Trappole per vegani


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Da Veganzetta n° 5 / 2012

phoxinus - Trappole per vegani
illustrazione di Emy Guerra

I tempi stanno cambiando e l’insistente attività dei gruppi animalisti nel Paese sta producendo qualche risultato di rilievo. Lo si può constatare dalla nuova considerazione verso la questione animale proveniente da ambiti esterni. Tuttavia spesso non si tratta di un favorevole accoglimento, bensì di un tentativo di disinnescare una autentica rivoluzione del pensiero del nostro tempo. Le manifestazioni di questo interesse negativo si stanno moltiplicando secondo due piani diversi. Talvolta sono aggressive e, non soltanto evitano il confronto, ma cercano di sottrarre terreno a una idea in evoluzione. Altre volte, invece, si offrono spazi di confronto in precedenza sempre negati. Proprio questi ultimi ambiti, essendo relazionali e prevedendo il contraddittorio, devono essere gestiti con oculatezza. Infatti una riflessione sulle proprie mosse, pur sempre ragionevole, diventa inderogabile nel momento in cui l’“avversario” ti concede “udienza”, cioè la “possibilità di essere udito”.

Un confronto su un tema di così assoluta rilevanza come quello sullo specismo non è inessenziale come il vaniloquio di una trasmissione sportiva e possiede le caratteristiche di un vero duello. Gli interessi in gioco sono ben superiori a quelli apparenti che sembrano coinvolgere soltanto due o più personalità. I soggetti si confrontano su una visione del mondo, gli uni per conquistare un’egemonia culturale, gli altri per mantenerla, non certo per offrire al pubblico semplici opinioni. Quindi, offrire un’immagine sfocata, o dare l’impressione di avere argomenti deboli o diversi da quelli che si vogliono effettivamente sostenere, può essere addirittura svantaggioso rispetto alla situazione di silenzio.

Questo ragionamento pare importante alla luce di due eventi televisivi degli ultimi tempi: una puntata del programma Porta a porta dal titolo “Mangiar bene in tempo di crisi”, e – ben più dannosa – una puntata del programma Le invasioni barbariche dal titolo emblematico “L’Agnello di Dio”. In entrambe si è potuto notare come i mezzi di informazione possano mettere nel tritatutto qualsiasi questione lasciando praticamente immutate le posizioni di partenza.

Nel primo caso la trasmissione si occupava di alimentazione, e quindi si accompagnava a varie e inevitabili obiezioni (qual è l’alimentazione migliore sul piano salutistico…) alla quale Luciana Baroni, brava combattente per l’affermazione del veganismo, ha fatto fronte come poteva nel concitato e disordinato sovrapporsi delle voci dei sostenitori della dieta onnivora. In questo disgraziato spettacolo si è potuto constatare come ormai sia difficile il confronto civile per l’affermazione della verità in un contesto apparentemente pubblico ma, di fatto, monopolizzato da interessi invisibili. Interessi che agiscono tramite falsi specialismi impersonati da individui la cui funzione è quella di distruggere l’argomentare altrui per mezzo della “messa in caciara”, tecnica collaudata per impedire allo spettatore di farsi un’idea razionale del problema (di qualsiasi problema).

Ma se in casi simili ha senso tentare, magari chiedendo maggiori garanzie sullo svolgimento del dibattito (la questione non tocca il nocciolo duro dell’antispecismo), in altri occorrerebbe semplicemente declinare l’invito. E qui si rientra nel caso de “L’Agnello di Dio”, trasmissione mandata in onda in prossimità delle truculente festività pasquali. Alcuni vegani piuttosto stravaganti – unica eccezione il professor Luigi Lombardi Vallauri – si sono trovati di fronte ad altri tre personaggi altrettanto stravaganti in uno scontro diretto di frizzi, lazzi e battutacce sotto gli occhi soddisfatti di una moderatrice più interessata allo spettacolo dell’imbarazzante ping-pong che alla messa a fuoco della questione. Tanti sono i rilievi che si possono fare.

Il primo: chi vuole porre la questione animale deve innanzitutto conoscerla. Se lo scopo è quello di apparire come portavoce di una visione semplicemente compassionevole, è meglio lasciar perdere perché si finirà inevitabilmente stritolati dalle collaudate astuzie degli avversari. Come rispondere, ad esempio, alla proliferazione malthusiana degli Agnelli maschi se non si mette in discussione la pratica degli allevamenti?

Il secondo: il pubblico in studio rappresenta un fattore di rischio. Ogni battuta (a cui i nostri avversari ricorrono con estrema facilità) ha il potere di sdrammatizzare la tragedia e di trasformare tutto in farsa attraverso una risata liberatoria che risolleva il morale del pubblico presente. Questa, a sua volta, si trasmetterà attraverso l’etere fino a raggiungere i soggetti davanti allo schermo e potenzierà l’effetto. Così, chiedere a una ristoratrice borgatara se avrebbe il coraggio di uccidere l’Agnello che vede pascolare nel prato diventa una domanda terribile se questa risponde (come ha effettivamente risposto): “certo gli corro dietro e lo sgozzo” (applausi divertiti).

Il terzo rilievo è fondamentale. Se si soffre di una qualche sudditanza psicologica verso l’ambiente, si preannuncia già la catastrofe. Dire: “Noi vegani non vogliamo né insegnare né imporre; è una scelta nostra e vogliamo solo far capire perché abbiamo fatto questa scelta” significa scavare la fossa alle proprie idee. Frase riconfermata poco dopo da un corale vegano “certo, certo…” di fronte alla dichiarazione (solo apparentemente) preoccupata della fautrice dell’abbacchio: “Non vorrete mica obbligare [il prossimo] alle vostre scelte?” Si faccia un esperimento mentale e si immagini quale potrebbe essere l’atteggiamento delle femministe se in un talk show emergessero delle dichiarazioni squallidamente maciste.

Infine, se si hanno cose serie da dire – questo è il quarto rilievo – è meglio evitare di confondersi con i cosiddetti vegani dello “stile di vita”. Il professor Lombardi Vallauri ha riportato le uniche dichiarazioni ragionevoli, le quali però, affogate in quel contesto altamente spettacolarizzato e imbrigliate dai tempi televisivi, difficilmente hanno lasciato traccia. I suoi ragionamenti meritano ben altra platea e trasmissioni televisive diverse.

Insomma, il tipico talk show è un luogo da rifuggire come la peste perché disseminato di trappole fin troppo scoperte. E poi costituisce l’ambito classico che non offre nulla se non la pura spettacolarizzazione del tema trattato. Occorre finalmente comprendere che la natura politica dell’antispecismo impone la conquista di spazi pubblici e mediatici, in cui la drammaticità della comunicazione antispecista possa esprimersi nel modo più compiuto impedendo all’avversario di spostare i termini del discorso su piani a lui congeniali. Probabilmente tali spazi sono altrettanto problematici e presentano controindicazioni simili a quelle descritte (purtroppo viviamo ancora in una totalizzante società dello spettacolo), ma in ogni caso la scelta del campo di gioco – il rifiuto di partecipare in ambienti “ludico-ridanciani”, la sottrazione del tema al divertissement e la giusta dose di drammatizzazione nell’esposizione dei propri argomenti – può generare situazioni obiettivamente diverse. Facile l’obiezione: non siamo noi che scegliamo, sono i media che scelgono per noi i luoghi di partecipazione. Ma è facile anche la risposta: nessuno ci obbliga ad accettare certe offerte e, di contro, potremmo tentare di conquistare quegli spazi mediatici che garantiscono ambiti e modi adeguati per dare forza alla nostra visione del mondo. Come? Tutto da definire, certo. Ma un problema ammette qualche soluzione solo nel momento in cui lo si individua come tale.

Aldo Sottofattori

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/2Gv1D

4 Commenti

  1. marzia ha scritto:

    credo invece che andando preparati e “armati” delle ultime strategie e tecniche di comunicazione da sfruttare per parlare di questi argomenti multi sfaccettati (caccia, circhi,macelli, pellicce, sa,ecc) si possa interessare e assorbire una discreta fetta di pubblico..basterebbe sapere bene di cosa si parla (oggettivamente, non solo emotivamente) e soprattutto conoscere e saper mettere in pratica le nuove tecniche di comunicazione, un pò come se fossimo tecnici pubblicitari di marketing …che devono vendere ideali anzichè merce.

    22 settembre, 2013
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    • Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

      Il problema è proprio che non abbiamo nulla da vendere, ma solo nuove visioni del nostro rapporto con gli altri animali da proporre

      22 settembre, 2013
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  2. marzia ha scritto:

    Con la parola “vendere” intendevo rendere comprensibili ed “appetibili” al maggior numero di persone possibili la nostra visione.Ciò è facile anche perchè le motivazioni e i risvolti legati alle nostre scelte hanno radici in diversi ambiti: salute, economia, ecologia, sostenibilità, ecc..
    quindi affrontando i discorsi a 360 gradi,si potenzia esponenzialmente la possibilità di feedback positivi nel “pubblico”
    ;-)

    27 settembre, 2013
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  3. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    Ciao Marzia,

    Grazie per la precisazione, ora è tutto chiaro :=)

    27 settembre, 2013
    Rispondi

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