La coerenza vien mangiando


Tempo di lettura stimato:
3 minuti

Da Veganzetta n° 5 / 2012

dentice
illustrazione di Emy Guerra

 
La domanda è scomoda: ma quanta rivoluzione sei disposto a fare? Scendi in piazza per liberare te stesso dall’oppressione o sei per togliere catena e giogo a tutti, anche ai meno di niente?

E qui arriva dovrebbe, il condizionale onnipresente. Non uccidere, innanzitutto gli innocenti, dovrebbe essere sinonimo del rispetto globale rivendicato nelle piazze. Dovrebbe essere la linea di partenza naturale di ogni rivoluzione, sennò, alla fine della corsa, per gli Animali, gli ultimi degli ultimi, son dolori esattamente come prima.

Per chi alza la testa e non la gira dall’altra parte, per chi agita il pugno invece di lavarsene le mani, per chi trascorre i fine settimana in Val Clarea anziché all’outlet, vivere senza ammazzare dovrebbe essere scontato, coerentemente ovvio. Dovrebbe, e invece no. 

Che gli Animali siano materia fuori corso, che la loro liberazione non sia compresa nel palinsesto rivoluzionario, che possiamo continuare a riprodurli e scannarli per futili motivi, è quanto di più incastrato e inestraibile esista nella miniera delle convinzioni di comodo. Una cronica stipsi morale impedisce l’espulsione di questa tossica convinzione anche alle avanguardie più coscienti e indignate.

 

Il concetto globalizzato secondo cui gli Animali sono fatti apposta per stare sotto, assomiglia purtroppo moltissimo a quello dei capitalisti convinti che sfruttare gli Umani dominati sia del tutto normale. Considerarli schiavi è un postulato, indimostrabile ma onnipresente, anche e proprio nelle teste degli ultimi della gerarchia umana, quelli che prendono calci da tutti.

Circolando tra i manifestanti, No Tav e non solo, assai sovente accade di vedere che proprio lì, dove si urla continuamente “vergogna, vergogna!” e “assassini, assassini!” ai guardiani in divisa e ai loro mandanti, i contestatori masticano salami, esattamente come gli antisommossa.

E capita, partecipando alle assemblee pre e post-sgomberi vari, di dover digerire eminenti del movimento anarchico che plaudono a chi dona, a sostegno della causa, cesti di salami d’Asino. Succede quindi di obiettare “ma guarda, proprio loro” quelli del “contro tutte le oppressioni”! Non sarebbe più onesto allungare lo slogan e scrivere “contro tutte le oppressioni, fuorché per la più mostruosa”?

Non c’è bisogno di pareri, in questo caso basta la fotografia. Certo bisogna voler guardare ma, misurando oggettivamente la sofferenza umana e quella animale, anche solo a occhio, ci si accorge che, tra i due argomenti, il salto dimensionale è dal millimetro al metro, dal grammo al chilo.

La lotta sociale è una macchina dal basso rendimento che, in cambio di piccoli risultati, richiede al manifestante grande dispendio e impegno. Diventa necessariamente un secondo lavoro, tempo libero dedicato alla difesa personale. È necessario viaggiare, spendere soldi, esporsi, magari respirare con i filtri antigas, rischiare un pestaggio o un lacrimogeno in faccia, accettare di essere ripresi, identificati e intimiditi. E si tratta di proteggere il “territorio”, salvaguardare il posto di lavoro, la qualità della vita, non di vita o morte. L’articolo 18, con tutto il rispetto, sta al mattatoio come la sberla sta alla ghigliottina. Tuttavia, di “reintegro” ed “esodati” ne parlano tutti, mentre del passaggio chiave Maiale-prosciutto, in cui la morte non è un incidente ma la regola contrattuale, praticamente nessuno.

Per levarsi viceversa di dosso l’immensa responsabilità di essere complici, mandanti e causa diretta di coercizioni mostruose ed esecuzioni di massa, non si deve far niente più che ben poco: cambiare corsia al supermercato, sostituire l’amatriciana con pasta e ceci e continuare a fare paralumi di plexiglas anziché con la pelle degli ebrei. A incrementare ulteriormente il risultato ottenibile con così poco impegno, c’è la soddisfazione aggiunta di minare la finanza a quel capitalismo cinico che trae dalla morte animale la propria materia prima.

 

Larga parte degli stessi che non ne possono più delle frasi fatte e della tiritera “Il TAV bisogna farlo, se no si ferma lo sviluppo” è ancora convinta che la vita sia possibile solo se si ammazza qualcuno.

Invece, cambiare modo di mangiare e non ammazzare più nessuno in fondo assomiglia molto ad andare veloci o un po’ più piano: senza TAV, come senza carne e derivati, si vive lo stesso e non si aggiungono danni ulteriori a quelli già fatti. I Valsusini, con ragione piena, sostengono di aver già dato ampia disponibilità al comodo altrui: due statali, un’autostrada e una ferrovia.

Chi si riconosce in questa tesi deve però necessariamente ammettere che agli Animali è stato rubato molto di più, hanno dato gratis lavoro e vita, solo che non possono dirlo e nessuno glielo riconosce.

Chi urla “a sarà dura!” riconosca agli Animali i medesimi diritti che pretende per sé e ammetta quanto direttamente e moltissimo può fare per mettere fine alla durissima esistenza che gli Animali conducono da sempre a causa dello sfruttatore umano. Padrone o servo che sia.

Col consenso di tutti, ribelli e guardie, sono caduti a migliaia di miliardi. È ora di finirla. Non ce lo chiede l’Europa, lo esige la coerenza.

 

Walter Giordano

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/Hdw0g

Commenta per prima/o

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *