Nutrie, Rospi… e tanti altri


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nutria

Fonte: http://annamariamanzoni.blogspot.it/2014/07/nutrie-rospi-e-tanti-altri.html

Non molte persone sanno un gran chè delle nutrie; o meglio non molti connettono questo nome con quello ben più familiare di castorino, familiare perché fino a non molti anni fa era quello delle pelliccette che molte donne portavano, potendosele permettere perché non eccessivamente costose e perché l’idea molto poco politicamente corretta che provenissero da un animale, allevato ed ucciso ad hoc, restava racchiusa nei meandri della rimozione. Che se poi da lì fuoriusciva, i tempi erano tali per cui si poteva tranquillamente conviverci senza particolari sensi di colpa. L’animalismo, con tutto il suo carico di nuove consapevolezze e di conseguenti responsabilità, era tutto da venire. Mentre le mode dettavano i comportamenti e incidevano sulle scelte, i castorini, insieme a tanti altri, ne pagavano il prezzo, senza che ci si curasse di sapere nulla di loro, di sapere per esempio che erano stati fatti venire da lontano, dal Sud America, perché, vegetariani quali sono, si nutrono di arbusti e servivano quindi anche allo scopo secondario di bonificare le paludi. Quando nuovi gusti li hanno messi all’angolo e fatti giudicare di troppo, sono stati serenamente liberati sul territorio vicino a corsi d’acqua con il nuovo nome di nutrie e hanno cominciato a riprodursi nel disinteresse generale, fino a quando vari disastri ecologici e danni ambientali, frutto di negligenze e cattive politiche del tutto umane, hanno visto in loro l’ideale capro espiatorio dei mali in corso. Tutta colpa della nutria! Dagli all’untore! Sterminiamole tutte! E così, non facciamoci mancare nulla, si è deciso di procedere alla loro uccisione a fucilate; ghiotta occasione per un po’ di sport supplementare per i cacciatori che si sono visti omaggiare cartucce per 40.000€ dalla provincia di Cremona e un gran sgomitare da parte dei sindaci per vedere il proprio comune accolto tra gli eletti con licenza di uccidere. L’ecatombe conta già al proprio attivo decine di migliaia di individui: tra questi ci sono anche le nutrie che, sfuggite alla furia dei fucili, sono state abbattute a badilate, senza scandalo. Già: prima si creano le condizioni ideali, vale a dire la convinzione che ci si trovi davanti ad una seria minaccia: la nutria è pericolosa, quindi cattiva, quindi meritevole di morte. E’ così che si crea il consenso alla sua uccisione e si spiana la strada; come denigrare chi la uccide se, con pallettoni o badilate che sia, sta compiendo un’opera meritoria?

Niente di originale se solo si pensa ad una situazione per certi versi del tutto analoga dall’altra pare del mondo: nella civilissima Australia (è la sociologa Nik Taylor a raccontarlo) i rospi, ritenuti una sorta di peste ecologica a causa del loro proliferare, sono diventati oggetto di una campagna che invita la popolazione ad ucciderli “nel modo più umano possibile”, ma i “modi umani” non sono, ahimè per i rospi, alla portata di tutti, e quindi il governo ha corretto il tiro accontentandosi per la mattanza di metodi “facilmente acquisibili ed accettabili” . Di adattamento in adattamento, il risultato è che molti ragazzi li attaccano con le loro mazze, usandoli come sostituto della palla da crichet o da golf , a mo’ di allenamento per lo “swing” (per far partire la palla verso l’obiettivo facendola alzare) sentendosi autorizzati a farlo dalla stessa rappresentazione degli animaletti come dannosi e nocivi, il chè crea consenso intorno al loro pur orrido agire, che non viene stigmatizzato in quanto, al netto di noiosissime considerazioni etiche, è considerato un atto socialmente utile.
Persino superfluo disquisire sull’ottica squisitamente antropocentrica che è il denominatore comune di queste situazioni: degli animali non umani si fa ciò che è utile, ma anche solo auspicabile, per gli umani, che hanno su di loro incontrastato diritto di vita e di morte, sulla base di considerazioni di pura convenienza.
Più sottili sono altre considerazioni che concernono le metodologie usate per la creazione del “nemico”, operazione non sempre facile perché a volte si tratta di animali fino al giorno prima considerati esseri del tutto innocui, piacevoli, perfettamente inseriti nell’habitat condiviso tra umani e non umani. Bisogna allora lavorare sulla loro rappresentazione quali esseri pericolosi, dannosi, da perseguitare: nessuna guerra può mai essere dichiarata senza che il “nemico” di turno sia identificato come la fonte del male. Ce lo hanno bene insegnato i conflitti di ogni epoca, dall’antichità ai giorni nostri, che vedono l’odio artatamente sollevato da una propaganda che ne costituisce l’imprescindibile punto di partenza. Anche per bruciare le streghe, gentile pratica protrattasi per secoli nella illuminata Europa, era stato necessario convincere la gente di quali malefici fossero responsabili, creature di Satana capaci di ogni malvagità.
Un altro elemento è di grande rilevanza: e le analisi di Andrèe Girard sono al proposito illuminanti: nel corso della storia è sempre esistito il capro espiatorio, vittima su cui far confluire tutta l’aggressività dilagante, vittima scelta in virtù della sua debolezza, mancanza di tutele, incapacità a vendicarsi. Chi più e meglio degli animali può assumere su di sé questo ruolo e quindi la responsabilità degli errori e delle nefandezze umane, espiare le colpe dei colpevoli al posto loro, attirare su di sé l’aggressività che viene coì distolta dal consesso umano? E tra gli animali sono quelli più gentili le vittime ideali: dopo la loro mattanza, scaricata la propria aggressività, gli uomini, sempre tanto animosi gli uni contro gli altri, godono di qualche sprazzo di tranquillità, per una volta in solidale compiaciuta compagnia dei propri conspecifici.
Le nutrie italiane e i rospi australiani, di certo come tante altre specie democraticamente sparse in tutti i posti del mondo, nulla sanno di tutto ciò e, mentre vengono colpiti da pallottole, badili o bastonate, avranno magari il tempo di chiedersi perché, ma non certamente la possibilità di trovare una sola ragione valida al loro soffrire.
Ancora: se davvero il numero di questi animali è eccessivo, perché non individuare adeguati interventi di contraccezione? Non ci si pensa proprio e le strade scelte (come per le nutrie) o sopportate (come per i rospi) sono l’apoteosi della violenza, come apoteosi della violenza è in tutte le sue forme la caccia, attività sostitutiva o parallela alla guerra, che giustifica e attribuisce una dignità all’espressione di istinti sadici e aggressivi. Forza: c’è un’occasione d’oro per divertirsi ad uccidere: lo potete fare gratis, al di fuori di noiosissime limitazioni, le pallottole ve le diamo noi, così non dovete nemmeno preoccuparvi di rimetterci qualcosa di vostro. Davvero un’incredibile sollecitazione ad incrementare il senso di onnipotenza che ogni volta accompagna l’uccisione di qualsiasi essere vivente e senziente.
Un’ultima osservazione: tutto ha luogo in territori pubblici, e finisce che possono essere ragazzini ad essere spettatori o a rivestire il ruolo di vendicatore. Essendo ormai del tutto assodato che la violenza sugli animali è connessa con un link innegabile a quella contro gli esseri umani e che tante radici del futuro agire sono poste negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, davvero nessun senso di responsabilità nel rendere degli adolescenti testimoni o esecutori di mattanze che, alla faccia di qualsiasi eufemismo ideato per misconoscerle, sono innegabilmente tali?
“Sono contro la debolezza umana e a favore della forza che le povere bestie ci dimostrano tutti i giorni perdonandoci” diceva Anna Maria Ortese: sempre più grande è la convinzione che di quel perdono non siamo affatto degni.

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/bdwAn

4 Commenti

  1. Salvatore Messina ha scritto:

    Crimini sugli animali da parte dei ragazzi e adulti è sempre più grande è la convinzione che di quel perdono non siamo affatto degni, purtroppo!

    12 luglio, 2014
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  2. Paola Re ha scritto:

    Annamaria è sempre bravissima nell’analisi della violenza. Non sapevo del dramma dei rospi australiani ma sono al corrente di quello delle nutrie. E’ vero ciò che scrive: prima vengono presentate come un nemiche dell’uomo, dell’ambiente e poi vengono sterminate. E’ necessaria la prima operazione per passare alla seconda senza apparire sotto cattiva luce, anzi, apparendo come dei benefattori della società. E’ così con ungulati, volpi… e tutti quegli animali presi di mira nei piani faunistici. In un certo senso è così anche con le operazioni di deratizzazione: vengono tagliati i fondi per la pulizia urbana, con tanto di spazzatura ovunque e, ovviamente, i topi gironzolano liberamente per le città quindi è necessario sterminarli con maggiore frequenza e potenza e pure con ingenti somme di denaro perché le deratizzazioni costano parecchi soldi. Del dolore lancinante che provano i topi uccisi col veleno anticoagulante non importa nulla a nessuno: sono nemici e devono morire a ogni costo. Il fine giustifica i mezzi. “Ce ne sono troppi” è la frase che va per la maggiore e che giustifica ogni processo di sterminio. Sicuramente a qualcuno verrà in mente di ridurne il numero con la prevenzione (risolvendo il problema a monte) ma a quel punto non si divertirebbero più i cacciatori, allora si preferisce accontentare i cacciatori (risolvendo il problema a valle, anzi, non risolvendolo affatto perché la caccia non ne diminuisce affatto il numero). Credo che i problemi che si mischiano in questi assurdi sterminii siano due: quello della violenza che l’umano esercita sul non umano e quello dell’interesse economico che c’è a favorire i cacciatori. E’ difficile pensare di estirpare la violenza ma una flebile speranza che si estinguano i cacciatori c’è. Tra i giovani, sono pochissimi quelli che scelgono di andare a caccia, quindi aspettiamo che gli anziani appendano il fucile al chiodo. Nel frattempo continuiamo la nostra protesta dura e tribolata.

    12 luglio, 2014
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  3. cristina beretta ha scritto:

    La lunga storie delle sordide tradizioni sessiste o delle discriminazioni razziali illustrano ampiamente il meccanismo così ben analizzato nell’articolo: gli atti criminosi cessano di essere considerati tali quando le vittime vengono percepite come esseri indegni o dannosi. Crimini e mistificazioni morali sono compagni stretti!

    12 luglio, 2014
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  4. Gianni Sartori ha scritto:

    Una “provocazione” in difesa di topi, sorzi, moreie, moreiete e pantegani
    (Gianni Sartori)

    Devo dire di essermi trovato in ampio disaccordo con l’intervento di Laura Puppato in merito al riconoscimento della Lengoa veneta per almeno due ragioni.

    La prima: fermo restando che la differenza sostanziale tra lingua e dialetto rimane quella ben nota (avere o meno un esercito, un apparato statale), bisognerebbe saper guardare oltre le strumentalizzazioni operate da destra (vedi Lega) nei confronti di lingue e culture regionali.
    In passato regionalismo, federalismo, difesa delle culture locali (linguaggi compresi), autodeterminazione dei popoli erano patrimonio della sinistra; in altre parti d’Europa (vedi Euskal Herria, Paisos Catalans…) difesa della propria lingua e autodeterminazione convivono tranquillamente con programmi di sinistra (anche molto radicale).
    E nessuno ironizza sulle differenze locali di una lingua. Per l’euskara, l’antica lingua basca, esistono almeno una quindicina di varianti, ma questo non ha impedito la normalizzazione di una lingua comune.

    La seconda: tra tutti gli esempi possibili di varietà linguistica Laura Puppato ha scelto quella del “topo”. In veneto: moreia, moreieta, sorze, pantegan…
    sostenendo ironicamente che potrebbero esserci problemi di interpretazione in caso di un’ordinanza pubblica di derattizzazione. Mi è sembrato poco carino, sinceramente, soprattutto verso i poveri roditori.
    Anche perché la presa di posizione sulla lingua veneta della Puppato ha goduto del sostegno di Andrea Zanoni, conosciuto come un difensore dei diritti degli animali. Visto che stavolta ai topi non ci ha pensato lui, provo a rivestire i panni dell’avvocato d’ufficio.

    Ho sempre pensato che pubblicando nel 1975 il suo libro “Clandestini in città” (dedicato a piante e animali che vivono in habitat urbano) Fulco Pratesi strizzasse l‘occhio a quei fenomeni di antagonismo più o meno radicale che si diffondevano all’epoca in Italia. O forse il titolo, come quasi sempre, era stato imposto dall’editore. In ogni caso risentiva del clima dell’epoca.
    Il concetto veniva poi ribadito nel capitolo “La guerriglia dei ratti” dove si raccontavano le epiche battaglie tra il Rattus norvegicus (ratto delle chiaviche o surmolotto) e il cugino Rattus rattus (ratto comune detto anche ratto nero) più piccolo e scuro. Mentre il ratto delle chiaviche vive soprattutto vicino agli inquinati fiumi e rogge urbani, oltre che nelle fognature e nelle cantine, i ratti neri superstiti preferiscono tetti e solai delle vecchie case.
    Entrambi non sono autoctoni dell’Europa. Il ratto nero sarebbe arrivato dal Medio Oriente verso il XII secolo, probabilmente al seguito delle navi dei Crociati (imperialisti ante litteram) , diffondendosi ovunque in mancanza di competitori. Per gli storici avrebbe costituito il veicolo principale della peste nera che nel Medioevo provocò stragi nelle città europee. Il surmolotto, più grande e dal pelame più chiaro, sarebbe arrivato più tardi dalle steppe dell’Asia centrale. Una prima ondata venne avvistata nell’autunno del 1727, mentre attraversava il Volga, al prezzo di migliaia e migliaia di esemplari annegati.
    Esiste in proposito la testimonianza di un predecessore di Michele Strogoff. Un corriere dello zar, dopo averne avvistati decine di migliaia mentre avanzavano nella steppa, si era lanciato al galoppo per sfuggire all’orda. Si salvò attraversando un fiume dalle acque vorticose che aveva momentaneamente rallentato l’avanzata. Questa prima ondata arrivò fino in Boemia e in Galizia. L’autore della favola del pifferaio di Hammelin si sarebbe ispirato a una di queste improvvise invasioni. Successivamente, nel 1739, il surmolotto arrivò in Gran Bretagna, forse con le navi provenienti dall’India. Quindici anni dopo aveva già attraversato la Manica e invaso Parigi.
    Agli inizi dell’800 proliferava nell’intera Europa. E poi, con “battaglioni da sbarco clandestini” (come scriveva Pratesi) nascosti nei bastimenti, il Continente americano. Più vorace, prolifico e adattabile (con una sofisticata organizzazione sociale), il ratto delle chiaviche spodestò dal sottosuolo e dalle aree limitrofe (con più rifiuti e quindi più possibilità di alimentarsi) il ratto nero, relegandolo nei sottotetti.
    Indirettamente avrebbe quindi gradualmente ridotto le pestilenze che con il tempo restarono solo un brutto ricordo.
    Un esempio di come una maggiore biodiversità, diluendo la possibilità del contagio, possa avere effetti benefici anche per la nostra specie.
    Quindi, la prossima volta che vedete un “sorcio” fuoriuscire dal tombino provate almeno un po’ di compassione, se non di gratitudine.
    Gianni Sartori

    30 gennaio, 2017
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