Veganismo sociale


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Danilo Gatto affronta l’interessante argomento che riguarda la declinazione sociale e politica della lotta antispecista (attraverso il veganismo), lotta troppo spesso percepita come eccessivamente teorica e lontana dal vivere quotidiano.
Nell’analisi di Gatto sono delineati alcuni punti da considerare e delle idee di soluzioni pratiche e di buon senso che focalizzano l’attenzione sull’aspetto sociale del veganismo etico. Posizioni e soluzioni certo non inedite, ma che potrebbero risultare utili in questo momento storico.


Veganismo sociale

Per un’evoluzione politica dell’attuale attivismo antispecista

La ferma convinzione che esista un terreno etico su cui agire direttamente è il tratto caratteristico dell’attuale attivismo animalista. Il costante tentativo di suscitare sensibilità in chi si imbatte in un cartellone raffigurante la “catena di smontaggio” o un’altra immagine pietosa, l’indicare come simbolo di eminente ingiustizia un camion stracolmo di corpi Animali diretti al macello, sono azioni che rappresentano la quasi totalità dell’attuale sforzo diretto verso la liberazione animale. (E’ ovvio che non stiamo considerando, qui, il lavoro culturale svolto tramite pubblicazioni, conferenze ed incontri. L’analisi che segue ha l’obbiettivo di trattare quel tipo di attivismo che si interfaccia con la società e con i suoi membri, non quelle pratiche che spesso, per una ancora mancata partecipazione sociale, si riflettono in un autoreferenzialismo intellettuale degli stessi movimenti antispecisti).
È, anzitutto, discutibile l’esistenza di questo sostrato morale su cui si tenta di agire. La convinzione diffusa secondo la quale mostrare ciò che realmente accade tra le mura degli allevamenti o dei mattatoi provochi, necessariamente, un cambio di prospettiva in chi osserva, un sentimento immediato di ingiustizia, deriva da un’impostazione analitica che tende a considerare l’individuo come avulso dal contesto sociale e culturale in cui vive; il singolo individuo, in definitiva, possiederebbe il potere di rinnegare, categoricamente, tutto un impianto, materiale e non, che si può considerare a lui consustanziale. Si persegue un’analisi che, fondamentalmente, inverte i rapporti di forza: si considera il potere dell’individuo sulla società piuttosto che quello, infinitamente più vasto, della società sull’individuo.
Detto questo, non si vuole certo negare l’esistenza di singoli che hanno deciso di intraprendere strade diametralmente opposte a quella socialmente desiderabile; sarebbe ingenuo farlo dato che, anche chi scrive, è tra questi. Ciò non significa, però, che questi singoli siano baciati da qualche tipo di “illuminazione” o che posseggano qualche particolare forma di potere sulla società; sono, anch’essi, un prodotto storico e sociale come gli altri, soltanto, in virtù di una cultura personale più completa e di una maggiore predisposizione, per così dire, “biologica” verso tematiche coinvolgenti l’aspetto emotivo, oltre alle possibilità concesse da un particolare sostrato materiale, hanno operato leggeri cambiamenti nel proprio quotidiano.
Dunque, essendo evidente, a nostro modo di vedere, come non tutti siano dotati della stessa capacità di approcciarsi agli argomenti della “liberazione” (per averne una prova basterebbe posizionarsi, durante un’azione dimostrativa, dalla parte del “pubblico” ed ascoltare le considerazioni fatte dai passanti), come agire in maniera maggiormente efficace?
È necessario, in primis, considerare la pratica animalista contemporanea, fatta di presidi, punti di informazione, manifestazioni e petizioni. Non verrà presa in considerazione, qui, la pratica di liberazione diretta; nonostante essa abbia un’enorme utilità per la sopravvivenza dei singoli messi in salvo, non ce l’ha, invece, per la distruzione di tutto un apparato intellettuale e materiale che uccide e schiavizza quegli stessi singoli (sia chiaro che, con ciò, non si vuole affatto delegittimarla, anzi).
L’attivismo animalista contemporaneo opera, solitamente, in luoghi di passaggio come centri commerciali, piazze o vie del centro città, a volte su strade ad alto scorrimento, nei pressi di luoghi simbolici come mattatoi e allevamenti, e sulle piattaforme virtuali. Quello che è considerato, da chi lotta per i diritti degli Animali, il “non-luogo” par excellence, ossia il macello, viene, in sostanza, combattuto sul terreno di altri “non-luoghi” (quando parliamo di “non-luogo” ci rifacciamo alla definizione datane dall’antropologo francese Marc Augé), posti in cui i passanti, in auto o a piedi, non trovano alcun contatto identitario o culturale, in cui primeggiano loghi o annunci pubblicitari, magari del tutto contrastanti col messaggio animalista, in cui non è richiesta neanche la presenza fisica come nel caso di Internet. Ciò significa che la speranza di incidere con un’azione dimostrativa, una petizione o un video cruento, è legata esclusivamente all’incontro fortuito di singoli già, in parte, predisposti a recepire un determinato messaggio.
Perciò, per quanto utile possa rivelarsi la sensibilizzazione attraverso le classiche pratiche dell’attivismo, in un momento storico di crescente disagio sociale e politico, è necessario ragionare ed intraprendere altre vie; è necessario elaborare un mezzo che renda maggiormente efficaci anche gli altri e che sopprima, sul nascere, tendenze dell’animalismo classico quali la misantropia e l’adesione, sempre più frequente e preoccupante, a ideologie e pratiche destrorse. Ma ciò che più di tutto si rende necessario, e che consegue da quello che si è appena detto, è un ragionamento che prenda in considerazione l’enorme potere extra-individuale che condiziona quotidianamente le vite dei singoli. Urge un’analisi politica coerente che indirizzi, oggettivamente, l’attivismo pratico.
È, d’altro canto, privo di senso immaginare e praticare la liberazione animale senza considerare la struttura capitalistica che sta alla base delle nostre esistenze e che ha, ancor più, estremizzato il dominio umano sul resto del regno animale e sulla natura. I processi di mercificazione e di proprietà operati sui singoli corpi, umani e non umani, sono parte preponderante dell’attuale organizzazione socio-economica.
Ecco, quindi, che i presidi, i banchetti informativi e le manifestazioni, nonostante i parziali risultati ottenuti, non bastano più. Ad essi va accompagnato e, in futuro, sostituito, un attivismo delle periferie, un attivismo che si intersechi col tessuto sociale delle piccole comunità metropolitane e che le coinvolga nel quotidiano.
Per delineare un simile scenario bisogna muovere dal concetto di socialità.
La frammentazione delle esistenze operata dalla struttura economica lascia molto poco spazio ad una critica totale dei rapporti umani e produttivi. Il “raccontarsi i fatti propri” è, oramai, la massima espressione della socialità contemporanea; non c’è alcun fine materiale realmente significativo nell’interloquire col vicino di casa o con un vecchio amico. Il piacere momentaneo di una chiacchierata ha occultato la necessità di fini produttivi comunitari. Da ciò si può facilmente evincere come i processi produttivi siano totalmente al di fuori delle vite dei singoli e delle comunità.
L’antispecismo dovrebbe iniziare ad intessere rapporti con realtà le quali, quotidianamente, tentano di contrastare questa deriva anticomunitaria e cercare, il più possibile, di far emergere le proprie istanze di liberazione. Ciò per due motivi: il primo è che la creazione di realtà maggiormente solidali spianerebbe la strada alla possibilità di inserire ed intraprendere discorsi fino a quel momento ignorati (nel nostro caso, il riconoscimento del diritto alla libertà ed ai fondamentali bisogni etologici delle altre specie) e, quindi, di praticare un attivismo più assiduo e costante; il secondo motivo è direttamente connesso all’attività degli altri movimenti antagonisti: il miglioramento delle condizioni di vita della specie umana deve esser parte integrante della pratica antispecista.
Malgrado si ribadisca ad oltranza, all’interno delle argomentazioni animaliste, la natura animale dell’Umano, buona parte se ne dimentica spesso scadendo, come già detto in precedenza, in una becera impostazione misantropica. Interessarsi anche della liberazione umana non è la manifestazione di uno specismo subdolamente mascherato, come indicato anche all’interno di alcune correnti intellettuali del mondo animalista, bensì la più coerente applicazione di quell’opposizione alla discriminazione di alcune specie a vantaggio di altre che è, appunto, l’antispecismo. Per di più, la discussione intorno alla liberazione animale non può eludere argomenti quali, per fare un esempio, la distruzione dei territori abitati dalle popolazioni indigene e l’uccisione dei loro membri per far posto ad allevamenti e monoculture. Tanto il regno non umano quanto quello umano sono coinvolti in questa “guerra”, seppur con modalità e gradi differenti.
Non c’è un favorevole interesse verso il destino di un’unica specie ma un effettivo riconoscimento della necessità di libertà di TUTTE le specie. Nessuna priorità, nessuno specismo; soltanto un’opposizione totale ad ogni piano dell’apparato del dominio.
Ma chiudiamo questa parentesi e torniamo al concetto di socialità. Per comprenderlo meglio è necessario prendere in considerazione la distribuzione e l’organizzazione spaziale delle metropoli contemporanee. Ciò che ne risulta è un evidente gigantismo patologico. Riteniamo sia impossibile negare la connessione tra questa tendenza e la condizione esistenziale dell’Umano metropolitano, sempre più spaesato, precarizzato ed obbligato a continui e interminabili spostamenti; sempre, in definitiva, più solo. E’ la solitudine la più grande contraddizione di una società di massa, superpopolata ed instabile. L’individuo è privo di una comunità attraverso cui sostenersi, materialmente e non. Questa è, dopotutto, una necessaria conseguenza dell’alienazione produttiva dai luoghi e dai soggetti del consumo; le aziende, i terreni agricoli, le industrie, sono lontani, non solamente da un punto di vista spaziale, dalla quotidianità stessa dei territori. Ciò determina un’incapacità di controllo degli individui in merito alle proprie esistenze. Ma, d’altronde, si sta descrivendo qualcosa che non è per nulla nuovo e che, oramai da un po’, abbiamo imparato ad incasellare tra le logiche conseguenze del capitalismo.
Per di più, alla precarietà materiale causata, come appena detto, dalla centralizzazione produttiva e, quindi, dal particolare tipo di rapporti di produzione che permea le nostre vite, per non parlare dell’enorme e sempre più grave problematica abitativa, va aggiunta una precarietà, per così dire, nervosa, dettata da un multiculturalismo forzato e necessario in cui differenti modi di vita devono convivere in un equilibrio
sempre a rischio, da una ormai costante minaccia terroristica, fomentata e amplificata dai mezzi d’informazione e da provvedimenti securitari all’interno delle città, e da tutte quelle conseguenze psicologiche generate dalla precarietà materiale (ansia per il futuro proprio e della prole, mancanza di obbiettivi, apatia, rabbia, depressione, ecc…).
In un panorama di questo tipo che, tra le altre cose, promette ulteriori sviluppi negativi, risulta evidente come qualsiasi discorso riguardante la liberazione di specie diverse dalla nostra non trovi un terreno fertile su cui germogliare se non in casi isolati e, come detto in precedenza, rari.
È perciò urgente, ribadiamo, ragionare e cercare ulteriori strade capaci di integrare diverse tipologie d’attivismo e di creare una forza antagonista da opporre a tutto l’apparato che domina il mondo animale (Umano compreso) e naturale.
Questa alternativa, a nostro modo di vedere, può essere incarnata da ciò che, provvisoriamente e superficialmente, abbiamo denominato veganismo sociale. Nulla di così rivoluzionario e nuovo è contenuto in questa proposta, soltanto un tentativo di organicità e la ricerca di una maggiore efficacia nelle lotte per la “liberazione”.
In cosa si articola una tale proposta? Partiamo dal nome stesso.
Qualcuno avrà già notato come non compaia il termine antispecismo; in luogo di esso abbiamo veganismo, che avrà già fatto storcere qualche naso. Il motivo è prettamente comunicativo. Come vedremo più avanti, articolandosi, il veganismo sociale, nelle zone periferiche delle metropoli, zone in cui il livello culturale medio si poggia, sostanzialmente, sulle conoscenze scolastiche di base e su quelle trasmesse da quelli che, pasolinianamente, potremmo chiamare “medium di massa”, ossia la televisione, i giornali, le radio e i social network, il termine veganismo creerebbe un collegamento con ciò che comunque, in maniera estremamente parziale e distorta, fa già parte dell’orizzonte conoscitivo diffuso. Se è vero che proprio il veganismo è bersaglio, di questi tempi, di un costante e metodico attacco mediatico, è anche vero che parlare di antispecismo, termine già a prima vista difficilmente classificabile da chi non ha confidenza con determinati argomenti, complicherebbe ulteriormente la trasmissione del messaggio che ci proponiamo. E, dopotutto, ciò che non si conosce affatto può destare maggior timore di ciò che, seppur parzialmente e male, è già, in qualche modo, familiare.
Un altro motivo, che si collega a doppio filo con ciò che verrà esposto più avanti, è che il termine veganismo, nell’ottica di una convergenza antagonista con altri movimenti, può fornire la sensazione di maggiore impegno pratico, cosa che integrerebbe l’immagine e l’opinione diffusa di un attivismo animalista dedito soltanto ad una sensibilizzazione statica.
Viene da sé il motivo per cui, a veganismo, è affiancato il termine sociale: per tentare di scardinare l’opinione comune, ahimè, presente anche all’interno degli ambienti animalisti, che il “cambiamento” passi esclusivamente da scelte individuali e che, tali scelte, riguardino soltanto la maniera di mangiare, di vestirsi e di lavarsi. Il cambiamento con la “c” maiuscola passa per una nuova organizzazione sociale in cui, finalmente, è inserita anche la questione dello sfruttamento animale.
Arriviamo alla proposta in sé.
Abbiamo già detto della situazione esistenziale e materiale dell’individuo contemporaneo e di come sia totalmente assente una comunità capace di prendersene cura. Comunità è unione di singoli che partecipano ad un fine comune. Quello che bisogna domandarsi è: quale fine potrebbe esistere in grado di unificare la liberazione delle altre specie animali, il miglioramento delle condizioni, materiali e non, della nostra, ed un mutamento sociale che possa costituire la base perché i primi due punti possano realizzarsi? Un sistema di orti sociali potrebbe, ad esempio, incarnare questa unificazione.
La diretta produzione comunitaria di parte delle prime necessità di un individuo avrebbe, a nostro parere, vari effetti:

– L’unione pratica per fini necessari è in grado di aumentare la socialità all’interno di un territorio, oltre a creare una forma di socialità produttiva prima assente.
– L’aumento di questi due tipi di socialità farebbe riemergere un minimo esemplare di comunità dalle ceneri ardenti dell’individualismo contemporaneo.
– Le frange più emarginate della popolazione potrebbero trovare una forma di sussistenza morale e materiale e creare nuovi legami sociali (la questione delle comunità Rom ne è un esempio, come anche il sempre crescente esercito dei disoccupati; per non parlare, poi, della problematica delle migrazioni, che troverebbe un appiglio laddove, e ciò avviene nella quasi totalità dei casi, le istituzioni, per mancanza di capacità e di volontà, non propongono alcuna soluzione che non sia l’integrazione forzata in un sistema di sfruttamento e di demolizione delle culture particolari).
– Stesso discorso vale per anziani e disabili; la precarietà del sistema pensionistico potrebbe essere, in minima parte, arginata da un sistema di autosussistenza comunitario; per i disabili, il beneficio maggiore sarebbe rappresentato da una reale integrazione nella vita materiale del territorio.
– Le varie forme di antagonismo politico avrebbero una base comune e condivisa dal punto di vista pratico.
– I benefici che i movimenti antispecisti ne trarrebbero sarebbero innumerevoli e tutti conseguenti dai cinque punti appena esposti:
1. Come già detto in precedenza, la penetrazione del tessuto sociale di un territorio permetterebbe una maggiore comprensione delle dinamiche, collettive ed individuali, di opposizione a ciò che l’antispecismo propone, e ciò contrasterebbe la già citata deriva misantropica all’interno dell’animalismo, oltre a fornire maggiori mezzi intellettuali e pratici di “lotta”.
2. Una presenza fissa dell’attivismo antispecista all’interno di simili progetti permetterebbe una maggiore e più costante pratica dell’attivismo classico, il tutto inserito, però, in contesti in cui la possibilità di dialogo esiste ed è supportata da obbiettivi comuni, a differenza dei contesti abituali in cui, abbastanza spesso, i “dialoghi” sono costituiti di insulti e derisioni provenienti da quella parte che è obbiettivo di sensibilizzazione.
3. La diretta produzione di alimenti vegetali rappresenterebbe un’esperienza pratica di veganismo per chi non ha confidenza con questo orizzonte (la presenza fissa di attivisti è necessaria per indirizzare il riconoscimento oggettivo della pratica stessa). Anche la concezione del veganismo come dieta e, quindi, riconducibile soltanto ad un’alienata interazione con gli scaffali dei supermercati, ne uscirebbe indebolita a vantaggio di un’immagine maggiormente chiara e positivamente socio-politica.
4. Esperienze di questo genere, anche grazie all’unione con movimenti non a tutti i costi antispecisti ma formati in pratiche di antagonismo, permetterebbero il costituirsi di realtà gestite in maniera direttamente democratica dal basso, in cui l’antispecismo potrebbe iniziare ad assumere il ruolo di una forza popolare e sociale via via più estesa.

Occorre chiarire come l’idea di veganismo sociale non debba essere riconducibile soltanto alla pratica degli orti sociali appena esposta; essa deve costituire una nuova tendenza dell’attivismo antispecista ad utilizzare ed abbracciare ogni opportunità di inserimento, per lo più materiale, nei tessuti sociali delle periferie, per ricreare comunità ed indirizzare le loro esistenze, materiali ed intellettuali, verso ciò che propone.
Riteniamo necessario far notare come il soggetto di questo articolo non nasca da un’avversione alle pratiche dell’attivismo classico, bensì dal riconoscimento di alcuni suoi limiti intrinseci. Pertanto, non consideriamo inutile il crescente numero di presidi e manifestazioni in favore dei diritti degli Animali, come non riteniamo un dato irrilevante il numero sempre più grande di persone sensibilizzate. Crediamo, però, che si debba stimolare la nascita di un contesto sociale che non renda tutto ciò un impiego mastodontico di energie in rapporto ai risultati ottenuti e che miri un cambiamento più a lungo raggio, non soltanto legato ad un semplice cambio di dieta. Per di più, una pratica non indirizzata alla sola sensibilizzazione ma ad un tentativo reale di coinvolgimento ed impatto sul tessuto sociale, una pratica che, malgrado evidenti limiti di “infanzia” teorica, propone una possibile convergenza di obbiettivi liberatori, sia una discreta evoluzione di ciò che, fino ad ora, da molti lati, è stato fatto, ed un’applicazione maggiormente coerente delle idee antispeciste.
L’antispecismo costituisce un orizzonte di evoluzione sociale e morale che invade tutto lo spettro dell’esistenza, non soltanto umana. La crisi ecologica, la strage quotidiana degli Animali, la povertà indotta in alcuni territori per la ricchezza di pochi altri, non sono fenomeni slegati tra di loro, bisogna esserne coscienti. E non basta più un antagonismo “soft” che si limiti ad un minimo tentativo di cambiamento. Il ribaltamento dei rapporti produttivi e l’annientamento della mercificazione delle forme viventi non sono più prorogabili.
Ciò che è stato proposto in queste pagine non soffre di un mancato senso della realtà; esiste la consapevolezza che una produzione di alimenti vegetali che soddisfi il fabbisogno minimo di un intero quartiere, per fare un esempio, richiede quantità di terra ed energia assai più grandi di quelle disponibili nelle nostre metropoli. Ma che, almeno, l’antispecismo cominci ad acquisire una dimensione sociale e sfacciatamente politica, che cominci ad occupare le piccole porzioni di terra presenti nelle nostre città e crei contesti in cui poter proporre i propri discorsi, incarnando realmente lo spirito di una forza votata al cambiamento, che si sporchi, finalmente, le mani, opponendosi ai concetti e alle pratiche della proprietà e della merce e DISARCIONI l’applicazione di questi stessi concetti e di queste stesse pratiche all’universo delle specie.

Danilo Gatto

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/6RCc9

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