L’allevamento etico non esiste


Tempo di lettura stimato:
4 minuti

allevamento etico - L'allevamento etico non esiste

Il cosiddetto “allevamento etico” nasce come risposta alle esigenze del consumatore umano che – pur non volendo assolutamente rinunciare al consumo di prodotti animali – voglia rivolgere i propri acquisti verso prodotti ottenuti con metodi diversi da quelli industriali. Purtroppo, oggi, sono molte le associazioni che propongono questa tipologia di sfruttamento come alternativa valida all’allevamento industriale perché, a loro dire, questa garantirebbe non solo un minor impatto ambientale e una maggiore qualità del prodotto ottenuto ma, addirittura, un maggiore rispetto delle esigenze etologiche e comportamentali dell’Animale.
Leggiamo sul portale web dedicato (www.allevamento-etico.eu) che “ALLEVAMENTO ETICO significa crescere gli animali nel rispetto delle loro abitudini etologiche, evitandone sofferenze ingiustificate” e ci chiediamo quali siano, invece, le sofferenze “giustificate”, quali quelle “tollerabili” e – addirittura – in linea con l’etologia degli Animali. Il sito web Ansa.it ci parla di un vero e proprio boom del consumo di corpi di Animali sacrificati in aziende definite “cruel free”; ci parla di “acquirenti più coscienti (…) ma non per questo degli estremisti”, perché attenti al rispetto di quello che loro ritengono un rapporto equilibrato fra Umani e altri Animali; non mettendo chiaramente in discussione il fatto che l’Umano debba nutrirsi proprio di quegli Animali che dice di rispettare.
Giustificazioni etologiche e scientifiche a parte – di dubbio valore fra l’altro – è chiaro che tale posizione non intende criticare il paradigma dello sfruttamento animale ma, al contrario, lo alimenta rendendolo maggiormente accettabile. Questa tendenza, è perfettamente in linea con la riconversione del consumo che vede oggi il capitalismo sfruttare l’onda verde della nuova “coscienza” del consumatore sostenibile e va da sé che non ci veda per nulla d’accordo.
Se è estremista considerare sfruttamento alla stessa stregua di quello industriale l’allevamento “etico”, allora estremisti dobbiamo considerarci se riteniamo che allevare degli Animali privandoli della loro libertà e nutrirsene sia sempre e comunque sbagliato: l’allevamento etico non esiste.

Di seguito l’articolo pubblicato dal sito web Ansa.it.

Fonte: www.ansa.it/lifestyle/notizie/passioni/animali/2016/02/15/cruel-free-cresce-lallevamento-etico-e-conquista-i-consumatori-consapevoli_50b1c115-008d-45ec-9faa-84f98202a967.html

Cruel free, cresce l’allevamento etico e conquista i consumatori consapevoli
Con-Vivere: uomo, animale, ambiente in una società che (finalmente) cambia

Non sono vegani. Anzi, a formaggi e bistecca non rinunciano. Ma con una consapevolezza che mette il rispetto per animali, ambiente e salute in primo piano. E’ il nuovo popolo del ”cruel free”, che avanza anche tra i consumatori italiani. Una nuova classe di acquirenti più coscienti, spesso già votati al biologico, vicini alla natura, magari frequentatori di rimedi naturali e omeopatici, attenti a un’alimentazione sana. Ma non per questo degli estremisti. Semplicemente sostenitori di forme di allevamento etico, ben consci di ciò che può nascondersi dietro una confezione di pollo al supermercato e dei rischi che può comportare. Perché tutto si può fare anche in un ”altro” modo.
(di Daniela Giammusso)

”In un nuovo concetto di economia solidale il termine ‘consumatore’ è riduttivo”, spiegano Carla De Benedictis, Francesca Pisseri e Pietro Venezia, di professione medici veterinari e omeopati, autori di ”Con-Vivere. L’allevamento del futuro” (ed. Arianna Editrice). ”La persona che ha bisogno di cibo per nutrire se stessa, la propria famiglia e la propria comunità – spiegano – fa un investimento economico sul proprio territorio, sulla socialità, sulla sostenibilità delle produzioni. Il consumatore diventa fruitore: destinatario quindi di un bene o di un servizio. E il diritto alla nostra salute passa anche attraverso il diritto di acquistare cibo che abbia reali proprietà nutritive e non sia tossico”.
La parola chiave è ”Con-vivere”: uomo, animale, ambiente. Perché, i risultati sorprenderebbero molti, allevare l’animale rispettandolo nelle sue esigenze e nei suoi istinti non migliora solo la sua vita, ma porta a un minor impatto sull’ambientale, a ”produzioni” migliori e di conseguenza anche a grande risparmio in termini di sanità e contenimento dell’inquinamento.
Non un’utopia, assicurano gli esperti. Spesso basta anche solo guardarsi indietro e ritrovare usi e comportamenti utilizzati fino a qualche decennio fa.

I bovini maremmani allevati con il sistema semibrado, per fare un esempio, si fanno avvicinare perché il rapporto uomo-animale è buono. I maiali con porcilaia riescono ad allevare i propri cuccioli. E’ quella che chiamano etologia collaborativa: gli animali sono per l’uomo fonte di prodotti da vendere e consumare ma in quanto esseri senzienti sono anche capaci di provare emozioni, amore filiale, amicizia, frustrazione. Quando il rapporto con l’uomo è corretto gli animali lo seguono, abituati al richiamo. E se non c’è paura ne’ stress, migliora il loro stato e anche carni e latte sono più magri e sani.
Al contrario, l’allevamento intensivo a modello industriale, oltre a ridurre l’animale a un macchina, in condizioni lontanissime dalle sue caratteristiche, spesso ai limiti della crudeltà e bombardati di antibiotici e sostanze chimiche per intensificarne le produzioni, è anche di notevole impatto ambientale, incide su inquinamento, effetto serra e consumo di acqua ed energie non rinnovabili.

Come in tutti i settori, il consumatore ha il grande potere dell’orientare le proprie scelte e con esse l’andamento del mercato. Optare per prodotti da allevamenti etici ne incrementa lo sviluppo. E pretendere oggi una vita diversa per gli animali destinati al macello, garantisce un futuro e una salute migliore a tutti. Ma come orientarsi e riconoscere i prodotti? In Italia è nato un vero e proprio movimento per l’Allevamento Etico (www.allevamento-etico.eu), dedicato ai consumatori, con tanto di consigli e indirizzi (ma anche per gli operatori che vogliano seguire un diverso approccio con l’animale da allevare). Primo passo è sempre informarsi sulla provenienza del prodotto e, se possibile, andare anche a vedere in loco. Per cominciare, ecco qualche regola base cui prestare attenzione: sapere come vivono fa la differenza
– Produzione a chilometro zero: è ottima per favorire un circolo virtuoso, allacciare rapporti diretti con il produttore, ridurre le emissioni di Co2. Ma attenzione, perché ”vicino” non significa per forza salubre se poi il contadino o l’allevatore usano pesticidi e diserbanti o non danno agli animali una corretta alimentazione
– Alimentazione: quando è equilibrata rinforza l’uomo e l’animale, prevenendo o attenuando eventuali patologie. Fondamentale che ogni animale mangi ciò che è consono alla propria specie, ma anche che possa pascolare, esigenza fondamentale sia dal punto di vista etologico che funzionale – No alle mutilazioni. Assolutamente si a un riparo appropriato e confortevole. No a dosi massicce di farmaci, si all’uso di omeopatia e rimedi naturali anche sugli animali
– Libertà di essere animali (in genere il principio meno rispettato e applicato). Ovvero di poter vivere secondo la propria natura e attuare modelli comportamentali normali
– Libertà da paura e stress: non è solo questione di rispetto. Gli animali allevati in spazi ristretti, senza possibilità di sottrarsi agli esemplari più aggressivi, vivono in condizione di perenne paura e stress, nocivi alla loro e alla nostra salute
– Macellazione: che avvenga in azienda, così da rispettare fino alla fine l’animale e garantirgli la tranquillità di un ambiente familiare
– Varietà: la rotazione di specie animali diverse e l’avvicendamento pascolo-colture vegetali mantengono e arricchiscono la fertilità del suolo, consentendo biodiversità e salute del terreno. Senza contare che un’adeguata turnazione dei pascoli permette di evitare l’utilizzo di farmaci ecotossici e sovraccarico con degrado del terreno. (…)

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/o14zz

7 Commenti

  1. azza ha scritto:

    “cruel free” proprio perchè non si può parlare di “cruelty free”, visto che non possono negare la crudeltà necessaria allo sfruttamento animale. ma “cruel free” che vuol dire? cruel è un aggettivo! è un non-sense anche dal punto di vista sintattico.

    9 marzo, 2016
    Rispondi
  2. Cori ha scritto:

    mah…non ho parole di fronte a cotanta demenzialità e ipocrisia.
    Allevamento etico = pillola blu

    9 marzo, 2016
    Rispondi
  3. simona ha scritto:

    La dissoluzione del linguaggio, forse per deperimento, inedia. Il significato delle parole si scioglie lentamente e scivola via nelle fessure, sparisce in profondità inquietanti come crepacci di ghiacciaio, per morire, non visto. E questo accade se lo lasciamo accadere. Accade perché lo lasciamo accadere.

    9 marzo, 2016
    Rispondi
  4. Lorenzo Bresciani ha scritto:

    Uno schiavo che viene “trattato bene” resta comunque uno schiavo.

    10 marzo, 2016
    Rispondi
  5. Paola Re ha scritto:

    Il concetto di “etico” è di gran moda e trova spazio ovunque. Qui si parla di “Macellazione: che avvenga in azienda, così da rispettare fino alla fine l’animale e garantirgli la tranquillità di un ambiente familiare” Non dicono che è macellazione “etica” ma di fatto intendono quella perché la macellazione etica esiste certificata da ICEA.
    Ci sono allevamenti in cui gli animali vivono liberi, sono molto ben tenuti e, se non sapessimo che quegli animali saranno macellati, probabilmente scambieremmo quei posti per santuari per animali. In campagna ho visto animali in libertà, non libertà totale come è quella dei selvatici, ma per lo meno come quella degli animali nei santuari.
    Ciò che stride è che, mentre nei santuari gli animali ci stanno perché salvati, negli allevamenti ci stanno perché fabbricati.
    L’allevamento etico è una gran frottola perché fabbrica la morte eppure adesso ce lo rifilano in tutte le salse per farci sentire meno colpevoli nel mangiare animali.
    La zootecnia usa sempre di più un linguaggio che non le è mai appartenuto: etica, benessere animale, dignità, rispetto, esseri senzienti…
    Allevatori, macellai, aziende ci affrontano con il nostro stesso linguaggio per dimostrarci che hanno una sensibiltà al passo coi tempi ma secondo me hanno la terra che trema sotto i piedi.
    Bisogna vedere se è più astuto il pubblico nel percepire le frottole o se sono più astute le aziende a vendersi. Adesso è troppo presto per dirlo perché questa moda è ancora fresca.

    10 marzo, 2016
    Rispondi
  6. giuliano ha scritto:

    ….l’essere vivente avendo il privilegio di esser legato ad una catena d’oro è pur sempre legato ad una catena…

    10 marzo, 2016
    Rispondi
  7. La perversione di queste discriminazioni che hanno esclusivamente una valenza semantica sono raccapriccianti.
    Non esistono cibi animali etici, come non esistono cibi animali sani. Sono giochi di parole per far accettare alle masse la loro assuefazione, la loro dipendenza; dipendenza che ha un costo inestimabile in vite recise, sofferenze inferte e, in fine, in sofferenze subite da chi esso stesso subisce, senza interrogarsi, l’assuefazione e la dipendenza da cibi malsani che si rivelano mortali per l’intero globo terracqueo.

    11 marzo, 2016
    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *