Lettere: Il consumo di carne


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c187 - Lettere: Il consumo di carneMari vive a Torino: è una studentessa iscritta al quarto anno di liceo che ci ha scoperti da poco apprezzando i nostri articoli. Ci ha scritto inviandoci una lettera che ci piace rendere pubblica.

Il consumo di carne

Essere titolari di diritti equivale a dire che gli altri non possono procurarci danni e non possono limitare la nostra libertà. Tutti sono titolari di diritti,  indipendentemente da sesso, razza, religione, intelligenza o ricchezza, in quanto essi si fondano sull’uguaglianza. Dalla violazione dei diritti altrui possono derivare dei vantaggi, ma tali benefici non giustificano la violazione. Spesso le vittime di queste violazioni sono i membri di categorie più deboli, perché sono prede facili e vulnerabili per chi ricerca benefici e vantaggi. Queste violazioni consistono nell’usare i soggetti vulnerabili come mezzi e quando gli altri assistono a queste ingiustizie hanno il dovere di intervenire, offrire aiuto alle vittime e denunciare gli oppressori. Ogni uomo è titolare di diritti, ma perché una pietra non lo è? Negli esseri umani sono riconoscibili svariate differenze: alcuni sono dei geni, altri sono ritardati mentali; alcuni sono dei campioni di corsa, altri hanno gravi difficoltà di equilibrio. Nonostante queste differenze, tutti gli uomini condividono degli aspetti comuni, delle somiglianze fondamentali: sono consapevoli del mondo e sono interessati a tutto ciò che accade loro e che riguarda il loro corpo, la loro vita e la loro libertà, perché sono gli aspetti che determinano la qualità della loro esistenza.  Tutte le nostre differenze non sono importanti sul piano dell’uguaglianza, perché la vita di un genio ha lo stesso valore della vita di un ritardato mentale e i ritardati mentali non vivono per servire gli interessi dei geni. Il fatto che siano meno dotati intellettualmente non significa che debbano essere usati come mezzi per fornire vantaggi ai più dotati. Una pietra non è titolare di diritti perché non è consapevole del mondo e non ha l’interesse a non morire, per esempio, se viene colpita.

Le vite degli animali differiscono dalle vite degli umani sotto molti aspetti, ma tra tutte le differenze si può scorgere una somiglianza importante:come gli esseri umani, gli animali sono consapevoli del mondo e di ciò che accade loro; hanno l’interesse a non morire e se qualcosa li colpisce, il loro sistema nervoso recepisce le informazioni che una sensazione negativa produce attraverso vie nervose simili alle nostre. Le somiglianze anatomiche tra gli uomini e  animali sono spesso impressionanti:condividiamo con loro molti antenati e ne consegue che dal punto di vista fisico abbiamo ereditato molti aspetti che ci accomunano. Facoltà che caratterizzano il cervello umano appartengono anche al cervello animale, come ad esempio la ricezione del dolore. A differenza di una pietra, l’animale è un “qualcuno”, non un “qualcosa”. Dietro gli occhi degli animali scorre la realtà secondo una certa prospettiva, proprio perché a modo loro hanno la capacità di esperire la realtà. Tutti riconoscono che cani e gatti possono manifestare gioia o paura: questo perché un gatto, come una pecora, una vacca o un manzo, è consapevole di ciò che gli accade e quindi è titolare di diritti.

Molti credono che gli animali non abbiano diritti e che abbiano valore solo in funzione degli interessi umani perché non appartengono alla nostra stessa specie. Gli uomini pongono  una barriera tra i membri della propria specie e quelli delle altre specie,  favorendo i propri interessi a scapito degli altri, trattandoli come meri oggetti e violando i loro diritti. Ma i diritti non possono essere negati per motivi di pregiudizio (specie, razza, sesso), perché le differenze biologiche non sono importanti dal punto di vista morale. La schiavitù e il razzismo rispondono allo stesso pregiudizio, ed è per questo che sono moralmente inaccettabili.

La nostra cultura è profondamente influenzata dal fenomeno, tipicamente americano, dell’hamburger e del fast food: il cibo veloce ed economico è, esattamente come nel caso dell’automobile, per esempio,  una realtà che ci appartiene e permea la nostra esistenza e società.

Il nostro modo di porci nei confronti degli animali risponde ad un atteggiamento psicologico fondato sul “riconoscimento” degli animali stessi: riconosciamo il maialino come “la nostra cena” e il cagnolino come “accessorio” di vita domestica. Il maialino deve stare sul fuoco, il cagnolino nella cuccia. Molti ritengono che bovini e suini siano nati per diventare “la nostra cena”, per saziare i nostri appetiti e soddisfare futili desideri del palato. Ma chi ha stabilito tutto questo? Alla base di quale principio possiamo affermare che i ruoli siano questi? Non esistono prove scientifiche o biologiche che possano confermare che l’utilità dell’esistenza del maialino  sia riempire la nostra tomba gastrica; nello stesso modo, non esistono motivazioni per le quali possiamo sostenere che il cagnolino,  decisamente più familiare e vicino a noi, debba stare nella cuccia e non sul fuoco.

Nel corso della storia l’uomo ha venerato un dio toro e una dea vacca, considerati progenitori del creato, simboli di fertilità e ricchezza. Ecco come si potrebbe ritrarre il nostro rapporto con gli animali: millenni fa, li abbiamo pregati, sacrificati, usati per procurarci cibo, abiti e riparo e concepivamo, quindi, un rapporto che aveva a che fare con la sopravvivenza,  più autentico, fondato su un maggiore rispetto e consapevolezza (so quello che mangio, perché l’ho ucciso e sottomesso io, per sopravvivere). Ora li “cresciamo” con appositi mangimi e antibiotici, in condizioni disumane, di modo che, dopo averli “smontati” (l’uccisione di un bovino può essere assimilata allo smontaggio di un’automobile), le loro carni possano appagare al meglio il nostro appetito, con gioia e semplicità. Nelle grandi industrie zootecniche gli animali, in massa, vivono l’olocausto e  per poter allontanare l’idea di un di uno sterminio, camuffiamo i cadaveri con salse e spezie. La società inculca nell’uomo svariati condizionamenti: come reagirebbe se, al posto del suo hamburger con le patatine, gli servissimo un manzo squartato? Non a caso i macelli non hanno mura di vetro. Nel mondo animale la madre insegna al cucciolo come rendersi capace di provvedere a se stesso autonomamente. Se l’uomo sostiene che mangiare carne sia del tutto naturale, allora non dovrebbe avere problemi a vedere e a mostrare  ciò che è celato da questo gesto “legittimo”. Anche gli esseri umani sono animali, ma perché non vengono organizzate gite scolastiche nei mattatoi per mostrare ai cuccioli di uomo come viene uccisa la loro cena?

La società attuale, oltre a sostenere ed incoraggiare alla crudeltà,  tende a riconoscere la  centralità dell’uomo e la sua posizione al vertice dell’evoluzione. Il principio della supremazia dell’essere “superiore” pervade da secoli la nostra cultura. L’uomo è da sempre considerato l’unico essere provvisto di facoltà intellettive e dignità, padrone della natura messagli a disposizione. Il fatto che l’uomo possegga capacità mentali superiori rispetto agli altri animali non significa che possa arrogarsi il diritto di infliggere sofferenza agli esseri più deboli. Se l’uomo ha la scienza, gli animali hanno l’intuito: sanno curarsi con metodi e rimedi naturali e hanno una maggiore capacità di provvedere a se stessi tra le insidie della natura. Inoltre molti loro comportamenti provano un’attività mentale non indifferente e studi scientifici dimostrano quanto siano acuti e sviluppati i loro sensi e la loro percezione.

Cartesio sosteneva che gli animali fossero solo corpi senza una vita mentale e privi di sensazioni,  perché incapaci di usare il linguaggio. Ma la consapevolezza del mondo non ha nulla a che fare con la capacità di esprimersi.

Per ognuno di noi può essere facile immaginarsi in situazioni estreme, anche per chi si astiene dal consumo di carne. Bisogna,  però, distinguere ciò che è naturale da ciò che riguarda la sopravvivenza. Non è naturale ciò che si fa (di eccezionale) in una circostanza (eccezionale) in cui si sente minacciata la propria sopravvivenza.

Molti credono che siccome gli animali si mangiano tra loro, anche gli umani possano mangiare altri animali. Ma mentre gli animali lo fanno per sopravvivere,  gli esseri umani no. Ciò che gli animali sono obbligati a fare non corrisponde a ciò che gli umani possono fare. Gli esseri umani fanno tante cose che gli animali non fanno: dovremmo, allora, imitare gli animali sotto tutti gli aspetti? Perché dobbiamo imitarli solo quando ci fa comodo?

Molti sostengono che l’uomo sia onnivoro e che cibarsi di carne sia, quindi, perfettamente naturale. Altri biologi, invece, sono d’accordo nell’affermare che tutti gli animali si nutrano di cibi più adatti alla loro struttura fisica e che l’unico animale a non farlo sia l’uomo, fisiologicamente inadatto alla digestione di cadaveri. I carnivori sono infatti provvisti di un intestino breve (per far sì che la carne in putrefazione  non sosti troppo a lungo e che il corpo possa liberarsene in fretta) e acido (in modo da permettere la neutralizzazione delle sostanze tossiche della carne ingerita attraverso particolari secrezioni). Sembrerebbe che l’uomo non abbia i requisiti adatti a consumare carne, perché la sua struttura anatomica e digestiva non comprende un intestino tanto breve e tanto acido. Fisiologicamente, sembra assomigliare di più ai mangiatori di piante e frutta, come le scimmie, da cui effettivamente  discende.

Si presume che anche i vegetali provino dolore, nonostante l’assenza di prove scientifiche certe a riguardo. Possiamo comunque immaginare che si tratti di un dolore di ordine diverso dal nostro e da quello di un manzo, per esempio, di cui possiamo conoscere con sicurezza il tipo di dolore che subisce, dal momento che condividiamo diversi aspetti nella struttura anatomica: i nocicettori, le endorfine e un sistema nervoso centrale a cui vengono trasmesse le informazioni riguardo le sensazioni. Una patata può provare dolore a modo suo, ma indubbiamente essa non è consapevole del mondo e di ciò che le accade. Inoltre dobbiamo tenere presente il fatto che la nostra stessa esistenza può provocare dolore, in svariati contesti e situazioni. Se siamo consapevoli del fatto che è inevitabile infliggere dolore, allora dovremmo scegliere di minimizzarlo.

Il consumo di carne è una delle principali minacce alla salute del pianeta per l’impatto ambientale delle pratiche d’allevamento, al quale si deve la devastazione e la rovina delle zone, già ridotte,  di foresta pluviale rimaste sulla terra, perché le foreste vergini vengono abbattute per lasciare spazio ai pascoli. Il bestiame è anche responsabile della desertificazione, dal momento che il pascolo eccessivo ha dato origine a paesaggi desertici, desolati, abbandonati e incolti. Il materiale che esce dalle stalle o dai grandi stabilimenti zootecnici è una delle maggiori fonti di inquinamento e innalzamento della temperatura globale a causa di emissioni di metano e gas serra che non permettono al calore di disperdersi oltre l’atmosfera della terra. Inoltre, se nei paesi arretrati milioni di persone muoiono di fame per scarsità di cereali, nei paesi industrializzati milioni di persone muoiono per malattie causate da un eccessivo consumo di carne (infarto, cancro e diabete). Mentre una grande percentuale della raccolta totale di cereali è oggi utilizzata come mangime per allevamento, un miliardo di esseri umani soffre per la fame nel mondo.

In conclusione, mangiare carne o no è una scelta personale, ma le scelte che determinano danno agli altri costituiscono  azioni immorali. La carne non è il solo prodotto per cui gli animali sono costretti a soffrire. Gli umani sfruttano gli animali in svariati ambiti:per l’intrattenimento (circhi, zoo, corrida), per lo “sport” (caccia, bracconaggio), per la sperimentazione scientifica (vivisezione), per la moda (allevamenti di animali da pelliccia) e per trasformarli in cibo (zootecnia). Le grandi industrie di sfruttamento utilizzano miliardi di animali, a cui viene tolta la vita e negata la libertà. E dal momento che sono titolari di diritti,  questo è moralmente inaccettabile. Dovremmo offrire loro il nostro aiuto e convincerci che il fatto che non possano difendersi da soli accresce il nostro dovere di “reagire” per loro.

Mari

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/jGXK0

Un commento

  1. Peter ha scritto:

    Voto 5.Ho dato 1 stellina per sbaglio.

    13 marzo, 2012
    Rispondi

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