Il rispetto coatto della Natura


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Entro pochi decenni – pochi decenni – buona parte della città di Miami, in Florida, non esisterà più: sarà sommersa dalle acque dell’Oceano Atlantico che si saranno alzate di diversi metri a causa del riscaldamento globale. Molte altre città costiere, come quelle del Bangladesh, finiranno sott’acqua in un processo che secondo gli scienziati è ormai inevitabile, anche se smettessimo di colpo di bruciare combustibili fossili nei prossimi dieci anni. In mancanza di una radicale riduzione nella produzione dei gas serra, poi, nei prossimi decenni avremo ricorrenti uragani, tempeste e inondazioni dalla portata straordinaria, lunghi periodi di siccità che distruggeranno i raccolti e avranno pesanti conseguenze economiche, nuove epidemie di malattie ormai dimenticate, estati sempre più torride, oceani sempre più inquinati e ostili alla vita, aria irrespirabile per interi mesi e una moltiplicazione di piccoli e grandi conflitti locali. Forse li avremo anche in caso di una radicale riduzione nella produzione dei gas serra, a questo punto: complici le grandi attenzioni dei ricercatori, che comunicano con cautela dati e probabilità per non dare appigli ai negazionisti, non abbiamo idea del disastro che ci aspetta e che in parte si è già inesorabilmente avviato.

Questo è quanto si legge in apertura di un articolo pubblicato dal New York Magazine e tradotto da Il Post con il titolo “l’apocalisse che ci siamo creati da soli”. L’articolo continua elencando con dovizia di particolari tutta una serie di disastri che nel giro di poche decine di anni colpiranno il pianeta Terra a causa dell’impatto dell’attività antropica.

L’argomento è – finalmente – di grande attualità e ormai a breve anche il più disonesto e prezzolato degli “esperti” di climatologia sarà costretto ad arrendersi all’evidenza e ammettere che le attività umane stanno distruggendo l’equilibrio del pianeta causando una modificazione strutturale del clima globale.
Il fatto di essere stati (e continuare ad esserlo tutt’oggi) ciechi e sordi di fronte agli innumerevoli avvertimenti che la biosfera ci sta lanciando (uragani, inondazioni, siccità, surriscaldamento, eventi climatici estremi di ogni genere, scioglimento dei ghiacci, estinzioni di massa e via discorrendo), rientra pienamente in un comportamento tanto tipico quanto assurdo della specie umana: il percepirsi come degli alieni colonizzatori che pensano di poter sfruttare fino al collasso il pianeta, senza pagarne alcuna conseguenza.
Su tale assurdità si potrebbe scrivere a lungo, ma basterà semplicemente constatare che ad oggi conosciamo davvero poco dell’incredibilmente complessa rete di rapporti che caratterizza la vita sulla Terra, rete di cui facciamo parte senza desiderarlo affatto e che continuamente tentiamo di modificare e controllare. L’ignoranza e l’arroganza che ci contraddistinguono sono la vera causa delle conseguenze dell’impatto devastante delle nostre attività su tale rete che costituisce l’architettura di un sistema chiuso (che non scambia massa con l’esterno ma solo energia) come quello terreste. Un sistema che è dotato di importanti meccanismo di autoregolamentazione che secondo l’ipotesi Gaia di James Lovelock funzionano come quelli degli organismi viventi terresti. In biologia si chiama omeostasi la capacità di agire o reagire per mantenere una serie di parametri chimico-fisici vitali sempre a un determinato livello, al variare di tali parametri per cause interne o esterne all’organismo, esso reagisce in modo da riportare la situazione ad un punto di equilibrio. Gli studiosi parlano di feedback negativi e positivi, in ogni caso sono reazioni a una causa che ha disturbato lo stato di equilibrio di un essere vivente. Che lo vogliate o meno la Terra può tranquillamente essere considerata un enorme organismo vivente, che come tale ha un suo equilibrio omeostatico e la sua reazione (feedback) a ciò che stiamo facendo, è sotto gli occhi di tutti.
Il vero problema (per noi) consiste nel fatto che probabilmente non tutti gli esseri viventi terrestri riuscirebbero a sopravvivere al tentativo del pianeta di trovare un suo nuovo stato di equilibrio.
A causa della situazione attuale, molte istituzioni stanno correndo ai ripari nel solo modo che – in quanto istituzioni – conoscono: la repressione. Un esempio può essere quello del governo del Kenya che per bocca del suo ministro dell’ambiente Judy Wakhungu ha annunciato che chi importerà o utilizzera nel Paese sacchetti di plastica rischia una multa fino a 32mila euro e ben 4 anni di carcere. Forse per qualcuno questo provvedimento può sembrare esagerato e a ben pensarci 32mila euro se raffrontato allo stipendio medio di un cittadino del Kenya, sono una cifra enorme, per non parlare poi dei 4 anni di carcere; il problema però è talmente grave che il governo si è visto costretto a punizioni draconiane. Le microplastiche infatti sono già entrate nella catena alimentare degli Animali che diventeranno cibo per gli Umani e vengono riscontrate ovunque, anche nell’acqua potabile. Il Kenya non è l’unico Paese africano ad aver bandito completamente i sacchetti di plastico, anzi è l’ultimo di una lunga lista in cui si trovano Tunisia, Marocco, Ruanda, Uganda, Tanzania, Somalia, Botswana, Etiopia, Mauritania ed Eritrea. Ciò non significa che d’improvviso molti Paesi africani si sono riscoperti d’un tratto ecologisti, più realisticamente la ragione è da ricercarsi nella disperazione in cui sono caduti, consapevoli del fatto che stanno ormai annegando in un mare di plastica.
In quanto vegani e antispecisti ci ritroviamo spesso a immaginare il futuro dell’umanità, nel tentativo di comprendere se il messaggio antispecista avrà effettivamente un seguito e se le tradizioni, le usanze e gli stili di vita delle persone umane, potranno mai cambiare in un’ottica di rispetto, giustizia ed empatia per gli altri viventi. In base a quanto affermato in precedenza è molto probabile che nel prossimo futuro ci saranno grandi cambiamenti nel comportamento umano, ma non perché sverremo investiti da un’ondata di furore etico e di consapevolezza, ma banalmente perché non potremo fare altrimenti, pena la nostra distruzione.
I cosiddetti reati ambientali, fino a oggi considerati delle semplici contravvenzioni alle norme del tutto trascurabili, in un prossimo futuro diventeranno delitti ambientali con ripercussioni dirette sulla vita degli Umani. Inquinare, distruggere le foreste, sversare sostanze chimiche tossiche, allevare gli Animali, mangiare carne e via discorrendo, saranno tutte attività punite dalla legge umana non certo per senso di giustizia interspecifica e per rispetto per questo martoriato pianeta, ma perché direttamente dannose per la sopravvivenza umana. I crimini ambientali e nei confronti degli altri viventi, diventeranno crimini contro l’umanità. Ancora una volta il nostro antropocentrismo potrebbe essere l’elemento trainante di ogni cambiamento umano, ma in questo ipotetico scenario indirettamente diverrebbe anche l’unico triste baluardo di difesa per gli Animali, gli altri viventi e la Terra. L’esempio del Kenya in pochi anni potrebbe diventare la norma per tutti i Paesi e sarebbe solo l’inizio.
Paradossalmente per poter sperare in un futuro (come minimo distopico), saremo costretti a un rispetto coatto della Natura e degli altri Animali ma, come tutte le imposizioni, nemmeno questa funzionerà e come tutte le soluzioni antropocentriche, condurrà a nuovi sconvolgimenti, sofferenze e ingiustizie. E’ altamente probabile che il tempo necessario per abbattere lo specismo e in definitiva l’antropocentrismo, sarà molto maggiore di quello che ci rimane a causa della nostra follia ecocida.

Adriano Fragano

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/axEYd

3 Commenti

  1. angelo ha scritto:

    Purtroppo credo che la nostra sia più che altro una follia suicida.

    15 ottobre, 2017
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  2. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    La nostra è una società indiscutibilmente distruttiva e suicida, bisogna però comprendere come si possa essere così attaccati alla vita a livello individuale (nessun Umano vuole morire e anzi vorrebbe vivere sempre più) e al contempo così votati all’autodistruzione a livello sociale.

    20 ottobre, 2017
    Rispondi
    • angelo ha scritto:

      http://forummistermandarino.forumfree.it/?t=30398186
      4) L’INVASIONE BIOLOGICA: il quarto step. Questo è logica conseguenza del precedente. La popolazione aumenta ogni anno vertiginosamente di numero, libera da ogni controllo efficace, che ne limiti, se non in misura marginale, la crescita esponenziale. I danni all’ambiente diventano sempre più ingenti, sia in termini di scomparsa di popolazioni competitive, che di distruzione di risorse alimentari.

      5) LA STABILIZZAZIONE: quando la popolazione supera le risorse disponibili oltre una certa misura va incontro ad un processo di autolimitazione numerica che la riporta su un livello di nuova stabilizzazione. Questa nuova stabilizazione non rimedia ai danni creati, l’ambiente diventa quasi monospecifico, la biodiversità appare distrutta in modo irreversibile. E’ cioè TROPPO TARDI.

      Forse noi umani, come tutti gli altri animali, siamo portatori di istinti che ci conducono a invadere l’ambiente (seppure con mezzi tecnologici) per poi distruggerlo in modo irreversibile. Condannando anche noi stessi all’estinzione. Se così fosse, dovremmo superare la nostra natura. Magari la nostra salvezza, e di conseguenza anche quella delle altre specie, è legata all’evoluzione della nostra cultura. Servirebbe una rivoluzione etica.

      20 ottobre, 2017
      Rispondi

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