è essere noi il cambiamento che vogliamo vedere negli altri.
    Essere “la liberazione” e non parlare di “liberazione”. Ortoprassi contro ortodossia.
    Occorre quindi parlare di questione animale e non di veganismo.
    Gli altri animali non possono esprimersi in prima persona come soggetti e dobbiamo farlo noi al posto loro, con tutti i rischi connessi allo spostamento del discorso su di noi in quanto soggetti parlanti la stessa lingua che adopera il potere. Quando dico che gli altri animali non possono esprimersi in prima persona, attenzione, non dico che non possano in quanto incapaci di comunicare, ma perché purtroppo non vengono riconosciuti come “Soggetti” dal potere: il potere usa il linguaggio verbale, le immagini, la propaganda, la musica (basta mettere una musichetta allegra come sottofondo e subito le immagini di un allevamento al pascolo trasmettono un’idea di pace, armonia con la natura ecc., pure se dietro c’è lo stesso orrore di quello intensivo perché gli animali vengono comunque sfruttati e uccisi) e la tecnologia, mentre gli altri animali hanno solo i loro corpi. Solo i loro corpi. Forse è di questi corpi che non dovremmo mai smettere di parlare. Documentandoli, fotografandoli, mostrandone l’abuso e il dominio che subiscono. Lo ?specismo? è la matrice di ogni delirio di dominio.
    Quando un Qualcuno diventa un qualcosa, falliamo come umanità.
    I lager nazisti sono stati rivelati mostrando quelle atroci immagini di animali umani privati della loro libertà, così le battaglie contro la schiavitù hanno avuto bisogno di documenti, di immagini.
    La storia si fa con i documenti, non smettiamo mai di documentare.
    Allora l’attivismo diviene una sfida al destino: l’unico modo che l’umano ha per ricongiungere forma e contenuto, l’animale con la sua animalità. Noi non liberiamo gli animali, noi liberiamo strutture, forme, diamo un nome a esseri a cui lo specismo ha tolto tutto, anche la differenza che alberga in ogni ripetizione. Ricongiungiamo ogni cosa con il tutto così l’essere può essere nominato in molti modi, in molti animali, in molti sguardi.

    21 novembre, 2016
    Rispondi
    • Dario Martinelli ha scritto:

      Guarda che sono d’accordo su tutto, ma proprio su tutto (per altro, scrivevo di queste cose molto prima di Melanie Joy, quindi sfondi una porta aperta).
      Ma, di grazia, cosa c’entra la povera Despar con tutto questo? Questi devono vendere un prodotto, e hanno capito che c’è una fetta di mercato disponibile.
      Se commentiamo di affari e commercio, dobbiamo parlare di affari e commercio, non aspettarci che nel direttivo di Despar chiedano una consulenza alla Joy o a Singer.
      Mi sembra come quei critici musicali che stroncano un disco perché non è del genere che si aspettavano. “Questo disco non è sufficientemente rock! È troppo country!” Benissimo, allora: ascoltalo con i criteri del country e dimmi se è un buon disco country!

      21 novembre, 2016
      Rispondi
      • Sean ha scritto:

        La “povera” Despar, e con lei tutta la grande distribuzione, sta facendo quello che è accaduto con i movimenti della cultura alternativa. Massifica e massificando sposta il bersaglio. Quella che dovrebbe essere la lotta per la liberazione di tutti i viventi diventa una questione di dieta e di moda. Cosa rompete i coglioni voi vegani che avete la pizza vegana, il supermercato vegano, il cinema vegano, riproponendo in chiave veg il sistema di sfruttamento che ci ha portato a ritenere normale che alcuni individui senzienti vengano fatti nascere, ingrassati e uccisi per il nostro consumo e piacimento. Il nostro intento è una società liberata dove tutti gli esseri viventi vivano liberi e in sicurezza, senza sfruttati e sfruttatori, perché se ci pensiamo non è affatto vero che noi sfruttiamo gli animali perché li consideriamo inferiori, piuttosto li consideriamo inferiori perché li sfruttiamo. E così gli uomini.

        21 novembre, 2016
        Rispondi
  20. Dario Martinelli ha scritto:

    Sono d’accordo anche qui :) E infatti per “povera” Despar non intendevo certo “esente dal male assoluto”.
    Ma quelle che tu legittimamente sottolinei non sono le uniche variabili in gioco in una situazione del genere.
    Per esempio, qui si tratta anche di decidere se sia un bene o meno che ci siano prodotti vegani in commercio. Se sì (e io credo di sì) se sia un bene o meno che vi si associ un personaggio di connotazioni molto positive come Leonardo da Vinci. Se sì (e io credo di sì), se sia un bene o meno che il consumatore-medio cominci a lavorare cognitivamente su queste associazioni, e a pensare al veganismo come a una cosa intelligente come Leonardo, non squilibrata come Hitler (non dimentichiamoci mai l’impennata di vendite di spinaci in scatola provocate dal personaggio di Popeye, con tanto di statua erettagli in Texas dagli industriali del settore).
    Sean, io e te saremo sempre ed eternamente d’accordo sulle questioni che sollevi (e che Adriano solleva): vi prego di non prendere le mie come critiche all’antispecismo e ai suoi precetti, nè tantomeno all’importanza di una identità anti-capitalista del movimento.
    Dico solo che il discorso non può sempre andare a finire allo stesso punto, lasciandoci dunque eternamente scontenti. Come dicevo: disco country? Ok, si parla di country, non di aspettative rock deluse.

    21 novembre, 2016
    Rispondi

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