Petit Paysan, ovvero uno spot del buon allevatore compassionevole


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Suona la sveglia, Pierre apre gli occhi, si alza e si fa strada tra i corpi delle Mucche che ingombrano l’appartamento, poi va in cucina, dove si prepara il caffè sotto lo sguardo curioso degli Animali. Una scena di intimo calore domestico.
Dissolvenza. La sveglia suona di nuovo, questa volta nella realtà e non in sogno, e inizia la giornata lavorativa di Pierre.
Nella prima scena c’è già tutto l’intento del primo lungometraggio di Hubert Charuel, figlio di allevatori. Le Mucche occupano totalmente la mente del protagonista, sono il suo lavoro, la sua vita, non c’è spazio per altro, né per gli amici, né per l’amore, né per lo svago e nemmeno per i genitori.
Il titolo italiano aggiunge una frase all’originale, “un eroe singolare”.
Ed è così che ci viene descritto questo giovane allevatore che non esita ad uccidere con le sue stesse mani due Mucche che hanno contratto la febbre emorragica – una con un colpo di accetta, chiedendole “scusa”, l’altra con un colpo di fucile – e poi a nasconderne i corpi per evitare che la sanità pubblica abbatta l’intera mandria.
Rispetto alla dimensione onirica della scena d’apertura, il resto ha un taglio molto realistico; la macchina da presa segue Pierre nelle sue mansioni quotidiane: la mungitura meccanica delle Mucche, la nascita di un vitellino – che viene subito allontanato dalla madre e costretto a bere il suo primo latte da un secchio di plastica -, la foratura delle orecchie per attaccare le marche auricolari, il pranzo a casa dei genitori, le visite della sorella veterinaria. Apprendiamo che Pierre è il miglior allevatore della zona, primo per qualità del latte. Un primato che lo rende orgoglioso e che non vuole assolutamente perdere.
Quando scopre la prima Mucca malata, fa di tutto per tenere il caso nascosto alle autorità sanitarie, scivolando in una sorte di ossessione; il resto del film vede Pierre coinvolto in una serie di sotterfugi per scongiurare il peggio. Un peggio che non potrà essere evitato. Alla fine l’intera mandria, composta da circa 25 Mucche, sarà abbattuta dall’autorità sanitaria.

Tra uno spot di una qualsiasi marca di mozzarella e Petit Paysan la distanza è solo estetica, ma non narrativa. Entrambi mirano a vendere qualcosa: un prodotto nel primo caso, un concetto nel secondo, quello del buon allevatore compassionevole che ama tanto i “suoi” Animali, li tratta in modo etico ed è disposto a ucciderli con le sue stesse mani pur di salvarli dall’abbattimento dell’autorità sanitaria; come se quelle povere Mucche, dopo una vita di schiavitù e sfruttamento non sarebbero comunque state mandate al macello nel momento in cui la produzione di latte sarebbe calata e il profitto diminuito.

Petit Paysan – ben tre nomination ai César e vincitore di diversi premi – mette in scena una propaganda molto insidiosa poiché invisibile: il taglio realistico, quasi documentaristico, trae in inganno lo spettatore che si convince così della veridicità del tutto. Lo spettatore è rassicurato perché viene confermato tutto ciò che ha sempre creduto di sapere sul lavoro di chi alleva Animali. Un lavoro duro e faticoso scelto per passione perché solo la passione e il sacrificio fanno ottenere prodotti di ottima qualità. L’amico allevatore di Pierre, che è disposto a fare meno sacrifici ed è passato alla mungitura con i robot così da avere più tempo libero per sé, non risulta infatti tra i primi in graduatoria per qualità del latte.
I controlli sanitari sono efficaci, al minimo rischio di malattia si prosegue con l’abbattimento sistematico degli Animali, anche di quelli sani, così come si farebbe con un qualsiasi prodotto fallato che potrebbe rovinare l’immagine di un’azienda.

Innanzitutto c’è una prima grande menzogna: la mandria è composta da 27 Mucche definite “da latte”. Mucche che devono essere munte quotidianamente e che vengono mostrate sempre e soltanto in funzione di questo. Sono macchine viventi. Certo, respirano e si muovono, a volte fanno capricci e si agitano un po’, ma l’allevatore interviene a ristabilire l’ordine, in fondo è quello che devono fare delle Mucche “da latte”, ossia produrre latte. Non ci viene mostrato nulla dell’etologia di questi splendidi Animali, sono sempre attaccate alla mungitrice meccanica e, soprattutto, non ci sono i vitelli (a parte quello appena nato). Prima che i funzionari della sanità procedano con l’abbattimento, Pierre insiste per poterle mungere un’ultima volta: “così saranno più calme”, comunica agli spettatori.
Il messaggio che arriva è che le Mucche esistano per fare il latte, che abbiano sempre il latte. Sappiamo che non è così, che le Mucche, come tutti i mammiferi, producono il latte solo dopo il parto e che i vitellini maschi, dopo lo svezzamento e raggiunto il peso necessario per il mercato, vengono mandati al macello. Ma a questo non c’è il minimo accenno nel film. Tutte hanno le mammelle gonfie, ma non si sa quando abbiano partorito e dove siano i loro vitellini.
Poco prima dell’unico parto che viene mostrato, Pierre si augura che sia femmina. Una femmina significa un’altra schiava per produrre il latte. Significa soldi. Ma ovviamente nel film questo non viene detto, si fa semplicemente riferimento alle ottime qualità genetiche della madre.
Pierre non ama quelli che definisce i “suoi” Animali. Pierre ama il suo lavoro, ossia il denaro che gli frutta.
Pierre non le vede nemmeno le “sue” Mucche. Non vede individui senzienti, vede soltanto delle macchine.
Quando due delle Mucche iniziano a stare male e sono in evidente stato di sofferenza, le uccide per evitare il contagio al resto della mandria, non per compassione o per farle smettere di soffrire. Le uccide per salvare la sua fonte di reddito, non per mettere in salvo altri individui.
Pierre è un perfetto eroe dei giorni nostri, uno che concepisce gli altri Animali solo in funzione dell’uso che se ne può fare e non esita a compiere azioni illegali pur di mantenere il suo business. Non c’è spazio per il minimo dubbio etico proprio perché gli Animali non vengono mai, nemmeno per un secondo, mostrati come individui. Tra Pierre e le Mucche sussiste un rapporto esclusivamente gerarchico: lui è il padrone, gli Animali sono schiavi. Quando si lamentano per la marcatura delle orecchie o perché non vogliono essere munte, Pierre le ammonisce, a volte colpendole con un bastone, come si farebbe con un bambino che non sta facendo quello che deve fare.
A metà film scopriamo che Pierre è anche un cacciatore. Gli amici lo invitano a una battuta di caccia per farlo distrarre un po’. E questo è un altro elemento significativo del rapporto di Pierre con gli altri Animali.

Significativa la scelta dei movimenti di macchina, tutti incentrati sulla figura di Pierre. Ma MDP lo segue passo passo, indugia sul suo volto in frequenti primi piani, racconta la sua ossessione. Si parla solo di lui. Gli Animali non ci sono. Non ci sono individui. Solo oggetti, strumenti di lavoro, macchine.

Ho letto alcune recensioni che ne parlano come di un film toccante. Dando per buona l’onestà intellettuale di scrive, mi sconvolge l’incapacità di andare oltre la finzione, di non capire che Pierre non è un eroe, ma uno schiavista, uno sfruttatore, un assassino e che questa non è l’opera sincera di uno studioso di cinema, ma uno squallido prodotto di propaganda dell’industria casearia.

Rita Ciatti

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/WW3l2

13 Commenti

  1. Paola Re ha scritto:

    Pure io ho letto parecchie recensioni che lo descrivono come film toccante e commovente. Penso che sia un film molto pericoloso perché veste con l’abito da sera una crudeltà come quella che sta dietro l’allevamento. La caccia poi…
    Mi hanno turbata anche i premi che ha vinto.
    Non so dove sia finito il cinema francese se si lascia narcotizzare da un’opera così mistificatoria.
    Mi suscita molta amarezza questo film. Non ci bastano gli spot pubblicitari a edulcorare lo sfruttamento animale. Adesso arrivano i film pluripremiati.
    Spero che qualcuno alzi la testa e lo critichi come si deve.
    Brava Rita.

    29 Marzo, 2018
    Rispondi
  2. Roberto Contestabile ha scritto:

    Grazie Rita Ciatti. Per questa importante recensione di un documento che andrebbe divulgato ma non con il suo vero intento, bensì raccontando la tragica realtà… quella che hai ben descritto tu in poche ma significative parole. Brava.

    30 Marzo, 2018
    Rispondi
    • Rita ha scritto:

      Grazie a te Roberto, anche per la condivisione su FB.

      31 Marzo, 2018
      Rispondi
  3. Rita ha scritto:

    Grazie Paola.
    Ma poi di commovente non ha proprio nulla, semmai di straziante e violento, ma lo strazio delle povere mucche lo vediamo solo noi.
    Sì, ha vinto parecchi premi e molte testate giornalistiche importanti lo hanno acclamato come capolavoro.
    Dietro c’è proprio l’intento di fare propaganda, il regista è figlio di allevatori.
    Unica nota positiva: a Roma è stato poco distribuito, lo davano solo in una sala.

    30 Marzo, 2018
    Rispondi
  4. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    Come per ogni cosa chi ha deciso di intraprendere un’esistenza compassionevole ed empatica vede la realtà da una prospettiva diversa: ciò che per i più è bello e commovente, per noi appare per ciò che in realtà è per chi subisce il nostro potere: triste e crudele.

    31 Marzo, 2018
    Rispondi
  5. Paola Re ha scritto:

    Ecco un link con parecchie recensioni http://www.comitati-cittadini.org/2018/03/petit-paysan-%E2%80%93-un-eroe-singolare-film-in-prima-visione-nazionale-da-sabato-24-a-lunedi-26-marzo-al-cinema-excelsior-di-falconara-marittima/
    E’ grottesco leggere ovunque che è un film in cui emerge l’amore per gli animali. Ovviamente è stato giudicato un capolavoro anche da Slow Food, grande amante degli animali!
    Spero che questo film non dia origine a una lunga serie di nefandezze cinematografiche trasferendo sul grande schermo ciò che sta avvenendo sempre più insistentemente negli spot pubblicitari col proliferare di fattorie idilliache, bianchi mulini, massaggi per mucche, Lola e Rosita… E’ un quadro dell’orrore mascherato benissimo. Oltre ai disgraziati animali, i bambini e le bambine sono vittime eccellenti di queste bugie degli adulti.

    31 Marzo, 2018
    Rispondi
    • Rita ha scritto:

      Slow Food, capirai… sono i primi ad aver sdoganato il falso concetto di “carne felice”.
      Spero anche io che il cinema non si faccia promotore di questi messaggi fuorvianti sul “benessere animale” e sul buon allevatore che ama i “suoi” animali, come se non bastassero le già tanto insidiose pubblicità.

      2 Aprile, 2018
      Rispondi
  6. Lina ha scritto:

    Complimenti, Rita. Un’analisi reale e scevra da condizionamenti. Peccato constatare quanto ancora sia lontano il concetto di antispecismo. Dall’ideatore del film a chi lo ha premiato. Patience.

    9 Aprile, 2018
    Rispondi
    • Rita ha scritto:

      Grazie Lina.
      Purtroppo sì, siamo ancora molto lontani dal far comprendere che gli altri animali sono individui da rispettare e non da usare per i nostri interessi.

      9 Aprile, 2018
      Rispondi
    • Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

      Peggio: il film in questione è subdolamente e volontariamente specista

      11 Aprile, 2018
      Rispondi
  7. Paola Re ha scritto:

    Qualche anno fa provavo fastidio per chi considera gli animali inferiori a noi, per chi li sfrutta, per chi li maltratta e via elencando.
    Più passa il tempo, più cresce accanto a questo fastidio, quello di chi dice di amare gli animali e poi fa loro ciò che sappiamo.
    Gli allevatori sono dei campioni in questo. Forse sono i migliori. I programmi televisivi su agricoltura e allevamento, come molti spot, presentano queste figure umane che trasudano di amore per i loro animali e anche chi non è allevatore crede alle frottole che raccontano.
    Questa mistificazione mi fa uscire pazza perché è pericolosissima.
    Ovviamente gli allevatori sono in buona compagnia del fantino che ama il suo cavallo, del vivisettore che ama il topolino, del cacciatore che ama il canto degli uccelli, del pescatore che ama il mare, del torero che ama il toro eccetera.
    E’ una battaglia dura da combattere perché bisogna farla in questa colata di amore e i cattivoni siamo noi che portiamo odio.

    11 Aprile, 2018
    Rispondi
  8. Gianni Sartori ha scritto:

    Scusate se mi attacco qua: Questo è il classico articolo, tra le centinaia che scrivo, che – chissà perché? – non trova ospitalità. Evidentemente l’antropocentrico si aggira, neanche tanto furtivo, anche a sinistra (conosco molti FC che frequentano il Bocciodromo, unico centro sociale – benemerito comunque – di Vicenza). Eppure quanto è accaduto a Lumignano mi sembra una caso di patologia antropocentrica da manuale.

    LUMIGNANO: UNA PICCOLA STRAGE ANNUNCIATA

    DECESSO IMPROVVISO DI DECINE DI CHIROTTERI
    ENNESIMO “EFFETTO COLLATERALE” DELLE ATTIVITA’ DEI FC

    (Gianni Sartori)

    Qui le notizie di rilievo sono almeno due. Ai lettori la responsabilità di saperne cogliere gli eventuali collegamenti (causa-effetto)

    Per la prima riprendo quanto era stato denunciato – ancora in marzo – da alcuni ricercatori del CERC (Centro Educazione e Ricerca Chirotteri):

    “SCEMPIO alla GROTTA DELLA GUERRA a LUMIGNANO, questi sono i risultati del FREE CLIMBING, pareti deturpate tagliando e sradicando la vegetazione (ad esempio la bella Saxifraga berica) di fianco all’apertura di una delle più importanti colonie di riproduzione di pipistrelli del Veneto e ZONA ROSSA cioè INTERDETTA all’arrampicata. Sembra che alcuni arrampicatori NON sappiano né leggere né analizzare le mappe. Sarebbe meglio rendere obbligatori dei corsi per insegnare gli elementi fondamentali dell’arrampicata in sintonia con la natura e del buon vivere. Altrimenti ci sono le palestre artificiali dove potete fare quello che volete”.

    Questo l’indignato j’accuse, scritto a marzo – sicuramente d’impeto – dopo la scoperta dell’opera vandalica. A diffonderlo sono stati appunto alcuni giovani studiosi, profondi conoscitori del mondo dei chirotteri (oltre che esperti speleologi) del CERC.

    E dato che non c’è limite al peggio, dopo qualche giorno è arrivato un aggiornamento che suonava come ulteriore allarme:
    “Dopo un accurato sopralluogo (02.04.2018) con alcuni componenti della Commissione Scientifica FSV (Federazione Speleologica Veneta nda), abbiamo scoperto che non sono stati ripuliti (qui mi inserisco per suggerire l’uso di qualche termine più appropriato: deturpati, devastati, vandalizzati, violentati, saccheggiati…il termine “pulizia” quando viene estirpata la vegetazione – rupicola e non – ne evoca fatalmente un’altra: quella etnica di chiara marca franchista, la limpieza nda) solamente 40 metri lineari di parete per altrettanti e più in altezza, ma il lavoro e’ proseguito per alcune centinaia di metri (in totale circa 200 nda) oltre la Grotta della Mura tagliando alla base piante anche di una certa dimensione per favorire il disseccamento. Risultato: la falesia non tornerà più al suo stato naturale poiché la mancanza di vegetazione arborea favorirà il dilavamento delle pareti e quindi il non attecchimento della vegetazione erbacea. Complimenti a quella FETTA di arrampicatori che vedono la parete rocciosa e l’arrampicata NON come un confronto rispettoso con la natura e se stessi ma SOLO come una esternazione del proprio ego superiore chissà a cosa, in maniera irrispettosa sia dell’ambiente circostante sia degli altri frequentatori, umani e non umani (non escludendo che anche altri “frequentatori umani” producano danni, ma questo e’ un capitolo a parte). Comunque si ipotizza, e quasi si conferma, IRRIMEDIABILE il danno fatto a tutta la falesia della parete nord del Monte Castellaro. Il vecchio motto “vado in montagna/grotta/arrampico e lascio l’ambiente come l’ho trovato … non vale più?”

    Aggiungo una mia osservazione sul fatto di aver voluto stroncare sistematicamente, oltre agli alberi, tutte le grandi edere (alcune pluridecennali, rifugio e luogo di nidificazione per varie specie di volatili, merli sengiari in particolare) che rivestivano le pareti.

    E’ lo stesso metodo (una coincidenza?) già sperimentato da un paio di noti sciagurati sulle minuscole paretine sovrastanti il sentiero che dalla stradina proveniente dalla Fontana di Trene risale verso la vecchia casa di Leonardi. Fino a quattro-cinque anni fa, probabilmente l’ultimo sito di nidificazione della rondine rossiccia, in precedenza già scacciata dai covoli sopra Castegnero. Segnalo che entrambe le località ormai sono divenute una sorta di parco-giochi per adulti (“mini-palestra”…ma si può?).

    D’altra parte non è altro che la ripetizione di quanto è già avvenuto negli ultimi 15-20 anni (e su larga scala) lungo tutte le pareti della zona, dalle Priare al Broion. In passato (esiste documentazione fotografica) la vegetazione sulle “rupi beriche
    soleggiate” (quelle dove imperversano i maleducati FC, non negli “anfratti umidi”) era costituita oltre che da cespugli, arbusti, alberi (siliquastro, fico, orniello, bagolaro…vi ricordate quelli abbattuti o sradicati in prossimità della “Scacciapuffi”qualche anno fa ?) da una grande varietà di specie a rischio o comunque elemento costitutivo dell’ecosistema. Cito da S. Tasinazzo: Adiantum capillus-veneris, Amelanchier ovalis, Allium sphaerocephalon, Athamanta turbith, Bromus condensatus, Blackstonia perfoliata, Campanula carnica, Eucladium verticillatum, Pistacia terebinthus,Galium lucidum, Gnaphalium luteo-album, Lythrum hyssopifolia, Parietaria diffusa, Polypogon monspeliensis, Saxifraga berica…

    Questi “elementi floristici” ricoprivano abbondantemente il margine inferiore, così come i solchi e le fessure, delle pareti e anche in parte l’interno dei covoli. Si abbarbicavano alla roccia rendendo quanto mai vario e variegato un ambiente naturale complesso e diversificato, ricco di biodiversità. Ridurlo a nuda e sterile parete (ricoperta di ferraglia oltretutto) rendendo – tra l’altro – alquanto incerta la sopravvivenza dell’endemismo saxifraga berica (vive di luce indiretta, quindi in periodo estivo gradisce l’ombra del fogliame) è stata un’opera sostanzialmente colonizzatrice e vandalica.
    Anche quest’anno, ai primi tepori primaverili (in marzo), i fanatici del decespugliatore sono intervenuti ai Covoli di Castegnero e Nanto dove hanno divelto, sradicato ogni residuo cespuglio e alberello miracolosamente scampato (o tenacemente rispuntato) alle precedenti campagne di deforestazione. Invece l’anno passato, sul percorso che sale alla Croce, qualcuno aveva esageratamente allargato il sentiero, già ben percorribile, eliminando – già che c’era – anche una dozzina di roverelle di trenta-quaranta centimetri (ritenendole presumibilmente anonimi e insignificanti arbusti o “erbacce”). Ricordo che le querce in genere sono di crescita piuttosto lenta – rispetto per esempio agli olmi – per cui solo per raggiungere quella modesta altezza di neanche mezzo metro potevano averci impiegato quattro o cinque anni.
    Per la cronaca: erano i giorni immediatamente precedenti alla competizione di arrampicata a coppie, la famigerata marathon climbing (da notare: tutto in inglese, forse per coinvolgere gli statunitensi delle basi Ederle e Dal Molin?) con cui è stata innescata la definitiva trasformazione di Lumignano in alienante divertimentificio. Vista la coincidenza, mi ero chiesto se l’indecorosa devastazione non servisse ad accelerare la discesa dei concorrenti tra una risalita e l’altra (vinceva, credo, chi accumulava il maggior numero di vie). O era forse per incrementare la partecipazione, contemplativa, di un maggior numero di “spettatori”?
    Altrimenti che “spettacolo” (leggi: “merce”, consumismo…) sarebbe?

    Almeno stavolta, alla grotta della Guerra, grazie alla pronta reazione del CERC la notizia dell’ennesimo ecocidio è trapelata. Costringendo, visto che da soli non ci sarebbero mai arrivati (anche se in teoria si erano assunti il compito di “vigilare”, autogovernarsi), perfino alcuni esponenti dell’alpinismo istituzionalizzato a prendere posizione.
    Personaggi che dopo aver inchiodato, crocifisso ogni angolo possibile di parete, forse temendo le giuste sanzioni (ossia l’auspicabile interdizione per l’arrampicata “sportiva” su tutte le cosiddette falesie dei Colli Berici), hanno preso le distanze da questi loro emuli, seguaci o epigoni.

    Ovviamente tergiversando e minimizzando con commenti del tipo “saranno stati dei ragazzotti del paese”. In realtà la “professionalità” dello scempio ambientale operato sulle pareti in questione rende legittimo dedurre che si tratti di FC esperti.
    E presumibilmente noti, così come erano ben noti – ma coperti dall’omertà di gruppo- i responsabili dell’abbattimento delle grandi stalattiti del Broion (vedi foto).

    Va comunque sottolineato un aspetto paradossale – ambiguo – della faccenda:
    il modo in cui il CAI si è appropriato della denuncia (“segnalazione di danni ambientali a Lumignano in area SIC zona rossa”). Infatti la discutibile classificazione a colori era stata inventata di sana pianta, funzionale solo alle esigenze dei FC e senza alcuna valenza di protezione ambientale, tantomeno una qualsivoglia seria valutazione di impatto sull’habitat. Vedi appunto la bufala della saxifraga berica che crescerebbe – secondo qualche presunto “addetto ai lavori” – solo nei famosi “anfratti umidi”.
    Quanto alle zone dove l’arrampicata sarebbe consentita a partire da luglio (arancione?) basta controllare sulla destra del Broion dove gli scanzonati edonisti arrampicano anche in gennaio. E se nella “zona rossa” non si arrampica (o almeno non si arrampicava) è soltanto per ragioni climatiche o per il divieto dei proprietari (vedi Eremo san Cassiano), non certo per il senso civico dei FC e delle associazioni – di chiara ispirazione neo-liberista – costituite dai medesimi. Associazioni che oggi magari inalberano l’assurda – intrinsecamente contraddittoria – pretesa di poter “valorizzare in modo sostenibile il territorio”. Tranquilli, si valorizza da solo purché la finiate di sfruttarlo in vario modo.

    Ma è l’altra notizia quella che veramente mi riempie di mestizia spingendomi a dubitare di anni di lotte, impegno, denunce in difesa della Madre Terra e delle sue creature.
    Per farla breve, almeno due dozzine di chirotteri (Miniopterus schreibersii) sono stati ritrovati cadavere nell’antro iniziale (Sala della Colonna). In prossimità delle pareti ricoperte di spit (“sputi “ appunto) o di fittoni inox resinati – non me ne intendo. Comunque uno schifo.

    Una moria del tutto anomala e imprevista, in sospetta sincronicità con l’allestimento di due-tre “vie” (nell’ambiente chiamano così la riduzione a cantiere edile delle pareti) realizzate a colpi di trapano o chiodatrice che dir si voglia.
    L’ipotesi? E’ probabile che siano stati proprio il fracasso prodotto dai “boscaioli” dilettanti e – soprattutto – le vibrazioni e il rimbombo provocati dal trapano nella roccia esterna della cavità a causare un prematuro risveglio (notoriamente pericoloso per i chirotteri) dal letargo invernale. Con il conseguente decesso.

    I ricercatori avevano verificato la presenza dei chirotteri (in vita) ai primi di febbraio, quando le pareti esterne erano ancora integre.
    A marzo, contemporaneamente all’amara scoperta delle pareti “diserbate” e chiodate, rinvenivano anche i cadaveri (ancora ben conservati, morti di recente e in maniera presumibilmente repentina). Evento documentato anche da esponenti della Commissione Scientifica della Federazione Speleologica Veneta.
    In sostanza “i pipistrelli si trovavano posizionati sulla parete interna della sala che dà verso l’esterno ed in asse con la corrispondente porzione di roccia interessata dai lavori di chiodatura (dalla relazione del Dr. Andrea Pereswiet-Soltan e della Dr.ssa Sofia Rizzi). Ricordo che la chiodatura consiste nella realizzazioni di fori nella roccia – con uso di trapano – per posizionare i bulloni su cui vengono fissate le placchette di assicurazione. Un buon lavoro di carpenteria, ma forse più congeniale ai piloni dell’autostrada (o al pretenzioso ponte sul Bacchiglione della A31) che alle antiche pareti calcaree.
    Sempre dalla relazione citata: “Il periodo invernale rappresenta una fase estremamente delicata per la vita dei pipistrelli, in quanto questi quando sono in fase di ibernazione utilizzano le riserve di grasso accumulate durante l’estate. Se vengono disturbati escono momentaneamente dall’ibernazione consumando energie in modo anomalo e andando quindi incontro alla morte non potendo reintegrarle (durante l’inverno non sono presenti le prede naturali di questa specie).

    A questo punto cosa dire? Evidentemente non bastava aver definitivamente allontanato dai loro siti di nidificazione falco pellegrino, passero solitario, rondine rossiccia e dall’anno scorso anche corvo imperiale. A quando la prevedibile estinzione della saxifraga berica?

    Onore al merito quindi, ca va sans dire, ai membri del CERC con soltanto una piccola riserva. Mi spiego. Per quanto sia comprensibile l’esigenza di agire tempestivamente mi rimane qualche perplessità sul coinvolgimento nelle riunioni indette dai ricercatori di personaggi come l’autore di una guida su Lumignano con tutte le vie e varianti possibili del “cantiere berico a cielo aperto” infestato da spit come un cadavere dai vermi. Parliamo di gente che concludeva i suoi interventi (vedi sul sito di Sandro Gogna) con “buona chiodatura a tutti”, tanto per capirci.

    E concludo anch’io. Probabilmente per gran parte dei FC vale ancora la massima evangelica: “perdona loro, non sanno quello che fanno”. Li considero vittime consenzienti del sistema merce-spettacolo-merce, criceti inconsapevoli – per quanto nocivi – dentro alla loro ruota…

    Ma comunque qualche conseguenza bisognerà pur trarla dalla incresciosa vicenda, una prova ulteriore della totale incapacità delle varie associazioni nel gestire la sbandierata “autoregolamentazione” .
    A mio parere è ormai fuori discussione l’assoluta incompatibilità tra la pratica dell’arrampicata “sportiva” e la conservazione della biodiversità (almeno di quella ancora presente fino a qualche anno fa…) in un’area fragile e circoscritta come quella di Lumignano e dintorni (covoli di Castegnero, covoli di Nanto, Rupe di Barbarano, San Donato..).

    Gianni Sartori

    23 Aprile, 2018
    Rispondi
    • Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

      Ciao Giovanni,

      Il commento è stato come vedi pubblicato, ma il tuo è un uso improprio dello strumento per i commenti su Veganzetta.
      I commenti devono riguardare direttamente l’articolo pubblicato (altrimenti non si tratterebbe più per l’appunto di commenti) e non altro, e inoltre non possono essere così lunghi. Per cortesia in futuro attieniti a queste impostazioni. Grazie.

      23 Aprile, 2018
      Rispondi

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