Lo sguardo di un vegano


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sguardo lucido - Lo sguardo di un vegano

Fonte: www.ildolcedomani.com/2013/07/lo-sguardo-di-un-vegano.html

Oggi riflettevo su quanto l’uso sempre più pervasivo che facciamo della tecnologia ci stia modificando le funzioni cognitive della mente. Rapportarci continuamente alle macchine indubbiamente dà luogo a una mutazione del cervello, non in senso strettamento biologico, non ancora almeno, ma sicuramente per ciò che concerne le sue funzioni e gli schemi cognitivi. Del resto siamo già oltre l’umano, viviamo con gli auricolari perennemente inseriti nelle orecchie, facciamo degli iPad e smartphone vari, estensioni dei nostri arti superiori e orizzonti visivi. Osservando le persone in strada è facile rendersi conto di come esse abbiano accesso a una costante duplice visione della realtà, quella che si sta svolgendo concretamente attorno a loro – e di cui a volte non sembrano nemmeno rendersene pienamente conto – e quella che si materializza virtualmente sugli schermi dei loro telefoni. Le persone sono materialmente sedute sugli autobus, ma interiormente sono proiettate quasi costantemente dentro un secondo universo parallelo, che è il virtuale visualizzato sugli schermi dei loro apparecchi. È in atto inoltre un’autorappresentazione dei singoli che è la maniera in cui scelgono di darsi nel virtuale. 
Tutto ciò modifica inesorabilmente le funzioni mentali e procede nel costituire un’interiorizzazione del reale certamente diversa da quella che avevano i nostri antenati.
Questo è un discorso che certamente meriterebbe ben altri approfondimenti, ma qui ho voluto piuttosto usarlo come prologo ad introdurre una riflessione di ben altro tipo, quella sul veganismo, in analogia con quanto detto sopra proprio sul piano della modificazione delle nostre funzioni cerebrali e quindi dell’intera cornice cognitiva.
Penso a quanto l’essere diventata dapprima vegetariana e poi vegana abbia modificato nel tempo la mia percezione del reale, al pari di quanto possa averlo fatto ad esempio l’uso del pc e l’invadenza della tecnologia in genere.
Quando giorni fa parlavo dell’opportunità, se proprio non vogliamo dire necessità, per un antispecista di divenire vegano non mi riferivo infatti tanto al discorso della coerenza, né a una fantomatica purezza o atteggiamento di superiorità morale con tanto di condanna verso quanti ancora non lo sono, quanto piuttosto a questo graduale e progressivo processo che è la conquista dell’arrivare a vedere l’animale come effettivamente l’altro senziente che è e mai più come cibo o indumento vestiario. L’interiorizzazione di questa nuova consapevolezza non è un atto immediato, tuttavia: possono volerci anni, sebbene non è detto che sia sempre così.
Quello che intendo semplicemente dire è che diventare vegani, smettere di mangiare animali, è sicuramente qualcosa di molto più complesso del mettere in atto una coerenza con quanto si professa a parole: è l’inizio di un atto costitutivo che ci muove a un nuovo e diverso sguardo sul reale.
Non mi interessa qui entrare nel discorso della sua efficacia o meno come mezzo di boicottaggio finalizzato ad abolire i macelli, non mi interessa nemmeno stare a calcolare se e quante vite animali il diventare vegani potrà salvare (non che non mi interessi in assoluto, dico relativamente a questa mia breve riflessione); quello che mi interessa è la considerazione del veganismo nel suo darsi come processo di lenta trasformazione del nostro sguardo sul reale. In questo senso esso è tra gli atti più rivoluzionari che un individuo possa compiere nella propria esistenza. E rivoluzionario perché esso rivoluziona la maniera di vedere le cose, nonché la percezione e considerazione che abbiamo degli animali e del resto dei viventi. E la rivoluziona perché fintanto che noi nelle vetrine dei negozi continueremo a vedere solo capi di vestiario e non quel che resta di un animale straziato a morte, non ci interrogheremo mai nemmeno a fondo sui meccanismi politici, sociali e culturali che consentono e legittimano questo stato di cose.
Non si diventa vegani per cambiare il mondo; bensì è il mondo che cambia – o meglio, la percezione che abbiamo di esso – nel momento in cui si diventa vegani. Diventarlo presuppone certamente un grande atto di volontà che è principalmente e preliminarmente intellettuale e che solo in un secondo tempo spalancherà anche i canali del sentimento.
Non si è vegani perché si è sentimentali, si diventa sentimentali – ossia pieni di sentimento di rispetto ed empatia nei confronti di tutti gli esseri senzienti – nel momento in cui si smette di vederli e percepirli come cibo.
Senza questo nuovo sguardo sul reale, la liberazione animale continua a rimanere svuotata della sua essenza.
Senza questo nuovo sguardo che realmente, empaticamente incontra lo sguardo dell’altro animale, la liberazione animale non ha inizio dentro di noi e se un qualcosa non ha prima inizio dentro di noi, difficilmente potrà attuarsi all’esterno.

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/AX5vO

3 Commenti

  1. Rita ha scritto:

    Scopro ora che avete condiviso questo mio pezzo.
    Grazie mille. :-)

    27 agosto, 2013
    Rispondi
  2. Nadia ha scritto:

    Grazie Rita. Mi hai fatto elaborare sul piano linguistico e certamente più razionale, ciò che ho vissuto quando ho compiuto la scelta di diventare vegana. E’ un nuovo approccio al mondo…più vicino alla teosofia che certamente ammanta di splendido candore l’intero universo. Oggi vivo la mia scelta con una travolgente passione che mi solleva a livelli divini quando riesco ad accogliere le vibrazioni del cosmo – vivo una sintonia tribale con ciò che mi circonda. Nuove quotidiane consapevolezze si svelano come petali alla mia terrena esperienza. Attingo ai vostri stimoli e sorrido :)

    27 agosto, 2013
    Rispondi

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