Lettere dai lettori: Uno sguardo dal basso


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Riceviamo da Davide e pubblichiamo volentieri questo intervento che ci pare molto singificativo e meritevole di considerazione per l’avvio di un confronto sul tema.

—-< <<<@ UNO SGUARDO DAL BASSO

Suggerisco di riprendere in mano l’articolo “Uno sguardo dall’alto” apparso sulla Veganzetta di gennaio ’08, con l’intento di ampliare lo sguardo sulle iniziative di supporto alla moratoria sulle esecuzioni capitali approvata il 19 dicembre 2007 dall’Assemblea generale dell’Onu. Ciò di cui sostengo dobbiamo dotarci è uno sguardo dal basso adesso, ponendoci nella posizione dei perseguitati dalle Leggi, accorgimento indispensabile alla comprensione e alla valutazione disillusa di tale risoluzione, alla luce del contesto dalla quale proviene, del momento storico in cui emerge, della inadeguatezza del contenuto e infine della mancanza di riferimenti ad un allargamento dei beneficiari oltre la specie umana, come l’autore ha già  provveduto a sottolineare.

Il documento votato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, impegnata in contraddittorie missioni di pace armata nelle situazioni di conflitto del mondo, ha incontarto il supporto di 104 Stati che, senza eccezione alcuna, affidano la gestione dei dissensi, nelle politiche interne e internazionali, agli eserciti; l’iniziativa è stata fortemente sostenuta dall’Italia, che partecipa con i suoi contingenti militari all’occupazione dei territori di Afganistan e Iraq, la quale senza vergogna si dice “da almeno 13 anni in prima fila nella battaglia per la cancellazione delle sentenze capitali”. Il governo era rappresentato al Palazzo di Vetro dall’allora ministro degli Esteri e vicepremier Massimo D’Alema, che candidamente parla di «risoluzione di portata storica», tralasciando di sconfessare l’intervento delle portaerei italiane da lui sancito in tempi non remoti di guerra nei Balcani.

Visti i soggeti in campo è auspicabile che tale sbandierata nuova attenzione verso i diritti umani generi una ridiscussione sull’utilizzo della forza militare? Lascio a voi i commenti e il compito di misurarsi ognuno con le proprie aspettative.

Osservando il testo della moratoria sulla pena di morte possiamo evincere da alcuni punti essenziali che l’elenco fornito delle principali garanzie internazionali a protezione dei condannati consiste nel giudicare l’uso della pena di morte offensivo della dignità  umana; che una moratoria sulla pena di morte contribuisce al miglioramento e al progressivo sviluppo dei diritti umani; che non esiste alcuna prova decisiva che dimostri il valore deterrente della pena di morte; che qualunque fallimento o errore giudiziario nell’applicazione della pena di morte è irreversibile e irreparabile.
Conclude, “accogliendo con favore le decisioni prese da un crescente numero di Paesi di applicare una moratoria delle esecuzioni, auspichiamo che in molti casi avrà  seguito l’abolizione della pena di morte.”
E’ immadiato notare che non è lecito parlare di protezione dei condannati nel momento in cui non si mette in discussione il sistema forcaiolo-giustizialista che, già  nelle premesse delle costituzioni, incentiva l’ingiustizia sociale e la conflittualità  tra i popoli e all’interno delle popolazioni stesse.
E’ altresì dovuto ricordare che i sistemi penitenziari prevedono pene colpevoliste, non rivolte, nemmeno nei discutibili reali intenti, al recupero dei prigionieri, bensì alla loro mortificazione e all’espiazione, tramite ergastolo anche multiplo e misure restrittive che sconfinano alla tortura più terrificante e depersonalizzante (vedi regime di 41 bis istituito proprio dal nostro bel Paese).
Non si capisce, di conseguenza, su cosa porre le speranze di incremento progressivo dei diritti, quando si fissa lo sguardo sulla coda e non sulla testa di chi origina i problemi, se non nell’evidenziare l’ipocrisia della coalizione degli Stati sovrani, ridondanti della demagogia tipica dei cosiddetti poteri forti.
Che non esiste alcuna prova decisiva che dimostri il valore deterrente della pena di morte lo si può asserire solo invoncando l’imbecillità  delle persone: non si spiegherebbero le collaborazioni dei pentiti mafiosi, ad esempio, e di tutti quei carcerati che scelgono la via della disocciazione o dell’infamia al prezzo di sconti per l’internazione o alla ricerca dell’internazione medesima per preservarsi dall’uccisione di chi anche fuori le galere li minaccia di definitiva vendetta.
Dire poi che è necessario tener presente che qualunque fallimento o errore giudiziario nell’applicazione della pena di morte è irreversibile e irreparabile, è inaccettabile come proposito nel mentre i tribunali dopo i tre gradi di giudizio, tre quando va bene e oltretutto effettuati su basi sconnesse d’ingiustizia legalizzata, come sosteniamo precedentemente, praticamente mai riaprono i processi concedendo la possibilità  di revisione della pena in corso.

La Giustizia dei governi e delle organizzazioni associative a delinquere dei governi, che si presentano semplicemente sotto altre spoglie, corre sui binari del sistema assassino e tortutatore che essa difende e più che mai oggi rappresenta; non è quindi lecito aspettarsi un’evoluzione della società  in questi termini. Guardare alla forza immane della Storia comporta una presa di consapevolezza imprescindibile che ogni passo compiuto autonomamente dai padroni gerarchi va inevitabilmente nella direzione opposta all’equità , che invece è pratica di coerenza e di trasparenza.

Solo nel 1758, il naturalista svedese Linneo classificò il vivente e coniò la definizione ‘homo-sapiens’, determinando nella nostra identità  di specie la distinzione dal resto del regno animale. La dicitura del suffisso ‘sapiens’ a definire l’umanità  conteneva il riconoscimento della prerogativa ‘sapiente’, pensante. Se ora la ragione domina le passioni, le incasella, le sfrutta è perchè questa esaltazione della ‘ratio’, congiunta alla costruzione di una moralità , ci ha condotto alla supervalutazione del razionalismo con tutta la forza distruttrice che esso contiene. Ne “La dialettica dell’Illuminismo” Adorno e Horkheimer mettono bene in evidenza questo aspetto, lasciando intendere che se fossimo stati concepiti quali esseri passionali e sentimentali la distanza tra il genere umano e gli altri animali non avrebbe avuto l’esito terrificante che ha portato con sè. E’ a questi ultimi drammatici 250 anni in particolare, a questa triste ricorrenza che dobbiamo guardare con sospetto, innanziatutto, per sovvertire la storia della civiltà  umana; non cadendo nel tranello teso da una, l’ennesima, risoluzione legislativa che giuridicamente non è nemmeno vincolante; se vogliamo veicolare l’opinione pubblica verso la mèta ambita del riconoscimento della libertà  che viene dall’idea di ugualianza, dobbiamo minare l’applicabilità  della pena tutta, perchè la pena di morte non è altro che un aspetto, tragico ed esplicativo allo stesso tempo, della falsità  del presente.

Tra quattro mura circondariali, sotto le luci al neon 24 ore picchiate sulla testa, impediti al contatto nei colloqui con i familiari per mezzo dei vetri divisori, avulsi dal mondo esterno che prima ti produce, successivamente ti consuma e infine ti relega a rifiuto, a me viene piuttosto da chiedere e chiedermi: in un’epoca attuale in cui anche gli spiriti critici appaino dimessi, varrebbe forse la Pena batterci per il diritto dei reclusi a ricorrere alla scelta del suicidio come ultimo e dignitoso atto di addio ad un’infima vita intimamente, prima di tutto, sottratta?
Invoco la vostra grazia; risparmiate una simile constatazione provocatoria d’impotenza dal sopraggiungere indignato di un’ umana, troppo umana, sentenza.

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/ar1da

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