L’ira di Gondrano


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Testo dedicato a Casper che non c’è più

Nella foto: Casper e Mike

L’ira di Gondrano

Il “padrone”, lo sa anche chi non lo dice, non è mai stato una brava persona.
Nemmeno suo padre. E neanche il nonno del bisnonno. Lui è fatto così. Tranne qualche eccezione rarissima, è sempre stato affetto dall’incontrollabile vocazione di far lavorare qualcun’altro al posto suo: animali e uomini.
Ai primi è toccata la sorte peggiore. E, su noi cavalli, la più largamente esercitata.

Da quando il padre di tutti gli arroganti iniziò ad “addomesticarci”, per noi finì la libertà ed fu solo sempre solo dare. Con la negazione dell’avere in cambio. Il solito mostruoso copione di sfruttamento unilaterale. Inesorabilmente umano.
Così corde, morsi, cavezze, fruste e speroni imposero il dominio. Il perfido parassita iniziò a succhiare energia dal nostro corpo e bellezza dalla nostra perfezione. Così noi, pur in grado di ucciderlo con un solo calcio, fummo costretti ad arare campi e a morire in guerra.

Per distrarre la ragione dalle proprie colpe millenarie, l’uomo moderno si arrampica ancora sullo specchio della giustificazione naturale del sopruso e si affanna, documentari alla mano, a fare di tutti i predatori un fascio. Riunendo se stesso a tigri, falchi, orsi e squali spera di ottenere uno sconto della pena. Solo che per gli altri l’uccidere non è la malattia mentale umana, ma semplicemente l’unico mezzo che hanno per non morire.

L’uomo invece, basta guardarlo: da solo non riesce a far niente, ha il bisogno patologico di stare sempre sopra a qualcuno o a qualcosa. Per lui progresso non significa coesistere in equilibrio col circostante, ma solo costruire ausili per uccidere e macchine per correre, volare, nuotare. Per andare a rompere i coglioni ovunque, anche sott’acqua o sulla luna. Nudo è morto. Archetipo della sconfitta. Ha bisogno di tutto: di vestiti, scarpe, strade, case, ospedali, armi, aerei, motori, caldaie e condizionatori. Per avere forza e coraggio non esita a drogarsi. Squallido tossicodipendente ed assai diversamente abile, ha rovinato il mondo per dotarsi di ciò che non si rassegna a non possedere. A terra, eccezioni escluse che non fanno testo, è più lento di qualsiasi mammifero. Ci deve praticamente tutto, esiste solo grazie a quel che ruba, a noi e alla Terra. Rappresenta l’unico squilibrio di una bilancio perfetto.
E’, lo squilibrio: consapevole del giusto ma fabbricatore dell’esatto contrario.

Per lui e le sue guerre di merda ha messo lapidi ed eretto monumenti ovunque.
Di noi, combattenti per forza e senza alcun tornaconto, non si ricorda nemmeno. Di noi che, per secoli, abbiamo spostato cannoni e eserciti di coglioni in cerca di gloria, lavorato nei campi, concimato la terra, portato le pietre e gli alberi per costruire le case, fatto girare le macine dei mulini, tirato carri e diligenze. Di noi che, vergogna assoluta, entravamo in miniera puledri, e lì stavamo per sempre perché troppo grandi per la porta di uscita.

Dopo le guerre in cui ci hanno ammazzato a miliardi, dopo millenni di lavori forzati e mattanze di fine carriera, pretendiamo ora di essere lasciati in pace. Siamo fuori tempo. Siamo la natura che non vi meritate più. Per fingervi condottieri e centauri avete auto e motociclette. Fatevi i Gran Premi con la W-Power e le Michelin.

Basta col supplizio dei concorsi ippici e dei salti contronatura, con gli ippodromi ad uso di scommettitori disturbati mentali. Basta col palio che fa morti praticamente ogni anno per rinnovare tradizioni vergognose e che molto spesso nemmeno esistono, con i balletti a tempo di musica che costringono la nostra nobiltà a muoversi con squallidi passi da balera, delle carrozze che tiriamo per trasportare il culo di poveracci in cerca di riscossa.
Tutto inizia con un semplice laccio al collo, messo ai puledri con la rassicurante prospettiva di un futuro di collaborazione. “Tu mi offri la tua forza e io mi occupo di tutto quel che ti serve”. Praticamente tra umani accade uguale: l’educazione addomestica il bambino alla sottomissione. Così da grande lavora sottomesso, produce e non rivendica diritti che non sa di poter pretendere. Il resto del lavoro lo fa il tempo.
Col tempo il sopruso ripetuto cambia nome. Diventa “tradizione”. Così, cavallo o operaio, sei fregato.
Briglie, selle, basti e frustini sono prova materiale della vera natura di un rapporto a due in cui si diverte solo il sadico che sta sopra. L’amore per i cavalli è, nella maggioranza dei casi, un sentimento ipocrita. E il maneggio un bordello in cui tu, uomo, paghi per due ore di “amore” a senso unico con un partner che non si diverte a farsi montare e che mollerai lì fino al prossimo noleggio.
La tua passione per i cavalli ci terrorizza, rivolgila su qualcosa di inanimato, forse riuscirai a non far male.

Walter Giordano

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/jtLiK

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