Lettere dai Lettori: “La strategia virale”


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Riceviamo e pubblichiamo una lettera da un lettore in relazione all’articolo: “La strategia virale” prima e seconda parte.

Mi complimento con la VEGANZETTA per affrontare nei suoi articoli il problema di come fare attivismo ed in particolare come porsi, “La strategia virale” prima e seconda parte ma anche precedenti articoli portano in evidenza quanto sia importante il metodo di approccio con le persone che vogliamo informare e sensibilizzare perché un cambiamento avvenga in loro.
Purtroppo il pessimo modo di rapportarsi con le persone di molti animalisti sta creando seri danni. Se non si prenderanno provvedimenti e tempestivi cambiamenti di rotta i danni che subirà  l’animalismo, l’antispecismo e la scelta vegan saranno irreparabili.

Non sono giovanissimo ed ho sulle spalle anni ed anni di vita da attivista in tutti i sensi in difesa degli animali e proprio per le tante esperienze vissute direttamente, sono arrivato alla conclusione che bisogna cercare di fermare o di isolare il più possibile la moda nata da qualche anno nell’animalismo di fare presidi un po’ per qualsiasi occasione il più delle volte senza aprire un dialogo con la controparte solo per il piacere di molti di scendere su una piazza o di appostarsi davanti ad un obiettivo ed urlare, meglio ancora se con un megafono davanti alla bocca.

Non rinnego che nei primi tempi vi abbia partecipato anch’io ma proprio partecipandovi mi sono reso conto quanto dannosi siano, soprattutto quelli fatti in seguito suggestioni popolari senza un minimo di organizzazione ed è triste vedere persone che vi partecipano quasi senza sapere la vera motivazione e se la condividono, ancora più triste vedere al termine queste persone che si danno appuntamento al prossimo fine settimana per presidiare un altro posto e se questo posto non c’è chiedersi cosa possono presidiare e mai prima il perché farlo e come farlo.
Penso che presidiare o organizzare una manifestazione non sempre sia sbagliato ma per farlo bisogna organizzarsi bene ed è importante come proporsi, tenendo ben presente lo scopo.
Pur essendo da sempre animalista e da tanti anni vegano non mi sono mai sentito così diverso dalle altre persone ed ho riscontrato che proprio spargendo semi nella normalità  si ottengono i migliori risultati.
Ormai da un po’ di tempo parallelamente al mio lavoro di animalista ho affiancato l’impegno di far capire alle persone che chi vedono sbraitare in presidi spesso al quanto folcloristici non rappresentano tutto il mondo animalista ma per fortuna solo una piccola parte e spesso la più nociva.
Rapportarsi con le persone, diffondere le nostre idee cercare di cambiare le cose non è un impresa facile, purtroppo nessuno di noi ha la bacchetta magica per farlo, quindi dovremmo attingere da chi è esperto in comunicazioni, o dalle formule collaudate della pubblicità , o dal mondo del marketing per raggiungere degli obiettivi, ma nel mondo animalista esiste la regola del ” io sono più bravo degli altri che non capiscono niente” e così ognuno cerca d’imporre le proprie idee ed i propri metodi, basta non accettare quelli di un altro, se poi non sono efficaci non importa tanto la frase che ricorre normalmente è “la gente non capisce….” .
Il problema è che ci sono voluti anni di lotte per poter avanzare di piccoli passi ed ora il rischio di retrocedere è veramente reale.

Mi auguro fortemente che la VEGANZETTA continui a portare avanti questo argomento che credetemi sarà  importantissimo per il futuro dell’animalismo, del veganesimo e dell’antispecismo.

Buon lavoro a tutti.

Ciao

Giancarlo Vescovi

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/2oah3

Un commento

  1. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    Riceviamo e pubblichiamo la risposta di Filippo Schillaci alla lettera.

    ******

    Caro Giancarlo,

    trovo importante la tua lettera perché affronta, e mi offre lo spunto per affrontare a mia volta, un argomento fondamentale per il futuro eventuale (oggi più eventuale che mai) dell’antispecismo.
    Hai opportunamente sottolineato una questione primaria: la comunicazione, ovvero il modo di portare all’esterno le nostre idee, al fine di correggere e rendere ottimale la percezione che di esse si ha nel mondo “convenzionale”.
    Come giustamente hai notato sono problemi che non sfiorano neppure da lontano la maggioranza dei… chi? Ecco, la prima cosa da fare è domandarci di chi stiamo parlando. Degli animalisti (ovvero coloro che pensano si possa risolvere la questione animale senza null’altro mutare in questo sistema), degli antispecisti (coloro che vedono la questione animale come congenita a questo sistema e dunque ne auspicano – per ora nulla di più – il mutamento alla radice), o di coloro che ho chiamato specisti speculari (che non discutono il paradigma specista ma semplicemente lo ribaltano mettendo l’uomo in fondo piuttosto che in cima alla gerarchia degli esseri viventi)?
    Benché tutti costoro si occupino della “questione animale” non c’è nient’altro che li accomuni e dunque sembrerebbe difficile fare dei discorsi che li riguardino simultaneamente. E invece tutti loro manifestano delle singolari analogie di comportamento.
    Presidi, manifestazioni, mail di protesta, petizioni. Mi pare di non aver dimenticato nulla. Oggi qui, domani lì, sempre secondo le stesse modalità  standard, sempre senza alcuna riflessione preliminare sulle condizioni in cui l’azione viene portata e a posteriori sull’effetto dell’azione stessa. Quando tentai di fare una di tali riflessioni una delle più note esponenti di questa tendenza mi rispose: «a me non interessano le discussioni filosofiche».
    Bene, il problema del giusto approccio comunicativo è parte di un più generale problema: quello del metodo, dove per metodo intendo esattamente ciò che è scritto sul vocabolario: “modo di procedere razionale per raggiungere determinati risultati”. Io l’ho sempre visto come il succedersi di queste quattro fasi:
    1) analisi dello stato presente,
    2) elaborazione di un’azione che ne devi l’evoluzione nella direzione voluta,
    3) confronto del risultato ottenuto con il risultato desiderato.
    4) Ritorno al punto 1), con riferimento al nuovo stato presente.
    Il che mi sembra in fondo molto intuitivo. Ora, tutto questo è esattamente ciò che non ho visto mai applicato nel mondo della “questione animalista”, nelle sue varie versioni. Improvvisazione, pressappochismo, agire a caso, nulla che potesse chiamarsi analisi, progetto, programmazione, organizzazione, e questo anche ai livelli più alti. Né ho visto alcuna disponibilità  a prendere in considerazione il problema, anzi ho dovuto al contrario constatare la più totale chiusura nei confronti di esso.
    Col tempo mi sono convinto che questa apparente follia collettiva ha una radice comune che non è, come generalmente si crede, l’ottusità  generalizzata – molte di queste persone svolgono professioni di un certo livello, hanno una notevole levatura culturale – bensì il movente che spinge l’animalista/antispecista/specista speculare a essere tale, movente in cui, nonostante quanto egli crede in perfetta buona fede, il cosiddetto “animale” ha un ruolo tutt’altro che centrale. Credo che parlerò di questo in uno dei miei prossimi articoli sulla Veganzetta; provo intanto a esprimere in sintesi ciò che voglio dire. Cose come presidi, manifestazioni, e incontri vari hanno la stessa valenza che il compositore John Cage attribuiva ai concerti: happening e nient’altro, in cui il fatto di ascoltare musica è un semplice pretesto. Se interpretiamo allo stesso modo i presidi “animalisti” tutto quadra, compresa la pessima immagine che costoro danno all’esterno di se stessi – e, cosa ben più grave, delle idee che propugnano -. Tale immagine, così come l’immancabile inefficacia dell’azione, è un dettaglio irrilevante. L’unica cosa che conta è esserci, e l’unica immagine che conta è quella che si dà  agli altri partecipanti all’happening. Le modalità  di azione vengono ripetute ogni volta sempre uguali, indipendentemente dalla loro (in)efficacia, perché esse definiscono l’identità  del gruppo, che è l’unica cosa che conta. La persistente mancanza di risultati non lede il prestigio del capo di turno (c’è sempre un capo di turno) perché non è il gruppo a fare le spese della cronica sconfitta. E tutto ciò non vale solo per chi si occupa della “questione animale” ma per molte altre componenti del movimento alternativo, che manifestano gli stessi problemi evidenziati da te, anzi, tanto più li manifestano quanto più sono “alternative”.
    Un rimedio? Una cura? Ecco, questa temo di non averla. Credo che la causa di tutto ciò sia, per così dire, stampata nei nostri geni e per inibire i suoi effetti occorrerebbe un modello culturale estremamente pervasivo e radicato, quale solo i millenni potrebbero formare.

    Un’ultima nota la vorrei riservare agli Specisti Speculari. Essi hanno una ragione in più per abbandonarsi a questi comportamenti. Se l’uomo è portatore di tutta la negatività  che essi sostengono, che c’è da comunicare? In quale altro modo porsi se non “a muso duro”? Né è strano che essi non abbiano alcun metodo, alcun progetto: ciò è coerente con la natura intrinsecamente nichilista della loro visione. E questa coerenza di fondo li rende oggi i più “solidi”. Ho a tale proposito un timore: che alla fine, estintasi per selezione naturale ogni altra componente, a occuparsi della questione animale, resteranno solo loro, oltre che, naturalmente, gli zoofili. Anzi, forse già  oggi non siamo lontani da questo scenario.

    Filippo Schillaci

    13 agosto, 2008
    Rispondi

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