Un’occasione da non perdere


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Da Veganzetta n° 5 / 2012

cucciolo-liberato

Sabato 28 aprile 2012, durante una manifestazione di protesta contro il lager di Cani di Green Hill a Montichiari (BS), un folto gruppo di manifestanti devia il corso previsto del corteo e si dirige verso la rete perimetrale del lager. Alcune persone s’introducono nei capannoni dove sono prigionieri i Cani destinati alle atrocità della vivisezione e ne liberano un numero imprecisato (30? 60? 70? Il numero esatto non si saprà mai), soprattutto cuccioli, ma anche fattrici con il loro carico di disperazione e di dolore.
Tra i manifestanti tredici persone vengono fermate e arrestate, una di loro è minorenne e viene rilasciata quasi subito, le altre passano ben due giorni in prigione prima di essere scarcerate. Ora sono in attesa di un processo che le vede imputate di un nugolo di capi d’accusa. 
Questa la cronaca, il resto è un impressionante susseguirsi di articoli di giornali, di servizi televisivi, dibattiti, dichiarazioni, talk show, discussioni su blog e social network. D’un tratto l’Italia si scopre antivivisezionista, d’un tratto un numero incredibile di persone si dichiara solidale con chi ha liberato i Cani e nettamente contraria alla vivisezione (c’è chi parla di quattro italiani su cinque contrari all’uso di Animali per fini scientifici): un successo non solo nazionale, ma planetario, con prese di posizione in tutto il globo. A parte la domanda scontata che rimbalza nel cervello di ogni antispecista: “Tutte queste persone, tutti questi giornalisti, dov’erano prima?”, è necessario non farsi prendere la mano da facili dietrologie, e tentare di analizzare la questione per evidenziarne i punti salienti.
Prima di tutto rimane, e rimarrà, l’aspetto fondamentale del gesto: la liberazione di Cani dalla schiavitù, l’atto fisico e repentino carico di un indiscutibile valore pratico; i Cani sono in salvo, i cuccioli presto dimenticheranno l’inferno dove sono nati, le loro madri non lo dimenticheranno mai, ma non vi torneranno.
In seconda battuta però è indispensabile chiarire che tale gesto ha enormi implicazioni etiche e politiche, non a caso giustamente c’è chi si riferisce alle persone arrestate come a militanti di giustizia1, e riteniamo che nessun altro termine possa essere più appropriato: dei militanti di giustizia che attraverso un gesto non violento, spontaneo e liberatorio hanno dato corpo al concetto di liberazione animale che travalica ogni steccato ideologico e ontologico mirando alla giustizia interspecifica che nessuna struttura sociale umana norma o prevede. I Cani di Green Hill divengono grazie a questo atto non solo vittime finalmente liberate, ma simbolo di tutte le vittime di un’oppressione ben più grande e su vasta scala che contraddistingue la nostra società del dominio e la pervade. Il gesto-simbolo, come carburante per una vera e propria propaganda generalizzata, un gesto tanto eclatante da scuotere le coscienze della collettività e avviare un dibattito pubblico su un problema. Si può essere a favore o contro, ma non indifferenti.
Dal punto di vista della comunicazione, l’atto di liberazione diviene pertanto un’occasione da non perdere per tentare finalmente di veicolare, attraverso mass media stregati e affamati di notizie, il pensiero antispecista: l’enorme clamore sollevato funge da grimaldello per scardinare il muro di incomunicabilità e il filtro culturale che troppo spesso ci isola, in quanto antispecisti, dalla massa, e giungere al grande pubblico della società dello spettacolo, instillando in esso il seme di una nuova visione filosofica e sociale che non possa più prevedere non solo la vivisezione, ma nessun’altra violenza, nessuno sfruttamento, nessun dominio.
Fino a ora purtroppo tale opportunità pare sia stata colta solo da chi furbescamente e con molto mestiere cerca di trarre vantaggi politici, economici o d’immagine accorrendo a farsi fotografare con gli arrestati, o comparendo in televisione per allargare il proprio bacino elettorale, o per sfruttare l’occasione per un quarto d’ora di celebrità rilasciando magari dichiarazioni fuorvianti o del tutto errate (assistiamo alla nascita di una selva di gruppi e gruppuscoli antivivisezione, di sigle e di reti di attivisti spinti all’agire dalle motivazioni più varie, anche per loro si potrebbe formulare sempre la stessa domanda: ma tutte queste persone dov’erano prima?), e in ogni caso dannose alla causa antispecista.
L’azione mediatica di questi personaggi rischia di ridurre la portata del gesto-simbolo a un mero evento popolare, sfruttandolo per approfittare della ribalta mediatica per poi abbandonarlo una volta calato l’interesse.
È nostro compito non gettare alle ortiche questa contingenza favorevole, superando le divisioni e gli interessi particolari, le remore e i dubbi, per veicolare finalmente un messaggio chiaro, coerente e comprensibile. Non basta chiudere un lager perché se ne aprirebbe subito un altro, o semplicemente lo si sposterebbe in un altro luogo o paese, e gli Animali continuerebbero a essere schiavizzati e morire esattamente come prima, ma lontano dai nostri occhi. Non serve una legge che imponga la chiusura di Green Hill perché è necessaria una presa di coscienza e un cambio culturale che generino un obbligo morale, e non un obbligo legale che è solo coercizione e ancora dominio, in ogni caso un sistema iniquo non può generare nulla di equo, un sistema violento non può ideare nulla che non sia violento. Non basta nemmeno la fine della vivisezione, perché si tratterebbe solo della fine di una delle mille barbarie perpetrate ai danni degli Animali: è la fine dello sfruttamento e della violenza dell’Umano sull’Animale e dell’Umano sull’Umano che è sempre più necessaria. È la liberazione di tutti gli Animali – e la fine di questa guerra che abbiamo condotto fino a ora contro noi stessi e contro la natura – la via.

Adriano Fragano

Note:

1)      Vedasi l’articolo Green Hill: tredici militanti di giustizia di Lorenzo Guadagnucci
www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=3430

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/RNr57

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