La bestia che parla


Tempo di lettura stimato:
2 minuti

Annamaria-Ortese

Estratto dell’articolo originale di Elisabetta Rasy

La bestia che parla

Nel 1980 Anna Maria Ortese aveva sessantasei anni e viveva insieme a una sorella malata in un appartamento misero e degradato di una piccola cittadina della Liguria, Rapallo. Le sue condizioni economiche erano cattive e passava i suoi giorni in una condizione di estremo abbandono e solitudine : fu allora che le arrivò da un istituto italiano in Svezia l’invito a un convegno letterario per il quale avrebbe dovuto preparare una relazione sulla sua esperienza di scrittore. 
Di testi Anna Maria ne scrisse due, perché della sua esperienza di scrittore le riusciva molto difficile parlare, e alla fine non ne utilizzò nessuno per la relazione svedese perché il convegno non si fece e l’invito rientrò. Questi testi videro la luce solo molti anni dopo, nel 1997, cioè un anno prima della sua morte, in un volumetto di riflessioni intitolato Corpo celeste e pubblicato presso Adelphi, l’editore che aveva portato al successo nel 1993 Il cardillo addolorato, il libro che dopo una lunghissima e dolorosissima stagione di silenzio le aveva dato quegli onori e riconoscimenti che le erano sempre mancati. Nel primo di questi testi, da lei stessa intitolato Attraversando un paese sconosciuto, poco prima della conclusione si legge questa frase : “Uno scrittore-donna, una bestia che parla, dunque”.
“ La bestia che parla” è un modo di dire della lingua italiana per indicare qualcosa di assurdo, inaudito, incredibile, una frase fatta della lingua quotidiana, almeno negli anni di formazione dell’Ortese, popolare e ordinaria. Ma uno scrittore non usa mai le parole sbadatamente, e sicuramente non le usava sbadatamente Anna Maria Ortese. Dunque prima di ritornare a questa scrittrice e al contesto nel quale lei le usa, fermiamoci su questa espressione.
La parola bestia indica qualcosa di più selvatico della parola animale: se dell’uomo si può dire che fa parte del regno animale non si può dire, salvo abiette quanto frequenti eccezioni, che fa parte del regno bestiale. La bestia ha nella tradizione culturale occidentale un suo posto preciso, una sua precisa storia. Ne metto qui in rilievo solo alcuni tratti, ricordando prima però quello che Adorno e Horkheimer scrivono negli Appunti e schizzi in appendice a Dialettica dell’Illuminismo, in un paragrafo intitolato Uomo e animale, dove l’animale e la donna sono illuminati da una stessa luce di violenza e legati da uno stesso destino di abbandono. “Nelle favole delle nazioni, vi si legge , la trasformazione degli uomini in animali ritorna come castigo”. E più avanti : “La selvatichezza muta nello sguardo dell’animale testimonia dello stesso orrore che gli uomini temevano in questa metamorfosi”.
Questa selvatichezza muta noi la ritroviamo nei bestiari medievali così come nei fregi dei portali delle chiese, nei doccioni, nelle miniature, dove ciò che nella bestia spaventa e minaccia più della selvatichezza stessa è il mutismo, l’assenza di parola. E’ l’assenza di parola che caratterizza gli animali, sta anzi in questo mutismo l’essenza più profonda della loro selvatichezza, la vera distanza e diversità con l’ordine umano. Ed è in quello spazio narrativo dove l’ordine umano e ogni altra gerarchia sono preda di frenetiche e strabilianti metamorfosi che noi ritroviamo invece gli animali parlanti, quello spazio narrativo autonomo da ogni altro che è il territorio delle fiabe.
Dunque la bestia come sinonimo di mutismo, e di orrore del mutismo, e la fiabesca bestia parlante come figura dell’imprevisto, dell’imprevedibile, dell’inaspettato, di una inaudita libertà non meno inquietante, però, non meno irricevibile, del mutismo stesso.

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/mb0Ws

2 Commenti

  1. Isemen ha scritto:

    Amo Anna Maria Ortese, ho amato profondamente “Alonso e i visionari”.
    Probabilmente non riscontrerá particolare interesse ma ho provato una profonda nausea leggendo di quanta infima considerazione le Bestie fossero destinatarie.
    Mi considero una Bestia, sono fiera di sentirmici, provo gioia al solo pensiero.
    Qualsiasi definizione mi sta bene purché mi dissoci da quella umana.
    Go vegan.

    11 Luglio, 2014
    Rispondi
  2. Roberto Contestabile ha scritto:

    Definizione di “bestia” e “essere umano”…detto anche uomo o donna che sia….è secondo me oggi più che mai un argomento importante, delicato ma sicuramente da approfondire. Io nonostante sia a favore della protezione, liberazione e venerazione degli animali…non mi considero “bestia”, non conosco ahimè il significato della parola, nè mai ho ricercato nella letteratura un più profondo chiarimento, nè mai ne ho sentito il bisogno.
    Mi resta in testa solo un vocìo passato distorto in cui si raccontava che le bestie feroci vivono nelle foreste e nei luoghi sperduti lontano dagli uomini perchè temibili e pericolose…..! Non credo questo, no…ora no! Ma credo però che sia anche sbagliata purtroppo la definizione di “essere umano” o “umanità”…l’uomo o la donna non sono “umani” come si racconta da sempre, tutt’altro….almeno non lo sono la maggior parte per vizio e difetto! Credo anche che se esistono altre persone ammirate ed amorevoli verso gli altri esseri viventi di questo pianeta, vuol dire che dentro di noi c’è qualcosa…qualcosa di antropologico che ci portiamo dietro dalla nascita….non la nostra anagrafica…ma andando molto più indietro dalla creazione primordiale. Nessuno infatti può affermare con assoluta certezza Noi chi siamo e da dove proveniamo…ci sono teorie più o meno fondate e certificate…ma chi veramente può dire con fermezza Noi chi eravamo un tempo…?

    11 Luglio, 2014
    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *