Trattati come bestie


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Un interessante ed esaustivo articolo di Ludovico Silvestri per Veganzetta sull’Olocausto e la questione animale.

Trattati come bestie
Una riflessione sull’Olocausto e il Paragone inverso

Il paragone tra l’Olocausto e la condizione degli Animali sfruttati e perseguitati dalla società umana (da ora in poi: Paragone) desta nella nostra cultura una forte reazione di sdegno e condanna. Questa reazione rappresenta tuttavia un mero riflesso della rimozione dalla coscienza sociale del trattamento crudele che riserviamo a miliardi di Animali. Solo riconoscendo il valore della vita degli altri Animali e la tragicità della loro drammatica condizione attuale il Paragone può essere facilmente compreso e trovare piena legittimità.

Isaac Bashevis Singer, J. M. Coetzee, Helmut Friedrich Kaplan e soprattutto Charles Patterson con Un’eterna Treblinka. Il massacro degli animali e l’olocausto hanno già da tempo intuito e ben messo in luce come la condizione degli Animali nella nostra società sia, sotto molti aspetti fondamentali, simile a quella degli ebrei sotto la persecuzione nazista: nelle celebri parole di Singer, «ciò che i nazisti hanno fatto agli ebrei, gli uomini lo stanno facendo agli animali»1. Pare dunque ora superfluo dilungarsi ancora su questa questione. Ciò di cui invece si vorrebbe parlare è quello che si può definire il Paragone inverso.

Bisogna infatti osservare che, mentre da una parte il Paragone viene tenacemente respinto dalla società umana, dall’altra la stessa, con schizofrenica disinvoltura, ne conferma la legittimità, sebbene in un ribaltamento dei termini: ovvero convenendo, come spesso si sente dire, che gli ebrei erano «trattati come bestie». Eppure, conformemente alla logica, scambiando i termini del paragone il risultato non cambia: se gli ebrei erano trattati come gli Animali, ne consegue che gli Animali sono trattati come gli ebrei.

Appare dunque evidente come, nonostante il rifiuto ostentato, il Paragone sia presente, sebbene solo in forma latente e ad un livello subconscio, nel pensiero sociale contemporaneo. Il ribaltamento dello stesso tuttavia permette di evitare il doloroso trauma e il penoso senso di colpa che dovrebbero invece essere affrontati qualora il Paragone fosse accolto direttamente.

Nonostante ciò, però, anche nel cauto uso del Paragone inverso permane il rischio angosciante e sempre presente che qualcosa possa affiorare alla coscienza: proprio nell’intenzione di evidenziare la tragica condizione degli ebrei nel parallelo con gli Animali, si rivela infatti quella consapevolezza, da tenere costantemente repressa, sul trattamento crudele che riserviamo agli Animali; sul fatto che, ciò che accade abitualmente agli Animali negli allevamenti, nei laboratori biomedici e negli altri spazi di oppressione e persecuzione, sarebbe considerato inaccettabile se praticato su membri della nostra stessa specie.

D’altronde, la stessa frequenza con cui viene usato il Paragone inverso non è casuale. Sebbene infatti a volte, nel resoconto della condizione degli ebrei sotto il regime nazista, ci si serva di altri paralleli, come quello con i lebbrosi o quello con gli automi, il richiamo alla condizione degli Animali emerge con una costanza e una frequenza sbalorditive: questo viene usato in maniera naturale, spontanea, come il mezzo narrativo più intuitivo ed efficace per rappresentare la realtà vissuta dagli ebrei nella Germania nazista. Ciò dimostra come il Paragone inverso non sia un semplice espediente retorico, ma si presenta piuttosto come una similitudine molto concreta rivelante una significativa connessione tra i due soggetti interessati e, ancor di più, come questa sia radicata nel subconscio sociale.

Il Paragone inverso comincia ad apparire per voce dei critici dello sterminio già durante gli anni dell’Olocausto: fu l’arcivescovo cattolico francese di Tolosa, Jules-Gérard Saliège, a indignarsi di fronte a quello che definì un «triste spettacolo di bambini, donne, padri e madri trattati come bestiame»2. Subito dopo la fine della guerra, poi, il parallelo ebrei-Animali è stato rapidamente assimilato dall’intera cultura post Olocausto, e il linguaggio comune, a partire dalle prime narrazioni degli stessi sopravvissuti, si è subito servito del Paragone inverso per la narrazione della tragedia degli ebrei, «ridotti a vivere come animali», «trattati come bestie» e «uccisi come pecore al macello».

Dopotutto, un elemento fondamentale e ampiamente riconosciuto nel trattamento degli ebrei era la loro disumanizzazione o, nella felice espressione di Chiara Volpato, la loro deumanizzazione3: spogliati degli attributi peculiari umani, essi venivano ridotti alla condizione di subumani, ovvero allo stato di esseri umani degradati, destituiti dalla privilegiata condizione umana ed esiliati dalla nostra specie. In una parola, essi subivano una trasmutazione in animali non-più-umani.

Ed erano proprio così, come Animali, che gli ebrei venivano visti dagli oppressori: un’immagine, questa, che aveva una profonda influenza sulla concezione che di essi avevano gli antisemiti dell’epoca nazista. Daniel Jonah Goldhagen, tracciando uno schema delle teorie dominanti in Germania sui diversi gruppi di oppressi, rileva che gli ebrei, «in quanto non umani, sono al di là della legge morale»4. Egli osserva inoltre che:

l’elemento portante [nell’apparato cognitivo antisemita] era l’idea che la vita degli ebrei «non meritava di essere vissuta». Erano esseri… che era giusto uccidere, nel duplice senso che era moralmente corretto, e di fatto legalmente lecito.5

Questa distorsione cognitiva emergeva evidente nel lessico degli stessi oppressori, che frequentemente si riferivano agli ebrei servendosi, con intenti spregiativi, di varie denominazioni animali, quali «cani», «porci» o «ratti»: lo stesso Hitler considerava il popolo ebreo «una schiera di sorci»6, traslando sulla comunità ebraica l’odio radicato in lui verso i Ratti, queste «bestie schifose», come li definiva7.

La trasmutazione in “bestie” degli ebrei non si limitava tuttavia alla solo sfera cognitiva e lessicale, ma si concretizzava nella stessa realtà degli oppressi, permeando l’intero loro trattamento, giustificando e legittimando in tal modo l’atteggiamento, le violenze e i metodi degli oppressori. Un episodio particolarmente significativo viene riferito da uno degli uomini di un battaglione di polizia tedesco impegnato nei tristemente noti rastrellamenti degli ebrei. L’uomo ricorda che, prima dell’esecuzione di un gruppo di ebrei trascinati via dalle loro case, «il tenente… aveva scelto circa venti-venticinque anziani [che] costrinse… a strisciare per terra di fronte alla fossa [per i cadaveri]; e prima di ordinare loro di strisciare, li fece spogliare». A questo punto, mentre gli anziani, ridotti alle sembianze di nudi Animali, strisciavano per terra, «i sottufficiali corsero al limitare del bosco, si procurarono dei bastoni, e poi tempestarono di colpi gli ebrei»8.

I rastrellamenti nei quartieri ebrei erano normalmente seguiti dalla «caccia a tutti quelli che si erano nascosti», come riferisce un sopravissuto9. L’uso della parola caccia non è qui solo metaforico. I tedeschi, infatti, oltre alla perlustrazione minuziosa e maniacale delle strade, delle case e di ogni altro possibile nascondiglio nei centri abitati, intraprendevano anche missioni di ricerca ed eliminazione nelle campagne, setacciando i boschi in cerca di ebrei in fuga, da uccidere sul posto. Come osserva Goldhagen, «molti di quegli uomini parteciparono a numerosissime di quelle che consideravano pure e semplici battute di caccia per ripulire la campagna dagli animali dannosi», operazioni che «tra loro definivano significativamente… Judenjagd (caccia all’ebreo). L’uso del termine non è casuale: esprimeva il modo in cui gli assassini concepivano la natura della loro attività, e le emozioni che ne conseguivano»10.

L’uso dei carri bestiame per il trasporto degli ebrei verso i campi di concentramento è alquanto noto, e non sorprende che le condizioni di quei viaggi richiamino da vicino le scene degli Animali che viaggiano verso i macelli oggi, ben documentate dagli attivisti per i diritti animali. Gli ebrei erano spinti a salire sui vagoni colpiti con bastoni e fruste e, come ricorda una guardia addetta a scortare un convoglio, venivano «ammucchiati nei vagoni nel modo più disumano»11. Il viaggio durava alcuni giorni, senza far mai uscire i reclusi, lasciati senza cibo e acqua, senza servizi igienici e con prese d’aria insufficienti. A volte lo stesso vagone poteva inoltre trasportare sia ebrei che Animali, come a volerli significativamente unire nella medesima tragica sorte. Infine, dopo il viaggio estenuante, si arrivava alla rampa di scarico, dove gli ebrei – nelle parole di una ex-internata di Birkenau – venivano «sbarcati dal treno come le bestie»12. Infine avveniva lo smistamento dei deportati, che prevedeva la selezione dei non abili al lavoro, destinati direttamente all’esecuzione. I restanti invece, ritenuti idonei per il lavoro, venivano avviati verso il campo di concentramento.

I campi di concentramento, come gli allevamenti zootecnici, erano, per gli ebrei (trattati diversamente e peggio dagli altri gruppi di detenuti), essenzialmente strutture finalizzate alla morte: il lavoro stremante, le diffuse malattie, la malnutrizione persistente, i continui maltrattamenti e l’annichilimento psicologico conducevano, entro qualche mese, al debilitamento sistematico e intenzionale delle vittime che, ridotte all’ombra di se stesse, si lasciavano morire lentamente o venivano direttamente selezionate per la camera a gas. La presenza diffusa e comune, sia nei campi nazisti che nei centri d’allevamento, di soggetti giunti all’ultimo stadio della debilitazione fisica, stremati e senza più energie, ha condotto in entrambi i casi alla naturale formazione di denominazioni specifiche: nei primi come muselmänner (musulmani), nei secondi come downer (stesi, a terra).

Ma il sistema dei campi, soprattutto, rappresentava lo stadio ultimo, definitivo, completo, della trasmutazione eretta a principio assoluto, concretizzandosi nella metamorfosi fisica ed esistenziale degli oppressi in animali non-più-umani. Come osserva, con singolare intuito, Primo Levi:

il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie… siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa13 … [Ad Auschwitz] non c’era solo la morte, ma una folla di dettagli maniaci e simbolici, tutti tesi a dimostrare e confermare che gli ebrei e gli zingari e gli slavi erano bestiame… Si ricordi il tatuaggio, … che imponeva agli uomini il marchio che si usa per i buoi; … la mancata distribuzione di cucchiai, … per cui i prigionieri avrebbero dovuto lambire la zuppa come cani; … gli uomini e le donne degradati a cavie, su cui sperimentare medicinali per poi sopprimerli.14

La metamorfosi dell’internato aveva inizio fin dall’arrivo nel campo di concentramento. Come riferisce una ex-internata ad Auschwitz:

Dopo diverse ore passate in piedi ad aspettare, dopo che ci avevano contate, picchiate e malmenate, [compresi che] in meno di ventiquattr’ore, i nazisti avevano fatto di noi delle bestie.15

Goldhagen osserva che una delle caratteristiche fondamentali del sistema dei campi «era data dalla sua trasformazione delle vittime in conformità all’immagine che i nazisti avevano di loro»16: in altre parole, in Animali non umani. La trasformazione si realizzava, infatti, oltre che attraverso il trattamento brutale, anche e soprattutto sul corpo del detenuto, ma prima ancora sulla sua individualità, che andava persa nella moltitudine degli oppressi, similmente al processo degradante del pollo, del Coniglio o del Maiale d’allevamento, non più individuo unico e sensibile (capace di sentire, di provare emozioni, soffrire, gioire), ma parte di un agglomerato di corpi anonimi e privi di qualsiasi riconoscimento morale. Secondo Goldhagen, «disumanizzare le persone privandole della loro individualità, facendo di ciascuna, agli occhi degli aguzzini, soltanto uno dei tanti corpi in una massa indistinta, costituiva per i tedeschi il primo passo nella costruzione della categoria dei subumani»17.

L’atto inaugurale nella mutilazione identitaria dei prigionieri consisteva nella loro completa denudazione all’ingresso nel salone dello spogliatoio, il cui effetto era l’immediata assimilazione alla condizione di nudità animale, rendendo il gruppo delle vittime simile a un confuso e intimorito branco di Pecore da controllare. Dopodiché, come riferisce Frediano Sessi, i prigionieri, «nudi, rimanevano ancora in attesa per poi subire la prima metamorfosi fisica con la rasatura dei capelli e di tutti i peli del corpo»18. Una sopravvissuta ad Auschwitz ricorda che, «così rasate, ci assomigliavamo tutte. Non immaginavo che i capelli fossero così importanti per la nostra personalità. Stentavamo a riconoscere anche le internate che ci erano amiche»19.

Seguiva poi la distribuzione del vestiario del campo, ad Auschwitz costituito dalla ben nota divisa a righe grigie e azzurre, atta a cancellare ogni traccia distintiva anche nell’abbigliamento. A tal proposito, Sessi aggiunge che, «nella maggior parte dei casi, non era possibile scegliere la taglia dei vestiti e la misura degli zoccoli, cosicché spesso la divisa sfigurava la persona, riducendola a un esemplare uguale di una specie senza più segni esteriori di riconoscimento»20.

La procedura di ingresso si concludeva infine con la registrazione del prigioniero. Questa operazione rafforzava ulteriormente e completava la cancellazione dell’identità con la cancellazione dell’ultimo segno distintivo dei detenuti: ovvero il nome, sostituito da un numero di matricola, cucito sugli abiti e tatuato sull’avambraccio sinistro, come «al bestiame destinato al macello», nota ancora Levi.

Nel giro di pochi giorni passati al campo, inoltre, a tutto ciò si sarebbe aggiunto il rapido logoramento fisico prodotto dalle condizioni estreme di vita, cosicché, «senza capelli, e in condizioni di estrema denutrizione» – osserva Goldhagen – «diventava quasi impossibile distinguere una persona dall’altra»21, e persino le differenze fisionomiche sessuali tendevano a scomparire. A questo punto il processo di metamorfosi fisica, spersonalizzazione e uniformazione del detenuto poteva dirsi pienamente realizzato: l’Umano era stato definitivamente sostituito da un nuovo esemplare non umano anonimo e indefinibile.

In alcuni casi, poi, gli oppressori manipolavano ulteriormente l’identità umana delle loro vittime con metodi particolarmente umilianti. Un sopravvissuto ad Auschwitz racconta un episodio in cui un detenuto, che non ebbe il permesso di andare alla latrina, «se l’era fatta addosso. La guardia, scoperto il trasgressore, gli ordinò di togliersi le mutande, di arrotolarle e di mettersele in bocca, tra i denti. Gli ordinò inoltre di mettersi a quattro zampe e di abbaiare»22.

Oltre a tutto ciò, nei campi, come nota la Volpato, veniva erosa anche «la prerogativa che distingue l’uomo dall’animale: la capacità di comunicare attraverso il linguaggio. Ad Auschwitz la lingua impiegata è il Lagerjargon, un gergo primitivo, più urlato che parlato, derivato dalla contaminazione di lingue diverse, che risuonano» – scrive, citando Levi – «grottesche come voci animali».

Se da una parte la trasmutazione delle vittime ebree, portata a pieno compimento con la completa riduzione del detenuto allo stato esistenziale di Animale non-più-umano, originava dall’immagine che i nazisti avevano di loro, dall’altra, allo stesso tempo, essa confermava, giustificava e favoriva tale immagine. Da questa immagine derivava poi l’atteggiamento dei nazisti verso i detenuti ebrei, atteggiamento che, a sua volta, determinava il trattamento disumano che i nazisti riservavano alle vittime. Un testimone ricorda così un tipico discorso delle SS di servizio ad Auschwitz quando accoglievano i detenuti:

Per noi voi non siete uomini, ma soltanto un mucchio di spazzatura… Per nemici del Reich della vostra fatta, come voi siete, noi tedeschi non avremo alcuna compassione… Qui creperete come cani.23

Nel migliore dei casi il prigioniero poteva essere trattato come un Cane di casa. Nei suoi ricordi, una ex-detenuta di Auschwitz, un’artista che al tempo della sua permanenza al centro era anche giovane e molto attraente, parlò di un medico delle SS che le prestava particolari attenzioni, le portava sempre regali come sigarette, cibo e altro e, soprattutto, salvò la vita a lei e a sua madre evitando che fossero destinate alla camera a gas. Ma, nel definire l’atteggiamento di questo medico verso di lei, la donna non vi vedeva un autentico rapporto di un essere umano con un suo simile, ma dichiarò che l’uomo, semplicemente, «fece di me una sorta di animaletto da compagnia»24.

Al termine di questa breve, e solo parziale, rassegna, guardando all’Olocausto senza le lenti dello specismo emerge evidente una fondamentale conformità tra la condizione degli ebrei sotto la persecuzione nazista e la condizione degli Animali nella nostra società. Liquidare la questione come una semplice trovata provocatoria degli attivisti per i diritti Animali significa non riuscire a vedere, o non voler vedere, uno dei fattori fondamentali – non sufficiente ma necessario – che ha reso possibile l’Olocausto.

La conformità in discussione non è infatti né casuale né secondaria nel piano di sterminio nazista, ma riflette un preciso processo di deumanizzazione messo in atto durante l’Olocausto e finalizzato a ridurre le vittime allo status di Animali, per poter poi procedere alla loro oppressione nei modi ordinari nel trattamento degli Animali e delegittimando ogni riflessione morale.

Si tratta, più esattamente, di quel particolare e ben noto in psicologia processo di deumanizzazione che prende il nome di animalizzazione – o, nelle aspre parole di Levi, bestializzazione25. «Fin dalla preistoria» – scrive Volpato – «l’animale costituisce [per l’essere umano] un punto di riferimento indispensabile… l’alterità necessaria all’affermazione dell’identità umana. L’uomo si definisce attraverso il suo dominio su di esso e, contemporaneamente, lo usa per giustificare la dominazione sugli altri esseri umani26.» Cosicché, «quando interessi e ideologie portano un gruppo a intraprendere lo sterminio dell’altro, confinarlo allo stato animale aiuta a oltrepassare il confine»27.

Tale processo ha un’antica e lunga storia nella vicenda umana, attraversando ogni tempo e ogni continente, dall’antica Mesopotamia con la nascita dello schiavismo fino al Nuovo Mondo con lo sterminio dei popoli amerindi, accompagnando tutti i conflitti e i genocidi del Novecento fino alle squallide mura della prigione di Abu Ghraib alle soglie del 2000. Tuttavia, è solo nel progetto di sterminio nazista che l’animalizzazione ha raggiunto il suo apogeo, la perfezione assoluta: nella condizione degli oppressi, così come nella mentalità degli oppressori, come pure nei metodi e nella tecnica di oppressione messi in atto.

L’eccezionale grado di animalizzazione realizzatosi sotto il regime nazista è oggi testimoniato dall’uso diffuso del Paragone inverso. Che in questo conferma, nella forma di un lapsus collettivo, il Paragone stesso: o, in altre parole, come gli ebrei siano stati trasformati in Animali, per essere trattati come noi trattiamo gli altri Animali.

Ludovico Silvestri

Note:

1) Isaac Bashevis Singer, Nemici. Una storia d’amore, TEA, 2004.
2) Daniel Jonah Goldhagen, I volenterosi carnefici di Hitler, Arnoldo Mondadori Editore, 1998, p. 118.
3) Chiara Volpato, Deumanizzazione, Laterza, 2011.
4) Daniel Jonah Goldhagen, op. cit., p. 487.
5) Idem, cit., p. 334.
6) Adolf Hitler, Mein Kampf, vol. I: «Jews act in concord only when a common danger threatens them or a common prey attracts them. Where these two motives no longer exist then the most brutal egotism appears and these people who before had lived together in unity will turn into a swarm of rats that bitterly fight against each other».
7) Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 56: «I learnt to hate rats when I was at the front. A wounded man forsaken between the lines knew he’d be eaten alive by these disgusting beasts».
8) Daniel Jonah Goldhagen, op. cit., p. 241.
9) Idem, p. 411.
10) Idem, p. 251.
11) Idem, p. 211.
12) Giuseppe Paleari, Visita studio al lager di Auschwitz 2 – Birkenau.
13) Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, 1997.
14) Idem, appendice.
15) Frediano Sessi, Auschwitz 1940-1945, Rizzoli, 1999, p. 152.
16) Daniel Jonah Goldhagen, op. cit., p. 187.
17) Idem, p. 188.
18) Frediano Sessi, op. cit., p. 40.
19) Idem, pp. 151-152.
20) Idem, p. 40.
21) Daniel Jonah Goldhagen, op. cit., p. 187.
22) Frediano Sessi, op. cit., p. 39.
23) Idem, p. 43.
24) Robert Jay Lifton, I medici nazisti, Rizzoli, 2002, pp. 308,309.
25) Primo Levi, op. cit..
26) Chiara Volpato, op. cit., pp. 19-20.
27) Idem, p. 29.

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7 Commenti

  1. Massimo ha scritto:

    Da ebreo sono sconvolto da come gli esseri “umani” non capiscano queste cose, ma sopratutto da chi queste cose le ha provate sulla propria pelle le possa ora perpetrare ai danni degli animali non umani. Penso che sino a quando si utilizzerà anche solo un pelo di un altro essere vivente,di qualunque specie sia, non esisterà la pace ne la serenità su questo mondo e che gli olocausti di esseri viventi non avranno mai fine.

    23 febbraio, 2017
    Rispondi
  2. ersilia riccio ha scritto:

    Anch’io ho nelle vene sangue ebreo,ereditato dalla mia bisnonna Austro-Ungarica,è una piaga che non si rimarginerà mai,quella degli orrori sofferti dagli ebrei,che appunto si traduce nelle sofferenze animali,non c’è giorno che non mi svegli pensando alla sofferenza di milioni di esseri innocenti,subordinati al potere umano,alla chiusura di molte persone nell’essere legati a tradizioni arcaiche e ingiustificabili,che identificano gli animali le vittime da sacrificare,non mangio alcun animale da circa 30 anni,dallo scorso luglio nemmeno i derivati,ne parlo continuamente in giro,qualcuno ha seguito la mia celta,altri tendono a considerarmi pazza,io sono sopravvissuta alla morte per 3 volte,ho subito un serio intervento neurochirurgico al cervello,che mi ha reso anora più sensibile al dolore di chi soffre,acutizzando la percezione di tali sofferenze

    26 febbraio, 2017
    Rispondi
  3. rita ha scritto:

    Bellissimo articolo.
    Non ho nulla da aggiungere, ma ho piacere di lasciare un commento di apprezzamento.

    26 febbraio, 2017
    Rispondi
    • Ludovico ha scritto:

      Grazie Rita, apprezzo veramente veramente molto. Ne approfitto anche per ringraziare anche qui Veganzetta per avermi dato la possibilità di parlare qui di un argomento che ritengo molto importante e non facile da trattare in pubblico.

      27 febbraio, 2017
      Rispondi
  4. Paola Re ha scritto:

    Grazie Mauro.
    Per rispondere a Massimo che è Ebreo, nel libro di Patterson, una delle testimonianze più sconfortanti e pessimiste è quella di Albert Kaplan, figlio di ebrei russi immigrati negli Stati Uniti, il quale racconta che i sette anni passati in Israele gli hanno insegnato che la sua gente non è esente dalla crudeltà: «Le Auschwitz per animali sono ovunque in Israele e alcune di queste sono mandate avanti da sopravvissuti all’Olocausto. (…) La maggioranza dei sopravvissuti all’Olocausto sono carnivori che non si preoccupano della sofferenza degli animali più di quanto i tedeschi si siano preoccupati della sofferenza degli ebrei. Che cosa significa tutto questo? Ve lo spiego. Significa che non abbiamo imparato niente dall’Olocausto. Niente. E’ stato tutto inutile. Non c’è speranza.»
    Io la penso come lui.

    26 febbraio, 2017
    Rispondi

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