L’ospite che ritorna, l’ultima volta


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Da Veganzetta n° 5 / 2012

ricci - L'ospite che ritorna, l'ultima volta

È difficile trovare romanzi che affrontino la questione animale e che la affrontino in maniera non didascalica. Ancora più rari sono quelli che rintracciano un legame profondo tra la condizione umana e quella degli altri Animali. Ha poi del miracoloso quando questi due aspetti si intrecciano alla ricerca di una via di fuga dall’esistente che passi per luoghi squisitamente animali. Questo miracolo è riuscito a Linnio Accorroni nel romanzo Ricci1 che si struttura proprio attorno a questi tre aspetti definiti dall’autore: la cosa giornaliera, i crimini di pace e i sinantropismi

Cominciamo, allora, dal primo domandandoci: che cos’è la cosa giornaliera? La cosa giornaliera – e questo è evidente fin da subito – è la vulnerabilità dei nostri corpi e la morte progressiva che quotidianamente abitiamo. Vulnerabilità mortale che viene portata alla luce dal resoconto senza sconti della storia della malattia di un anziano – che costituisce (letteralmente) il corpo del romanzo – raccontata, con sapiente montaggio, dallo stesso e dal figlio che, in qualche modo, cerca di alleviarne il dolore. La malattia è un tumore al retto che, con tutto il suo corredo di incontinenza fecale, sangue, puzza, sporcizia e umiliazione, fa emergere quella nuda vita (non a caso, il padre ricorda al figlio le “immagini dei detenuti dei lager”) da cui “L’Umano” vorrebbe smarcarsi ma che comunque ci costituisce. Emergenza che sfuma i confini tra lo sventurato paziente, un maschio ottantenne, e “un genere (quello femminile)” e “un’età (quella fertile) tanto abissalmente distanti”. “Mancanza di appetito, irritabilità, ricerca ossessiva della solitudine, monomaniacalità del pensiero, nervosismo” lo accomunano infatti alle adolescenti anoressiche, e l’uso di assorbenti, per “accogliere pazientemente quegli schizzi di cacca mai voluti […] che escono e sfuggono da ogni controllo”, alle “femmine di casa”, fino a trasformarlo, come riconosce con estrema lucidità, in qualcosa di non vivente: “una macchina fecale postfordista”.

In questa espressione non si possono non riconoscere gli echi di tutta una tradizione che ha pensato e trattato “L’Animale” come macchina grazie al funzionamento di un’altra macchina, quella antropologica, che non ha mai smesso di produrre “L’Umano” catturando “L’Animale” sotto forma di un’esclusione, di un resto espulso (fecale, appunto). La malattia, però, a differenza di quanto accade nella produzione istituzionalizzata di nuda vita, toccando senza fini (ri)produttivi il nervo scoperto della nostra innegabile animalità corporea, sembra invertire il funzionamento della macchina antropologica, che continua sì a operare tramite le sue distinzioni binarie, ma questa volta a scapito de “L’Umano”: viviamo e moriamo, come afferma perentoriamente il protagonista, forse al di là delle sue stesse intenzioni, “tra la merda, in un mondo di merda, tra uomini di merda”, riconoscendo in tal modo, seppur in maniera distorta, la radicale finitezza che accomuna tutti i viventi: “Finisce tutto in merda, sempre”.

Questa consapevolezza tragica viene approfondita nei paragrafi intitolati “Crimini di pace”, che descrivono ciò che resta degli Animali dopo che sono entrati in rotta di collisione con le nostre macchine. I Ricci del titolo, crocifissi sulle strade dopo essere stati investiti, sono l’esempio paradigmatico di questi incontri mortali. Che cosa hanno a che fare, però, i cadaveri degli Animali spiaccicati sulle strade con il divenire-cadavere del protagonista? E perché mai, tra tutti i crimini quantitativamente più mostruosi e qualitativamente più efferati della guerra umana ai viventi, Accorroni sceglie proprio questo? La risposta alla prima domanda è contenuta nella stessa: avvicinando due specie di cadaveri (quelli umani e quelli animali) e due forme di trattamento degli stessi (riti funebri vs noncuranza), l’autore non fa che ribadire l’insostenibilità del confine Umano/Animale che ci è tanto caro e, soprattutto, tanto utile. Questo “scandaloso” accostamento indica, ancora una volta, in direzione di quello spazio di indistinzione che accomuna i viventi, spazio dove non è più possibile rintracciare quell’altro confine che, intrecciandosi indissolubilmente con quello Umano/Animale, struttura, anch’esso inosservato, il nostro pensiero e la nostra prassi: il confine tra corpo vivo e cadavere.

Il che ci permette di rispondere alla seconda domanda. Accorroni sceglie tra tutti i possibili crimini contro gli Animali quello che sembra essere il più banale proprio perché è tale, perché è appunto un crimine di pace, un semplice effetto collaterale, come accade nelle guerre umanitarie, della “naturale” automobilità insulare che l’Umano si è assegnato escludendosi dal “naturale”. Possiamo muoverci in automobile (o su un treno, una nave o un aereo) solo perché, essendoci posti fuori e sopra il resto del vivente, abbiamo colonizzato l’intero pianeta, perché abbiamo cartografato tutti i territori trasformandoli in mappe de “L’Umano”, in marche umane, rinchiudendoci anche noi in gabbie pensate all’inizio solo per gli altri. A bordo di un’automobile crediamo infatti di muoverci liberamente, ma di fatto, recintando l’intero esistente con le nostre strade, ci siamo autoreclusi su percorsi prestabiliti e inaggirabili. Per svincolarci dalla materialità del passo ci siamo consegnati a una tetra passività, a una libertà obbligatoria che, se pensata a fondo, non può che far affiorare con ancora maggiore evidenza la condizione condivisa di morti viventi che è sì costitutiva del vivente in generale, ma che il nostro modo di concepire “L’Animale” ha trasformato in una routine di violenza e oppressione.

Riprendendo quanto Derrida afferma nelle pagine del secondo volume de La Bestia e il Sovrano2, potremmo dire che i cadaveri degli Animali esposti senza difese sui bordi delle strade alla nostra sovranità ci ricordano che il confine Umano/Animale passa anche dalla istituzione del confine morti/viventi e che questo a sua volta istituisce il primo. La differenza di trattamento delle due forme di cadaveri si fonda, infatti, sull’idea bizzarra secondo cui avremmo la prerogativa esclusiva di sopravvivere alla nostra morte: solo noi pensiamo di poterci preoccupare da vivi delle sorti dei nostri resti e di poter osservare da morti quanto accade loro. In altri termini, ciò che il sistema colonizzante, di cui l’automobile non è che una metonimia, nega a “L’Animale” non tanto e non solo l’habeas corpus, quanto e soprattutto l’habeas corpse (l’avere un cadavere) o, meglio, è la costante negazione di quest’ultimo che rende inefficace e di fatto insussistente il primo.

Il riconoscimento che prima di essere Animali viventi siamo Animali mortali apre, però, una crepa all’interno della monoliticità, a prima vista inscalfibile, del “Mondo/Puzza” in cui non possiamo neppure più morire («Vo-glio mo-ri-re» è ciò che chiede a chiare lettere l’anziano malato). Nel romanzo di Accorroni, queste crepe sono rappresentate dai tre paragrafi intitolati “Sinantropismi”. In zoologia, si definiscono sinantropici quegli Animali che vivono insieme all’Uomo, adattandosi, nonostante tutto, nelle pieghe del “nostro” ambiente antropizzato. Questi Animali, e non a caso tra tutti Accorroni ci parla solo di Uccelli, sono creature angeliche che svolgono la funzione di messaggeri di una vita altra, della vita che potrebbe accadere nell’aldiqua. Aldiqua che si smarca dalla bêtise dell’immortalità nella leggerezza con cui gli Uccelli costruiscono i loro nidi dove, sempre iniziante, la vita sconfina, attraverso le generazioni che incessantemente si susseguono, oltre l’individuo per trapassare, lungo la linea di fuga del cadavere, in altre vite, in una vita, nell’impersonale. Impersonale che depotenzia il primato assegnato alla morte dalla nostra cultura dell’individualismo insulare, immergendola nell’oceano vivente che circonda e attraversa quella finzione che chiamiamo individui. Vita “a due livelli, quello della pesanteur e quello della grâce”, che le tane degli Animali, anche se ricavate all’interno di una cassetta postale, riproducono fedelmente con il loro essere al contempo barriera protettiva e accogliente membrana3. Tane che, al pari di “certe case […] dove nessuno oggi abita più”, sembrano, anche se abbandonate e proprio perché abbandonabili, “aspettare l’ospite che ritorna”.

L’ospite che ritorna è l’animalità che ci costituisce, quell’insalvabile che la malattia di un sistema ha cercato di evacuare impegnandosi a consegnare un “Umano” inesistente a un’altrettanto inesistente immortalità, trasformandosi in tal modo in una sconfinata macchina di sterminio. L’ospite che ritorna è un fantasma, né vivo né morto, né “Umano” né “Animale”, il fantasma di una paradossale speranza che si materializza nella presa di congedo da ogni sogno di salvezza. L’ospite che ritorna, come l’eterno ritorno di Nietzsche, ci ammonisce a “guardare le cose come se fosse sempre l’ultima volta. Se sapessimo sempre che questa è l’ultima volta […], continueremmo a essere così stolti?”. “Se quella fosse l’ultima volta che abbiamo a disposizione per guardare i nostri figli, nostro padre, nostra moglie, i nostri amici, il nostro amore, il nostro cane”, non scomparirebbe la mortale incontinenza che ci ammorba?

Massimo Filippi

Note:

1)      Linnio Accorroni, Ricci (La cosa giornaliera), Italic Pequod, Ancona, 2011.
2)      Jacques Derrida, La Bestia e il Sovrano. Volume II (2002-2003), Jaca Book, Milano, 2010, in particolar modo pp. 169 sgg.
3)      Michel Serres, Il mal sano. Contaminiamo per possedere?, Il melangolo, Genova, 2009, in particolar modo pp. 58 sgg.

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