Intervista a una ex vivisettrice


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Fonte: Antispecisti Libertari Brescia
INTERVISTA A UNA EX-RICERCATRICE DELL’UNIVERSITA’ DI BRESCIA

La realtà che ne emerge è sconfortante e naturalmente per tutelarla resterà anonima. Questo è ciò che ci ha raccontato:

*D: Come ti sei avvicinata all’università di Brescia, qual é stato il percorso che ti ha portato nei laboratori in cui si pratica la vivisezione?*

R: Partendo dal mio percorso universitario, nel 2002 ho conseguito una laurea in biotecnologie a Milano, poiché a Brescia ancora non esisteva il corso. Dato che in quel periodo questo corso di studi era considerato pionieristico, avendo sempre avuto una grande passione per la scienza e mi sembrò un percorso obbligato. Abitando io in provincia di Brescia, volevo avvicinarmi a casa, però continuando il percorso della ricerca, quindi immediatamente dopo la laurea portai il mio curriculum all’università di Brescia dove uno dei professori a cui lo sottoposi trovò interesse nella mia tesi e cominciai successivamente a lavorare come ricercatrice con una borsa di studio.

*D:Un dottorato?*

R: All’inizio no, si tratta di borse di studio di 3 mesi, che vengono usate come metodi per testare le persone. Prima di darti la possibilità di avviare un dottorato, questo tipo di collaborazioni danno modo ai professori di capire se si ha le risorse e le capacità per continuare il percorso.
Il concorso per il dottorato è stato l’anno successivo. Ho vinto questo concorso arrivando prima e aggiudicandomi il dottorato, rimanendo quindi nel laboratorio dove lavoravo da ormai un anno. I miei compiti non sono cambiati, se non per il fatto che alle volte tenevo delle lezioni per i ragazzi dell’università. Per quanto riguarda il laboratorio, ho continuato a lavorare al bancone.

*D: Cosa significa lavorare al bancone?*

R: Eseguivo esperimenti di biologia molecolare. In particolare dove lavoravo io si conducevano esperimenti su culture cellulari, ma anche su materiale proveniente da animali. L’università è dotata di uno stabulario, quindi venivano usati tessuti e organi provenienti direttamente dagli animali detenuti in quest’ultimo.

*D: Hai un’idea generale di quali e quanti animali si trovavano nello stabulario, nel periodo in cui hai lavorato lì?*

R: Gli animali nello stabulario sono topi e ratti. La quantità è stimabile in qualche centinaia. Gli ordini effettuati mensilmente richiedevano alle volte fino a 50-60 animali per volta. Gli animali non rimangono a lungo nello stabulario, perché dal loro arrivo passa difficilmente più di un mese prima che vengano uccisi. Quindi deve esserci un grosso ricircolo.

*D: Hai mai dovuto eseguire esperimenti su questi animali?*

R: All’inizio mi sono sempre rifiutata di avere a che fare con l’animale vivo, pertanto quello che arrivava a me erano i tessuti.
Però questi esperimenti venivano fatti, e io ho dovuto assistervi, perché quando sei un ricercatore e ti dicono che devi scendere in stabulario, ci devi andare. Quindi per quanto ti rifiuti di vedere o avere a che fare con certi aspetti della ricerca, nell’arco degli anni ti capita di entrarvi a contatto. E a me è capitato.

*D: Che tipo di esperimenti vengono svolti in università, oltre quelli sui tessuti di cui mi hai parlato?*

R: In particolare dove lavoravo io, la ricerca verte sul sistema nervoso, in particolare sulle malattie degenerative. Uno dei tipici esperimenti a cui ho assistito personalmente dall’inizio alla fine, è la lesione neuronale. Le malattie degenerative, come morbo di Parkinson o Alzheimer comportano a livello fisiologico la degenerazione progressiva dei neuroni di una particolare area cerebrale. Per simulare questo nell’animale, viene lesionata l’area che si intende studiare.

*D: Questo come avviene?*

R: Praticamente, si usano degli atlanti stereotassici (veri e propri atlanti delle aree del cervello degli animali). Ad ogni pagina dell’atlante corrispondono delle coordinate in nanometri. L’animale viene poi inserito nell’apparato stereotassico, che è una sorta di gabbia che viene infilata sulla testa dell’animale. Si esegue un’anestesia; successivamente con un ago, orientandosi con le coordinate dell’atlante si inetta una sostanza che degenera i neuroni dell’area interessata. Quando l’animale si risveglia, presenta dei sintomi simili a quelli della malattia che si desidera simulare.
Dopodiché cosa succede? Dopo un periodo di tempo l’animale viene sacrificato, il cervello viene asportato e si analizzano le aree interessate dalla patologia.

*D: Considerati gli esperimenti che hai visto e che sai che si praticano all’interno dell’università di Brescia, ritieni giusto parlare di benessere animale?*

R: Assolutamente no. In primo luogo vengono costretti a vivere a ciclo invertito. Essendo topi e ratti animali notturni, il ciclo di luce e buio è invertito in modo che gli animali siano attivi durante il giorno, quando i ricercatori eseguono gli esperimenti. Però è chiaro che non è fisiologico. Sono costretti a ritmi circadiani completamente invertiti e artificiali. Inoltre, per esempio, al loro arrivo dalla ditta, i ratti vengono messi in gabbia a due a due, e lì vengono lasciati per 24 ore ad ambientarsi, prima che vengano sottoposti ai primi esperimenti. In molti casi, a cui ho assistito personalmente, gli animali vengono fatti riprodurre nello stabulario, il che significa andare incontro ad una consanguineità elevata, che porta velocemente (considerato il ciclo riproduttivo dei roditori) ad alterazioni negli animali. Ovviamente alcune femmine vengono sottoposte a cicli riproduttivi continui, che porta ad una serie di complicazioni fisiologiche e psicologiche per l’animale. I topi allevati nello stabulario sono detenuti in quattro esemplari per gabbia, per distinguerli l’uno dall’altro gli vengono praticati dei buchi nelle orecchie, a destra, a sinistra, su entrambe o nessuno. A ognuno di loro viene eseguito un test del DNA, attraverso l’analisi di una parte della coda che viene loro amputata.

*D: Hai mai provato empatia nei confronti di questi animali? Cos’hai provato quando ti sei confrontata con la necessità di assistere o praticare a questi esperimenti?*

R: Certe cose ti colpiscono, come il vedere che vengono catalogati e trattati come oggetti. Già in ambito universitario, sei un po’ obbligato a confrontarti con certi aspetti della sperimentazione animale. Seppur io abbia scelto argomenti di studio che si allontanavano da argomenti che prevedevano l’impiego di esperimenti sugli animali, e abbia fatto il possibile per tenermene a distanza, sapevo a cosa andavo incontro. Certo è che una volta arrivato in sede di ricerca, in base all’ambito c’è un utilizzo più o meno elevato degli animali. Non tutti gli studi prevedono l’impiego di animali o di tessuti provenienti da essi. Purtroppo il reparto in cui sono finita io era uno di quelli che ne faceva uso. Ho cercato il più possibile di sottrarmi a questi esperimenti. Nel momento in cui però ho visto che, andando avanti nel mio cammino, avrei dovuto per forza sottoporre gli animali a questa pratica, la mia reazione è stata quella di abbandonare. Non me la sono sentita di intraprendere un percorso che mi avrebbe inesorabilmente portato verso la pratica diretta della sperimentazione animale.

*D: La legge italiana prevede l’obiezione di coscienza, ha mai conosciuto qualcuno che abbia fatto questa scelta? I professori danno modo in intraprendere percorsi alternativi a quelli che prevedono la sperimentazione animale?*

R: La legge lo consente, è vero. Ma è anche vero che lo studente si ritrova nella posizione di dover accettare ciò che gli viene imposto, ad esempio mi ricordo di una ragazza che venne a proporre una tesi all’università di Brescia, dichiarando però di essere obiettrice e quindi non voleva utilizzare animali. Non è stata proprio maltrattata, ma gentilmente invitata a recarsi altrove. Ci sono come ripeto dei filoni di ricerca in cui l’animale non viene utilizzato, che guarda caso sono quelli che danno i risultati più importanti.
Però laddove è prevista la sperimentazione sugli animali, si assume ovviamente persone che non si sottraggono alla pratica.

*D: Secondo te c’è un meccanismo che consente a chi esegue gli esperimenti di escludere i sentimenti di spontanea e naturale compassione ed empatia nei confronti di questi esseri senzienti?*

R: Quello che posso dirti è che, quando sei in università, credi così tanto nel percorso della ricerca che vedi certe cose sotto una luce differente. Per cui quando i professori ti dicono che quel particolare esperimento serve a ricercare quel particolare farmaco, ovviamente ci credi. Dentro di te ti dici che ti dispiace per l’animale che sacrifichi, ma per un bene più grande e la possibilità di salvare delle persone vale la pena di farlo.

*D: I professori sono effettivamente figure autorevoli, agli occhi dei loro studenti.*

R: Assolutamente. Riponi fiducia nella ricerca, nelle persone che incontri e nel sistema. Pian piano però ti accorgi che non è così.
Io, mano a mano che proseguivo nel mio percorso, mi rendevo conto che alcuni esperimenti erano totalmente inutili, è a quel punto che si comincia a capire che ci sono altre strade più valide.

*D: Ci sono altre dinamiche quindi che portano chi pratica la vivisezione a non rendersi conto dell’infruttuosità dei sistemi che usano?*

R: Molti non hanno alcun tipo di sensibilità nei confronti degli altri animali. Partono quindi con un vantaggio sugli altri perché non hanno il minimo scrupolo. Non considerano l’animale come un essere senziente e degno di non soffrire per mano dell’essere umano. Per quelli che invece magari sono cresciuti con un senso di rispetto nei confronti degli animali, si innesca inevitabilmente un meccanismo di difesa che assopisce questo sentimento. Quindi devi essere effettivamente vigile e devi renderti conto di quello che stai facendo, perché ad un certo punto è necessario aprire gli occhi.

*D: Considerata appunto la tua esperienza, pensi che esista una ragione valida per praticare la vivisezione?*

R: No. Secondo me no, perché tutti gli esperimenti che ho avuto modo di osservare nella mia permanenza all’università di Brescia, erano pratiche finalizzate esclusivamente alla pubblicazione. Cioè, prendo venti ratti, lesiono loro alcune aree neuronali, poi li uccido e ne estraggo il cervello per analizzarlo e poi infine pubblicare i risultati. Quindi ciò che emerge dagli esperimenti è completamente fine a sé stesso, sennonché quella pubblicazione mi vale il primo nome su di una rivista di successo. Conseguentemente Telethon, o il finanziamento a cui miro, arriverà a me. Cosicché, con quei soldi, io possa finanziare una nuova ricerca finalizzata ad un’altra pubblicazione e un altro finanziamento… e via dicendo.
Non sto dicendo che l’intero mondo della ricerca funziona così.
Ci sono ricerche mosse dall’interesse scientifico e con fini nobili, ma la maggior parte delle ricerche, soprattutto quelle che impiegano animali hanno come ultimo e unico fine quello di ottenere risorse da investire in altre ricerche dello stesso genere.

*D: Qual é stato, se c’è stato, il momento critico che ti ha portato ad abbandonare il mondo della sperimentazione animale?*

R: Non c’è stato un vero e proprio episodio scatenante. Si è trattato di un percorso interno e personale. Era sempre più difficile credere in ciò che stavamo facendo, di fronte alla realtà dei fatti che tutto quello che ottenevamo di anno in anno erano esclusivamente delle pubblicazioni su riviste prestigiose, ma nessun risultato veniva conseguito se non quello di ottenere un finanziamento da applicare l’anno seguente per fare lo stesso esperimento con un altro farmaco, o cambiando animale. Quindi pian piano vedi gli orrori che questi esseri viventi sono costretti a subire, vedi che la loro sofferenza non porta nessun tipo di risultato e apri gli occhi.

*D: Lungo il tuo percorso hai mai avuto modo di confrontarti con esponenti del movimento antivivisezionista etico e antispecista? Ti è mai successo di avere discussioni con qualcuno sulla sperimentazione animale?*

R: No. Quando sei in quell’ambiente vivi come in una bolla e certe argomentazioni passano in sordina. Non sono entrata in contatto con certe posizioni fino al momento in cui ho abbandonato l’università di Brescia. Quando ho interrotto il mio dottorato, dall’oggi al domani, me ne sono andata nelle ire dei miei professori, che si aspettano da te molta gratitudine per il percorso di prestigio che ti consentono di compiere.

*D: Se potessi oggi parlare con un vivisettore, o alla futura generazione di ricercatori, cosa vorresti dire loro?*

R: Il mio attuale lavoro consiste nel confrontarmi con i ragazzi che poi un giorno forse sceglieranno questo percorso. Siccome fortunatamente continuo ad insegnare scienze, cerco di trasmettere ai ragazzi proprio questo messaggio, cioè che la ricerca è importante, ma deve essere una ricerca non autoreferenziale e finalizzata a sé stessa, ma al vero progresso. Progresso che non è la vivisezione.
Parlare con i ragazzi mi dà molta soddisfazione, perché dimostrano di capire. La mia preoccupazione è che una volta che arriveranno all’università, si ritrovino a confrontarsi con questo o quel professore che sminuisce il loro punto di vista, e li convinca dell’irrinunciabilità della vivisezione. Quando sei all’università, sei debole.

Quindi cerco di farlo con decisione, e dove posso rimango in contatto con i ragazzi dopo che finiscono la scuola e ribadisco loro di non cedere ai diktat degli standard della ricerca sugli animali.

*D: Ti capita di parlare della tua esperienza con la tua famiglia o i tuoi amici e conoscenti? Hai l’impressione che le persone abbiano la più pallida idea di cosa accade nei laboratori e negli stabulari delle loro città?*

R: Purtroppo no. Da quando sono uscita di lì continuo a raccontare la mia storia. E il mio atteggiamento nei confronti della ricerca stessa è cambiato. Se prima al supermercato mi veniva chiesto un euro per Telethon l’avrei dato, oggi mi rifiuto categoricamente, perché so cosa c’è dietro. Quindi quando ho modo di sollevare la questione ne approfitto per raccontare la mia esperienza, e mi rendo conto di come la maggior parte delle persone sia completamente all’oscuro. Come se ci fosse una barriera, un muro dipinto di bianco che racconta una bugia e nasconde la realtà dei laboratori e degli stabulari.

*D: Quando guardi indietro provi dei rimorsi per alcune scelte che hai fatto?*

R: No. Sono molto contenta del percorso che ho fatto. Perché mi ha dato la consapevolezza per battermi armata della conoscenza e dell’esperienza diretta. Dove qualcuno mette in dubbio la validità delle mie posizioni antivivisezioniste, posso rispondere di aver vissuto personalmente la realtà dei laboratori. Avendo visto che i risultati dati dalla ricerca sugli animali non solo non valgono la sofferenza inflitta agli animali imprigionati negli stabulari, ma sono spesso finalizzati alla mera pubblicazione, posso consapevolmente dare la mia opinione.

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/GtDJf

3 Commenti

  1. Giovanna ha scritto:

    Illuminante, grazie!

    24 aprile, 2013
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  2. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    Una testimonianza diretta come questa può essere utile per capire in che ambiente visono e lavorano le persone che si dedicano alla ricerca e di quali condizionamenti psicologici siano vittime. Gli Animali destinati alla vivisezione sono quindi anche i martiri di una lunga catena di comando e di assoggettamento psicologico che mira alla cancellazione totale dell’empatia e del senso della realtà.

    24 aprile, 2013
    Rispondi
  3. Amelia ha scritto:

    Grazie per questa testimonianza.

    Ingenuamente e avendo, anche se solo superficialmente, toccato con mano il mondo della ricerca universitaria in ambito umanistico, pensavo alla ricerca universitaria in ambito scientifico come all’unica da preservare, l’unica che fosse “pura”, seria.
    E invece noto con tristezza che i meccanismi di autoreferenzialità sono più o meno gli stessi.
    Lungi dal fare di ogni erba un fascio, ma nemmeno io approvo la ricerca fine a sè stessa, in qualsiasi campo.

    15 aprile, 2014
    Rispondi

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