Per carità, non fatemi vedere quelle cose perché ci sto troppo male!


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Riceviamo da Troglodita Tribe e pubblichiamo:

PER CARITA’, NON FATEMI VEDERE QUELLE COSE PERCHÉ CI STO TROPPO MALE!

Dopo aver parlato con tanta gente sulla questione animale nelle più diverse occasioni (fiere, tavoli sulla strada, feste, eventi…) abbiamo constatato che, in realtà, non sono poi così tante quelle persone che sostengono apertamente il loro diritto a dominare, imprigionare, torturare, sfruttare e uccidere gli appartenenti a specie diverse dalla loro. In realtà, quando si mostrano filmati, quando si forniscono chiare informazioni su ciò che avviene negli allevamenti, sulle devastanti conseguenze ambientali che questi comportano, sull’ingiustizia fondata esclusivamente sul pregiudizio specista, la gente tende, più che altro, a darti ragione, a dire che è vero, che bisogna cambiare. È come se, per un attimo, dimenticassero che sono proprio le loro azioni quotidiane a determinare questa specie di inferno in cui miliardi di mucche, pecore, vitelli, galline, oche… sono condannati a vivere. Molti, di fronte ai filmati, di fronte alle immagini truci dei volantini, di fronte alla descrizione, ad esempio, della nutrizione forzata, si sentono male, sentono, cioè, il ribollire e il ribellarsi della loro naturale empatia. Ci capitano addirittura persone che pretendono di lasciare un offerta, ma per carità, non fatemi vedere quelle cose perché ci sto troppo male.

Solo fino a poco più di un anno fa, di fronte a tematiche come il veganismo o l’antispecismo, la gente era naturalmente portata alla battutina. Oggi la situazione si sta modificando. Capita anche che ti danno proprio ragione e, spesso, se non hai fatto il callo, se non fai domande, dopo un po’ ti convinci che stai parlando con una persona vegan, salvo poi scoprire che non è affatto così.

Sarà che ci capita di frequentare fiere, eventi e feste che si dicono sostenibili, ecologiche e attente alle buone pratiche, ma non possiamo fare a meno di considerare che qualcosa sta cambiando.

Per molte persone combattere l’ideologia del dominio che è la base del razzismo, del sessismo, del militarismo e dello specismo, è giustissimo e auspicabile, ma diventare vegan è troppo difficile.

Pare assurdo e quasi demenziale, ma le motivazioni che descrivono questa difficoltà sono sempre le stesse, hanno a che fare con la mancanza di tempo per cucinare, con la scomodità nel reperire un pasto vegan mentre si viaggia o si è al lavoro, con la presenza di genitori o figli che, ovviamente, non capirebbero.

Poi si incontrano, con sempre maggiore frequenza, quelli che sanno tutto e che hanno già visto tutto, che sono d’accordo, ma che stanno soltanto aspettando il momento giusto per diventare vegan. Dicono che deve scattare qualcosa, che ciascuno ha i suoi tempi per maturare questa scelta.

E ancora, ci sono quelli che non si avvicinano alla filosofia antispecista per…dispetto! Siccome gli attivisti, secondo loro, affrontano queste tematiche in maniera troppo aggressiva, siccome giudicano gli altri, siccome non rispettano le scelte diverse dalle loro, ecco che allontanano la maggior parte dei potenziali “clienti”. Abituati ad un mondo che se li coccola per subdoli motivi di marketing, non possono capacitarsi di incontrare qualcuno che metta sul piatto questioni dolorose e violente senza tanti fronzoli. In effetti il banchetto antispecista, è una specie di anomalia perché non rappresenta un’azienda che vende un prodotto, non rappresenta un partito che chiede voti, non rappresenta una religione che cerca di convertire, e non rappresenta neppure una grande associazione che ha capitali e redditi elevati. Le persone, quindi, restano piuttosto disorientate perché non riescono a comprendere bene il loro ruolo: non sono clienti, non sono elettori, non sono possibili fedeli, e non sono neppure dei probabili donatori o associati. Possono solo essere loro stessi, esprimere le loro opinioni, spiegare la loro posizione nei confronti della questione animale. Ma, in verità, il più delle volte non lo fanno perché confrontarsi richiede il fatto di essere documentati, di avere delle opinioni fondate su informazioni che si ritengono corrette.

L’impressione è quella che, in realtà, la difficoltà a diventare vegan sia di un altro ordine, più che altro ascrivibile alla necessità di superare un forte condizionamento culturale. Un condizionamento che, comunque, a livello teorico, si recepisce come sbagliato, ma che, essendo ancora accettato dalla maggioranza dei propri simili, non si può abbandonare nell’immediato.

Anche se difficilmente arriveranno ad ammetterlo, per molte persone, in fondo, lo specismo resta un punto di riferimento quasi irrinunciabile, un punto di riferimento che dà sicurezza. Tutto questo suona un po’ come quella vecchia frase: “io non sono razzista, però…”

Un’altra impressione che ricaviamo dalla nostra esperienza di attivismo riguarda il fatto che le persone, salvo rarissime eccezioni, non hanno proprio affrontato la questione, non hanno proprio trascorso del tempo a riflettere sul fatto che stanno partecipando attivamente ad uno sterminio di massa, che pur amando e rispettando cani, gatti, foche, balene, lupi ecc.. accettano e sostengo le stesse ingiustizie che combattono per mucche, maiali, galline… Le testi sostenute, infatti, si basano puntualmente sui soliti luoghi comuni che ne denunciano la puerile superficialità, la totale mancanza di attenzione e approfondimento. Anche in ambienti di più elevata cultura, anche in ambienti libertari, troviamo gli stessi atteggiamenti. In altre parole, chi si dice in disaccordo con l’antispecismo, puntualmente, non spiega il perché, non espone una teoria motivata che giustifichi, da un punto di vista etico, razionale, ecologico lo sfruttamento animale.

La grande difficoltà che incontriamo parlando con la gente, quindi, non è tanto quella di convincere su quanto sia giusto e importante diventare vegan, ma quella di riuscire a spostare l’asse del ragionamento da una visione esclusivamente umana ad un’altra più ampia che riesca ad abbracciare anche altri esseri senzienti.

In effetti, quando una persona (in possesso delle informazioni fondamentali) pretende tutto il SUO tempo per maturare la scelta di diventare vegan, dimostra con chiarezza di osservare la questione da un punto di vista meramente specista. Se così non fosse, infatti, se al posto di “semplici animali” ci fossero degli umani, l’urgenza verrebbe compresa e accetta; e l’atteggiamento che comporta direttamente la prigionia, la sofferenza, la morte di persone umane, verrebbe immediatamente abbandonato senza indugio. Quasi nessuno chiederebbe tempo per maturare la decisione di non consumare prodotti che determinano torture ad esseri umani indifesi!

Nel caso degli Animali non umani, invece, è diverso.

Sappiamo bene il perché (si tratta di un condizionamento che abbiamo vissuto tutti e tutte sulla nostra pelle), ma non sappiamo altrettanto bene come riuscire a ribaltarlo, spodestarlo, eliminarlo.

A nostro avviso, quindi, lo sforzo degli attivisti non è tanto da inquadrare nel proselitismo, nel tentativo di blandire, convincere, ingraziarsi dei probabili futuri antispecisti. E non è neanche una questione di marketing, di proporsi come dei buoni venditori sorridenti che utilizzano mille diverse tecniche di approccio per risultare simpatici e convincenti.

Più che altro, l’obbiettivo dovrebbe essere quello di dare voce all’ingiustizia specista che, giorno dopo giorno, si diffonde in ogni ambiente nel silenzio e nell’indifferenza generale. Di dare voce alla sofferenza che si cerca di tacere e nascondere in mille e più modi. Di dare voce alle informazioni e alle alternative che già si praticano ovunque. Di dare voce alle incongruenze speciste manifestando le evidenti contraddizioni di chi pretende tolleranza solo per gli umani.

Dare voce quindi, amplificare la voce di chi non ce l’ha.

Più queste voci si insinuano e si amplificano nella vita quotidiana e più lo specismo perde la sua aura di ovvietà, di unica soluzione possibile e accettabile. Più queste voci sono presenti nel quotidiano e più è facile superare il condizionamento così diffuso perché l’alternativa non è più una “stranezza”, una “posizione estrema”, ma una via possibile e auspicabile che, lungo il cammino, diviene del tutto indispensabile e irrinunciabile.

Dunque è molto importante esserci sempre e ovunque per parlare, provocare, scrivere, mostrare l’esistenza di questa via. Sempre e ovunque, però, non significa certo collaborare con situazioni apertamente e platealmente speciste, significa, invece, esserci comunque per protestare, boicottare, denunciare, disturbare e rovinare la festa a chi prospera proprio sull’assenza di queste voci rinchiuse negli apposti spazi. Esserci comunque insinuandosi e mimetizzandosi per poi aprire a tutto volume con l’antispecismo.

Da qualche tempo, quando capitiamo a feste, eventi, fiere, sagre, concerti e non vediamo un tavolo informativo, un presidio, una mostra, un volantinaggio, una protesta, una provocazione, un’installazione che denuncino l’ingiustizia specista…sentiamo un vuoto profondo, un silenzio pesante e incolmabile che aleggia creando un’atmosfera cupa di rassegnazione e complicità con l’inferno della sofferenza Animale rinchiusa negli appositi luoghi. E poi basta poco, un piccolo impegno di qualche ora per fare la differenza. Parlare con la gente è tantissimo. Mostrare le verità nascoste, le ingiustizie e le insopportabili violenze che sorreggono la società specista è di basilare importanza.

È chiaro (e anche i più pessimisti non potranno negarlo) che queste voci stanno aumentando a livello esponenziale e che, di questo passo, ben presto sarà pressoché impossibile non sentire, non vedere, non sapere.

E allora finalmente si vedrà se lo specismo è soltanto un superabile condizionamento di massa, o se è un aspetto inseparabile dalla specie umana.

Noi siamo ottimisti e, da tempo, abbiamo puntato tutto sulla prima ipotesi!

Troglodita Tribe

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/xpj6r

Un commento

  1. Silvia ha scritto:

    Io condivido invece.-per carità, non fatemi vedere quelle cose perché ci sto troppo male-.E faccio banchetti e presidi da anni. non mi aiuterebbe.

    4 dicembre, 2011
    Rispondi

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