Lettere: Le relazioni difficili


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Pubblichiamo una lettera di un nostro collaboratore.
Buona lettura
La redazione

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Le relazioni difficili

Sarà  capitato anche a voi, a mano a mano che vi siete addentrati in quel mondo capovolto che è l’antispecismo (un mondo che per noi è diritto: è il mondo in cui viviamo ad essere capovolto) di sperimentare una crescente difficoltà  di relazioni con gli umani che stanno al di fuori del mondo animalista e antispecista. Accade sempre allorché ci avventuriamo in territori per così dire selvaggi e inesplorati e poi facciamo ritorno alla nostra cosiddetta civiltà . C’è come la sensazione di un’estraneità , di uno sguardo nuovo e diverso che è esattamente quello che permette di vedere ciò che viene considerato ovvio e quotidiano come problematico. Ma è questa stessa estraneità  che talvolta inserisce un cuneo tra noi e gli altri e non consente di vivere come prima.
Le difficoltà  di relazione riguardano la vita quotidiana, prima di tutto, la vita materiale, nei suoi aspetti fondamentali: il cibo, il vestire, i piccoli riti, le relazioni con gli Animali (domestici e non); ma anche il simbolico, in primo luogo il linguaggio, con tutte le espressioni speciste, a volte persino le barzellette e le battute, ma anche le letture, e così via, ciascuno ha sicuramente tanti esempi in mente.
E’ come se si costruisse un micromondo dentro il mondo, in cui vigono regole e possibilità  diverse, in cui cambia il peso e il valore relativo delle cose. C’è chi sceglie di vivere sempre più all’interno di questi micromondi; altri continuano a vivere nel mondo capovolto, all’interno del quale condividono affetti, lavori, interessi con altri umani che non condividono le convinzioni antispeciste con tutte le conseguenze che si traggono da esse, sul piano materiale e simbolico.
Accade che questa estraneità  si esprima attraverso divergenze di vedute e conflitti, più o meno aspri, ed è qui che sorge la tentazione di semplificare, di erigere muri, di usare l’ascia piuttosto che il paziente lavoro di bulino.
Non si tratta di rinunciare alle proprie convinzioni, di trarne le giuste conseguenze per un mondo più giusto, per umani e altri animali. Il punto è come evitare di cadere in un settarismo, in una crescente auto-emarginazione, come confliggere senza ritenersi i detentori della verità  assoluta (che non esiste) scavando per tutti gli altri la fossa dell’errore e del male assoluto.
Ecco, io credo che l’errore sia una guida e non una catastrofe, che dagli errori si impari sempre che ci si ponga nella giusta prospettiva, che non è mai, ricordiamocelo, il punto di vista di dio.
Sarà  capitato anche a voi di sbagliare in tante circostanze, di riconoscere di aver visto male, di aver sostenuto cose che alla luce del giorno (o della notte) abbiamo riconosciuto assurde o almeno per certi aspetti francamente sbagliate. Ecco capita a noi, come capita agli altri.
Non chiamiamolo tolleranza (chi tollera lo fa da un punto di vista superiore), né principio di carità  (che suona male, anche se c’è un senso filosofico dell’espressione che sostanzialmente significa: attribuire in linea di principio alle credenze e ai linguaggi altrui la stessa razionalità  e coerenza che attribuiamo ai nostri), né semplice rispetto , ma principio di incertezza e di fallibilità , un principio saldo che permette di sapere in ogni momento che ci muoviamo come esseri viventi finiti in un mondo ricco di sfumature, insieme ad altri esseri come noi.
Non so se basta ma non è poco

Filippo Trasatti

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/8m01f

3 Commenti

  1. ery ha scritto:

    Spesso mi sono chiesta cosa fare con gli “altri”, con i “normali”. Più si sta a contatto con altr* antispecist*, più ci si sente a disagio e fuor dall’acqua con chi non lo é. Tutto ciò che per noi è impensabile e inaccettabile, per la maggior parte delle persone è normale.
    Abbiamo in definitiva due scelte: isolarci completamente o trovare il modo di convivere, portando il nostro modo di vedere le cose. La prima strada la trovo piuttosto difficile, perchè non è attualmente possibile isolarsi completamente dalla società , tranne se si va a vivere in una foresta.
    personalmente, limito ogni scambio e situazione “difficile” in ambiti particolari come il lavoro, dove preferisco se non necessario iniziare un dibattito sulle mie convinzioni. Evito anche di iniziare dibattiti con persone che sono palesemente non interessate e che vogliono solo provocare.Sarebbe uno spreco di energie.
    Credo però che non dovremmo isolarci, ma anzifar sapere che esistiamo. Che un altro modo di vivere è non solo auspicabile ma possibile.

    11 gennaio, 2010
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  2. Sara ha scritto:

    Sono assolutamente d’accordo sul cercare di mettersi nei panni delle altre persone (gli specisti) che ci vedono come “estremisti” e non comprendono le nostre ragioni.
    Purtroppo nella maggior parte dei casi le nostre argomentazioni sono ritenute un’accusa, così scatta la difesa “aggressiva” da parte di chi non cerca minimamente di capire o di informarsi. Spesso i nostri comportamenti vengono percepiti come “obbligatori” come se appartenessimo a una setta, vedi le classiche domande: puoi mangiare o puoi vestire? Ma noi possiamo tutto, il fatto è che abbiamo scelto di non farlo.
    è molto difficile relazionarsi con i “normali” quando si entra in certi argomenti, proprio per quel vuoto che ci separa. Ma quante persone sono disposte a colmarlo e ad ascoltarci? è mai possibile che dobbiamo difenderci in continuazione, mostrare le scarpe, la cintura essere esaminati se veramente siamo coerenti? L’ erigere dei muri a volte è anche un modo per cercare un pò di pace.
    Le persone con le quali puoi serenamente parlare sono poche, io conto su queste. In ambito lavorativo anch’io cerco di evitare, si creano dissapori (perchè finisce sempre così).

    14 gennaio, 2010
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  3. Daniela ha scritto:

    Cari amici,
    viviamo in un paese in cui le minoranze di ogni genere sono discriminate da comportamenti ed atteggiamenti mentali che esprimono ottusità  e provincialismo.
    Non mi piace generalizzare, ma a volte penso che, a fronte di una scolarizzazione di massa, assistiamo ad un imbarbarimento nei rapporti umani davvero preoccupante, che riflette del resto il malcostume diffuso e tollerato di chi ci governa.
    Mancano le forme di rispetto più elementare: il pedone sulle strisce, in Italia (o almeno a Firenze) non ha il diritto di precedenza, ve ne siete mai accorti?
    Le persone più sprovvedute, sulle strisce, attendono timorose che qualche automobilista di buon cuore si fermi: quasi nessuno lo fa, e infatti una settimana fa un ragazzo di 29 anni ha perso la vita investito da un autobus sulle strisce.
    Mi dispiace, ma a me di dialogare con chi non capisce perché non mangio carne o spiegare ogni volta cos’è il tofu non me ne frega più niente, tanto poi l’italiano medio non sa esimersi dalla battutaccia provocatoria sugli animali che dietro un penoso senso dell’ humour, tradisce la sua indole aggressiva da primitivo.
    Quando andrò in pensione, scapperò a gambe levate da questo paese di incivili, sono stanca di spendere parole inutilmente per chi non vuol capire.
    Dico però che quando ai banchini (sono attivista LAV) si avvicinano le persone per firmare una petizione animalista o prendere le uova pasquali, si scopre tanta sensibilità , magari solo a favore di cani e gatti – siamo ben lontani dal pensare che anche tutti gli altri siano senzienti – e questo è un pur minimo segnale di speranza.
    Scusate il mio quasi assoluto pessimismo…un saluto animalista
    Daniela

    3 marzo, 2010
    Rispondi

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