Un proprio personale sentiero


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Da Veganzetta n° 5 / 2012

salmone - Un proprio personale sentiero
illustrazione di Emy Guerra

Secondo Henry Beston, naturalista e scrittore britannico, dovremmo adottare una concezione “più intuitiva” degli Animali. È chiaro cosa si intende con il termine “intuizione” in questo caso: l’Umano civilizzato guarda il mondo con gli occhi del cittadino, e mai dell’Animale, e conduce lontano dalla natura un’esistenza fatta di oggetti sociali osservando ciò che è altro da sé sotto “la lente livellante” della razionalità e cultura umana. Da questa lente, tutto appare deformato, gli animali non umani diventano pet, se “fortunati”, o prodotti commerciali in potenza, se sfortunati; in ogni caso, anche sull’Animale si applica la trasformazione in oggetto sociale: il corpo martoriato scompare per far posto al levigato oggetto che troveremo al supermercato. Secondo Beston, l’Umano/cittadino tratta gli Animali con condiscendenza: tutto ciò che è altro dall’Umano diviene creatura incompleta – mancante – privo di ciò che lo rende un’entità morale. Misurare gli Animali col metro dell’Umano è privarli di ciò che li rende Animali, farli somigliare al dissimile: modificarne l’ontologia per una brama di conoscenza che poi trascende in violenza.

Ma gli Animali, quelle singolarità qualunque – quodlibet direbbe Agamben – sono creature che non hanno bisogno di essere completate: esperiscono l’aperto, vivono le loro relazioni con l’altro, hanno (quando noi non lo distruggiamo) un loro mondo ambiente e partecipano, senza gravare come l’Umano, al grande cerchio della vita che chiamiamo “ecologia”. Almeno da san Francesco in poi, si è insediata la balorda idea che gli Animali siano dei “fratelli minori” – che significa dire inferiori in modo cortese – che vuol dire poi fare il passo verso il baratro della schiavitù: il cittadino vede il Maiale solo nelle sue parti e mai nel suo intero, l’ontologia delle monadi si fa a pezzetti industriali, l’americano compra il bacon prima del superball, e la moltitudine dell’animalità si avvilisce in un panino imbottito.
Eppure Beston lo dice a chiare lettere: ogni creatura animale è nella rete della vita e, non ne voglia il Dasein di Heidegger, anche del tempo. In un gioco perverso che ha risvegliato certi cittadini, che si sono riscoperti carne di corpi nudi come gli Animali, è toccata un’altra forma di condiscendenza: quella dei liberatori. In un certo senso, molto fluido e dissolto per i meandri del ragionamento classico, anche gli antispecisti vedono negli Animali qualche fratello minore da proteggere. Questo, almeno, dicono molti oppositori a quel sogno inafferrabile che chiamiamo “liberazione animale” e, onestamente, esiste un fondamento di ragione che confonde, tuttavia, il tempo della storia presente con quello auspicato: direbbe Jacques Derrida, in due sole parole, scambiano il futuro con l’avvenire.

È vero, anche l’antispecismo, come movimento che si preoccupa e lotta per la fine dello specismo, vede gli Animali come dei fratelli che hanno bisogno di essere protetti, talvolta umanizzati. È noto il tentativo di Singer di “espandere il cerchio” dei diritti animali “umanizzandoli” e, molti avranno udito in una manifestazione animalista le parole – mai più false – “loro sono come noi”. Ma c’è un però, che risiede tutto nell’interstizio che divide futuro e avvenire: bisogna agire così, con una condiscendenza di contrappasso, perché è l’unico modo che abbiamo adesso, subito e con l’urgenza che è data dalle grida animali, per migliorare il futuro prossimo dell’animalità. Se il cittadino, infatti, reagisce solo al richiamo di ciò che gli somiglia non possiamo fare altro che dire, anzi urlare, che la sofferenza non ha confini di specie e che ogni coltello del giorno del ringraziamento non è diverso da una pallottola che muove veloce tra i civili afgani. Certo, la condiscendenza dovrà scomparire, in un mondo in cui – non tanto l’antispecismo si sia affermato – ma in cui proprio non ci sarà nulla da affermare: in cui non si dovrà tanto rinegoziare, come facciamo adesso, il confine tra Umani e Animali mostrando le falle teoriche, storiche e politiche, dello specismo, ma argomentare in favore di un congedo definitivo dalla distinzione Umano/Animale. Non perché noi siamo uguali a loro, come non sono uguali una singola Zanzara e un individuo di Elefante, ma perché la discriminazione comincia nel momento stesso in cui spera di comprendere chi è cosa, e chi non lo è. In quel “non”, che si cela prima della copula, giace un territorio arso e secco della morale, su cui ora sorge un cimitero in cui ogni lapide è senza nome.

Se Beston ha ragione, la rete della vita non serve a impigliare o catturare qualcuno, non è la rete con cui il pescatore si erge a dio spegnendo le vite di singolarità a lui incomprensibili: questa rete, questo insieme sfuggente di entità morenti, che ripopolandosi e moltiplicandosi sotto la falsa egida della somiglianza per classi popolano la Terra, altro non è che quella “cosa” che il cittadino fattosi Umano, durante una malattia o un’esperienza corporea (che “faccia sentire” il proprio corpo), prova dinnanzi a un tramonto o a una pioggia. Questo sentirsi parte di un tutto che c’è, ma che mai si può vedere in quanto ne siamo parte, è il tripudio di differenze con cui dobbiamo imparare a convivere per liberare, e liberarci, dalla ferocia dell’antropocentrismo. Non tanto “noi uguali a loro”, o “loro uguali a noi” ma: né “noi” né “loro”. In un mondo libero dalla “lente livellante” di Beston anche il pronome si dissolve nell’indifferenziato. La condiscendenza deve farsi prima “nulla” e poi sguardo inerme e senza forma: non ci sarà “nessuno” sfruttato, perché non ci sarà più una classe di “qualcuno” che è lecito sfruttare, osservare, studiare e modificare. Un mondo di quodlibet popola il mondo dell’avvenire, così lontano dal futuro che prevediamo di vivere. Un mondo in cui gli occhi di un Umano incroceranno quello di una Volpe nel bosco solo per annusarsi prima di perdersi, ognuno, in un proprio personale sentiero.

Leonardo Caffo

 

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