Il dolore della carne


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Segnaliamo un ottimo articolo apparso su Il Manifesto. Riteniamo fondamentale che si parli sempre più al di fuori dei circuiti animalisti ed antispecisti di questo immenso problema. Un plauso quindi al quotidiano che ha pubblicato l’articolo.

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100226/pagina/11/pezzo/272411/

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RACCONTI DI ORDINARI STERMINI

Il dolore DELLA CARNE

Oggetto spesso di sospetto e di ironia, i vegetariani trovano ora in Jonathan Safran Foer un autorevole e appassionato portavoce. Con il suo ultimo libro, «Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?», lo scrittore statunitense, sulla scia di Isaac Bashevis Singer e di J.M. Coetzee, denuncia gli orrori delle multinazionali dell’allevamento e del macello.
Alla vigilia del vertice sul cambiamento climatico di Copenhagen, lo scorso dicembre, Paul McCartney si presentò al Parlamento Europeo. In quell’occasione pronunciò un discorso in favore della riduzione del consumo di carne, ricordando il fatto ben documentato che l’allevamento su scala industriale è tra le prime cause di emissioni di gas serra e riscaldamento globale. Mezzo mondo reagì però con le sopracciglia alzate all’apparizione di Sir Paul, quando non con aperto scherno; fuori dal parlamento, un gruppo della lobby degli allevatori organizzava un barbecue a cielo aperto, con hamburger e salsicce, rispondendo con sarcasmo al discorso del baronetto.
Ora, se da un lato si può comprendere l’ostilità  verso l’ennesimo miliardario famoso che pretende di impartire lezioni di etica, dall’altro questo episodio appare un esempio della reazione più comune a un tema, come il vegetarianesimo, semplice e pacato eppure a quanto pare disturbante. Come ogni vegetariano sa per esperienza, pochi argomenti suscitano un tale misto di incomprensione, sospetto, ironia qualunquista, quanto la scelta di non consumare carne. Tra le classiche obiezioni mosse a chi non mangia cibi di provenienza animale, due sono molto radicate, una legata alla tradizione culturale (l’uomo alleva animali dal tempo dei tempi), l’altra alla tradizione naturale (gli animali vengono mangiati da altri animali). Obiezioni che potevano forse avere qualche presa fino a un secolo fa, quando ancora l’allevamento si basava su metodi tradizionali e su una figura di allevatore che conosceva e rispettava i suoi animali. Oggi, mangiare carne significa quasi sempre consumare i prodotti dell’allevamento e del macello industriali, gigantesche multinazionali che gestiscono nascita e morte di miliardi e miliardi di esseri viventi. Un sistema scientificamente organizzato sul dolore, la tortura, la manipolazione genetica, la reclusione in spazi sovraffollati fino alla morte per soffocamento, i metodi di uccisione più orrorifici.

Un’eterna Treblinka
Pare che Adolf Hitler soffrisse di stomaco nervoso e flatulenza. Quando il dittatore scoprì che ridurre la carne rendeva meno puzzolenti le sue emissioni intestinali, provò a privilegiare i consumi vegetali. In realtà , nonostante la leggenda che fosse vegetariano, Hitler non abbandonò mai le adorate salsicce bavaresi e altri piatti di carne, e con i vegetariani veri fu sempre feroce. Mise al bando le associazioni vegetariane in Germania e più tardi nei territori occupati; il pacifista e vegetariano tedesco Edgar Kupfer-Koberwitz dovette rifugiarsi a Parigi e poi in Italia, dove fu infine arrestato dalla Gestapo e spedito a Dachau.
Tutte vicende che venivano ricordate in un saggio di qualche anno fa, Un’eterna Treblinka di Charles Patterson (in Italia pubblicato da Editori Riuniti, pp. 320, euro 16). Oltre a occuparsi delle abitudini alimentari del Fà¼hrer, Patterson analizza la genesi del modello di sterminio nei lager nazisti, arrivando a suggerire che questo modello avesse una forma di origine comune, e numerose affinità  tecnico-operative, con il sistema industriale di allevamento e macello americano.

Catena di montaggio
Se un simile confronto potrà  sembrare ad alcuni fuori luogo, va ricordato che il primo a farlo era stato in realtà  Isaac Bashevis Singer: fu infatti l’autore della Famiglia Moskat a suggerire che «per gli animali, si tratta di un’eterna Treblinka», richiamando il fantasma del famigerato campo di sterminio. D’altro canto, l’efficiente macchina del macello animale aveva già  ispirato altre imprese. Henry Ford, l’industriale delle automobili, confessò che era stata la visita a un mattatoio di Chicago a suggerirgli l’idea per un sistema di lavoro basato sulla catena di montaggio. Nei macelli si trattava di smembrare cadaveri animali nel minor tempo possibile; nelle fabbriche, si sarebbe trattato di assemblare automobili in un tempo altrettanto veloce.
La tendenza a liquidare il vegetarianesimo come faccenda per anime belle o per intellettuali saputelli potrebbe quasi trovare conferma, a un primo superficiale sguardo, di fronte a un testo appena uscito in Italia: Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? di Jonathan Safran Foer (Guanda, pp. 368, euro 18). Ecco un giovane e famoso scrittore americano, con casetta in un bel quartiere di Brooklyn, che alla nascita del primo figlio si lascia prendere da angosce borghesi su cosa sia giusto dargli da mangiare, e si mette a scrivere un’inchiesta-riflessione sul più controverso dei cibi: la carne. Potrebbe suonare così la storia del libro. Se non fosse che Foer è uno scrittore autentico, ovvero mosso da un senso di piena necessità  e capace di immergersi nel tema con una profondità  stilistico-letteraria che corrisponde a una profondità  di analisi filosofica, di risonanza metaforica, di coinvolgimento emotivo.
Frutto di tre anni di lavoro, impeccabilmente documentato, abbastanza ironico da evitare i toni della lezioncina e abbastanza drammatico da provocare brividi di abissale disagio, il libro ha suscitato rumore negli Stati Uniti, un misto di commenti entusiasti e molto ostili. Anche qui, vari recensori hanno preferito alzare un muro di scetticismo, trattando il libro come l’ennesimo caso di scontro tra i castelli in aria dei vegetariani e il realismo dei carnivori, i quali invece sarebbero impegnati a pensare a questioni più serie. Con notevole disonestà  critica, la giornalista letteraria più bizzosa d’America, Michiko Kakutani del «New York Times», liquidava il libro chiedendo perché Foer non si dedicasse a cause migliori.

Paludi tossiche«La carne solleva rilevanti questioni filosofiche ed è un’industria da più di centoquaranta miliardi di dollari all’anno, che occupa quasi un terzo delle terre emerse del pianeta, condiziona gli ecosistemi marini e potrebbe anche determinare il clima futuro sulla Terra», ricorda con asciuttezza Foer nel suo libro. E più avanti: «Quanto distruttiva dev’essere una preferenza culinaria prima di farci decidere di mangiare dell’altro?». L’industria dell’allevamento sostiene che il suo obiettivo è sfamare il mondo, ma è difficile vedere come un sistema che consuma colossali risorse agricole, e fa nascere animali dalla genetica così compromessa da non potersi più riprodurre per via naturale, possa avere a cuore le sorti del mondo. A essere alimentata sembra piuttosto l’ossessione che ci fa consumare una quantità  insensata di proteine animali, molte più di quante l’umanità  abbia mai consumato in precedenza.
Tra le tante immagini efficaci che emergono dal libro c’è quella delle paludi tossiche accanto ai grandi allevamenti americani. Ora, immaginiamo pozzi neri all’aria aperta grandi come campi da calcio, destinati a raccogliere gli escrementi degli animali: gli scarichi di queste paludi finiscono spesso in contatto con fiumi e falde acquifere, con effetti terrificanti. Quando sono sul punto di traboccare, talvolta la soluzione è quella di spruzzarli letteralmente in aria, «un geyser di merda che spande un aerosol di feci, creando vortici gassosi capaci di provocare gravi danni neurologici. Le comunità  che vivono nei pressi di questi allevamenti intensivi lamentano problemi di epistassi persistenti, otalgie, diarree croniche e bruciori ai polmoni».
Quando Foer si introduce, una notte, in un allevamento di tacchini in compagnia di una giovane attivista, a prima vista i pulcini ammassati nel capannone gli paiono tutti uguali. Stanno lì, storditi, sotto le impassibili luci artificiali. Solo quando i suoi occhi si abituano a distinguere in quella massa di animali, si accorge della quantità  sconcertante di pulcini deformi, disidratati, coperti di sangue e di piaghe, e di quelli che giacciono già  morti.
La casistica del dolore nell’industria della carne è sterminata e documentata da migliaia di confessioni di lavoratori, materiali video girati in segreto, statistiche di enti governativi. Si va dai milioni di polli che finiscono vivi nelle vasche di scottatura ai bovini che, per la stessa incuria nella catena di lavoro, finiscono scuoiati mentre sono ancora coscienti. Ci sono animali storditi apposta in modo blando, in modo che il cuore stia ancora pompando quando vengono sgozzati e il dissanguamento sia più veloce. Quantità  impressionanti di volatili con fratture alle ossa per le procedure con cui vengono trasportati. Becchi tagliati, code mozzate, denti tranciati, maialini castrati, il tutto senza anestesia. Reclusione e assenza di movimento che provocano problemi ossei, deformità  e pazzia, animali che si strofinano contro le sbarre fino a coprirsi di piaghe infette.
Ci sono poi le sevizie praticate da lavoratori frustrati e sottopagati: maiali gettati ad annegare nelle paludi dei liquami, scrofe gravide bastonate, volatili schiacciati sotto i piedi e sbattuti contro il muro, sigarette spente addosso agli animali, percosse con martelli, pungoli elettrici nell’ano, il tutto nell’indifferenza dei superiori. Non casi isolati ma fenomeni così estesi da costituire la norma.
Senza contare il bombardamento di antibiotici, ormoni e altre medicine per sostituire la totale assenza di ambiente naturale; le manipolazioni genetiche che fanno nascere animali-mostri, incapaci di sopravvivere oltre la propria adolescenza, sempre più deformi e vittime di sofferenze congenite. Nascere nel dolore, vivere nel dolore, morire nel dolore: l’organizzazione sistematica e su larga scala di una simile quantità  di dolore non ha precedenti storici. Certo, non si tratta di dolore umano. Ma vogliamo ancora negare, contro ogni evidenza scientifica e di buon senso, che gli animali possano provare sensazioni e avere una vita emotiva?

Gli utilizzatori finali
Mentre il libro di Foer fornisce dati relativi soprattutto alla situazione americana, la realtà  europea sembra fornire ufficialmente qualche tutela in più agli animali. Ma è facile comprendere che ovunque miliardi di esseri viventi vengono trattati come oggetti, elementi di una catena di montaggio-smontaggio, prigionieri di un processo tecnico che non li riconosce come viventi, si apre lo spazio per l’atrocità . Dall’altra parte ci sono i consumatori, utilizzatori finali di questa atrocità , felici di non farsi troppe domande su cosa ci sia dietro la carne plastificata, anonima e a poco prezzo che trovano al supermercato.
Come dice a Foer un allevatore tradizionale, che tenta di combattere i sistemi dell’allevamento industriale: «Gli animali hanno pagato caro il nostro desiderio di avere tutto in qualunque momento a un prezzo irrisorio». Mentre la nonna di Foer, ebrea scappata attraverso l’Europa ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, ricorda al nipote che è assai pericoloso mangiare senza riconoscere il proprio cibo. Pur ridotta alla fame lei rifiutò, per tradizione kosher, di mangiare maiale: «Se niente importa, non c’è più niente da salvare».

di Marco Mancassola

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/ad1y8

Un commento

  1. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    L’Unità 
    10 marzo 2010
    Foer, perché mangiare animali è lo stesso che divorare uomini

    di Moni Ovadia

    L’ultimo libro di Jonathan Safran Foer, pubblicato da Guanda (pagine, 363, euro 18) è un’opera grandiosa e sconvolgente e, per quando vale il mio giudizio, da leggere assolutamente e da far leggere al maggior numero di persone possibile. Per dare a questo volume intitolato: Se niente importa – sottotitolo – perché mangiamo gli animali? – un inquadramento minimale, si può dire che è un «saggio» sull’alimentazione nelle sue ricadute etiche e filosofiche, ma è anche una denuncia, una perturbante opera morale e insieme una perorazione potentissima a favore di una scelta di vita vegetariana. Se non avessi già  scelto di orientarmi in direzione del vegetarianesimo sarei diventato vegetariano già  a pagina 30 di questo libro. Anche io ho di recente licenziato un piccolo scritto costruito sul fil rouge di un accorato appello a favore di un’alimentazione priva di violenza e di sangue e segnalo al lettore di questi miei commenti che è in ragione di questa coincidenza che mi è stato chiesto di recensire una pietra miliare di questo calibro, mirabile, vuoi per maestà  dell’argomentare, vuoi per altissimo pregio letterario che avrebbe meritato ben altro chiosatore.
    Jonathan Safran Foer, a mio parere, è non solo grandissimo scrittore, ma anche un profondo pensatore morale. Già  un altro grande della letteratura ebraico-americana, l’ultimo esponente letterario della lingua yiddish, Isaac Bashevis Singer, aveva lanciato un terribile monito: «Nei confronti degli animali siamo tutti nazisti, per gli animali Auschwitz continua per sempre». Jonathan Safran Foer attraverso le sue parole, incise nella materia dell’orrore con la forza incontrastabile di una scrittura sacra, dipana davanti a noi lo sterminio di cui, in quanto esseri umani, in stragrande maggioranza, siamo responsabili diretti, complici, volontari, o indifferenti e distratti, di una violenza atroce e spietata, in gran parte gratuita, inutile, e tossica per i nostri corpi e le nostre anime.
    Il lettore che eventualmente si fidi della mia appassionata sollecitazione non si aspetti di incontrare uno di quei libri provocatorii ed aggressivi nei confronti degli onnivori, né tantomeno una di quelle operazioni-provocazione impiantate su un sensazionalismo di maniera, mirante a suscitare facili rigurgiti di pietà  o di commiserazione. Qui siamo di fronte a ben altro. Non c’è nessuna retorica dell’intimidazione o del ricatto nello scrittore. L’impressionante e documentata vastità  delle informazioni che Safran Foer sottomette alla nostra responsabilità  è sorretta da un’incessante interrogazione alla ricerca di senso e di intelligenza.
    L’argomentare ininterrotto e rischioso ci chiede di riconoscere contraddizioni, paradossi e verità  inquietanti, coniuga l’appello all’ascolto delle ragioni dell’anima con l’ascolto della ragione dell’intelletto. àˆ un’assillante pungolo a riconsiderare la questione della relazione con la vita e con noi stessi attraverso lo sguardo della nostra pervertita relazione con il mondo animale, per come lo intendiamo genericamente, ma anche con tutto il creato e le sue creature viventi, come non sappiamo più pensarlo, perché la routine dell’alienazione ci ha espropriati dell’interiorità .
    Il nucleo radiante di questo cammino di Jonathan Safran Foer è un insegnamento della nonna, un’ebrea perseguitata e sopravvissuta che ha conosciuto l’inferno sulla terra e che ridotta allo stremo delle forze dalla persecuzione, sfinita e devastata dalla fame, seppe astenersi dal mangiare un pezzo di carne di maiale per non trasgredire un comandamento, spinta da questa incrollabile convinzione: «Se niente importa, allora perché vivere?».
    Jonathan Safran Foer muove dall’intuizione che il grande ammaestramento donatogli da sua nonna nulla ha a che fare con il fanatismo e tantomeno con la religione. àˆ la prescrittiva religiosa ebraica stessa a consentire la trasgressione dei comandamenti se la vita è in pericolo. Il «se niente importa… » attiene alla dignità  della vita e ancor più alla dignità  del senso stesso della vita. Assillato da questo monito etico, definitivo come il più memorabile dei versetti biblici, Jonathan Safran Foer costruisce il suo cammino nella nostra relazione con l’animale attraverso un respiro creativo che attinge alla molteplicità  delle cifre letterarie: dalla riflessione filosofica, alla enumerazione, dall’invenzione grafica, alla graficità  liturgica, dalla lettera alla testimonianza, dalla critica letteraria alla citazione e questa molteplicità  converge in un fiume di parole che cambia definitivamente non solo il nostro sguardo sui nostri infelici e brutalizzati compagni di pianeta, ma anche lo sguardo intimo sulla nostra relazione con il carnefice che nutriamo in noi nel nostro seno oscuro.

    L’Unità 
    10 marzo 2010
    «Rievoco orrori quotidiani»

    di Maria Serena Palieri

    Il titolo inglese è esplicito, Eating Animals. Il titolo italiano è ellittico, Se niente importa. Però è questo, il secondo, che centra davvero l’anima del nuovo libro di Jonathan Safran Foer. Perché «Se niente importa, non c’è niente da salvare» è la frase che la nonna dice a Jonathan fin da bambino, quando lui le chiede come mai, nascondendosi nelle foreste dai nazisti durante la Shoah, benché ridotta allo stremo avesse rifiutato l’offerta di un pezzo di carne perché non kosher, di maiale.
    Se niente importa è un magnifico trattato, in stile Safran Foer (tra soggettivo e oggettivo), sulle ragioni del vegetarianesimo in un mondo in cui, in ottant’anni, il consumo medio di carne è aumentato di 150 volte (dato Usa). E dove l’allevamento e la pesca industriali si traducono in sciagura ambientale, da un lato, e calvario per gli animali, dall’altro.
    Ce ne «importa» qualcosa? ci chiede lo scrittore trentaduenne, già  enfant prodige con Ogni cosa è illuminata (viaggio sulle orme della sua famiglia d’origine, ebrea in Ucraina, durante il nazismo) e Molto forte, incredibilmente vicino (il primo romanzo uscito sull’11 settembre).
    Sarà  per via della figura di sua nonna, che lei qui evoca, ma leggendo ci è affiorata un’analogia tra l’allevamento e il massacro su scala industriale di ovini, bovini e pesci, come lei lo descrive, e quello umano della Shoah. Voleva suggerircela?
    «No. Anzi, non mi piace. E non è necessaria. Perché la zootecnia intensiva è una tale schifezza che non richiede alcuna analogia, per essere capita. Può essere utile, certo, fare questo raffronto, ma da un altro punto di vista: per capire come certi sistemi storici possano cambiare e certe fasi e certi metodi possano modificarsi rapidamente. Prendiamo la fine della schiavitù…».
    La figura di sua nonna ha nel libro un ruolo strano e potente. Come dobbiamo interpretare il messaggio che madava a lei bambino, e ora a noi lettori, con quella frase: «Se niente importa»?
    «La questione del kosher è solo un dettaglio. Ciò che è centrale è il motivo della sua decisione. Ciò che dice non è “devi essere kosher”, ma “hai dei valori, rispettali anche quando è scomodo, costoso, e perfino quando rischi la vita”. Oggigiorno dire questo non è così ovvio».
    Lei ha esordito giovanissimo, passando direttamente dall’università , a Princeton, alla pubblicazione di racconti sul «New Yorker» e il «Guardian» e subito, venticinquenne, al primo libro. Si discute negli Usa, ma anche da noi in Italia delle giovani leve di autori che fanno esperienza di scrittura senza avere fatto esperienza di vita. Cosa ne pensa? E libri non fiction come «Ogni cosa è illuminata», e ora questo, sono un suo personale modo di quadrare il cerchio, di fare esperienza scrivendo?
    «Ma davvero uno scrittore o un musicista hanno bisogno di “quel” tipo di esperienza? Mozart cosa ci dice? In realtà  per me è esperienza lo stesso scrivere. Perché non scrivo per riformulare qualcosa già  avvenuto, ma per cercare, creare, qualcosa di nuovo».
    Nei suoi libri l’elemento visivo ha un peso singolare: grafica, caratteri, foto, perfino quella sorta di «film» che chiude «Molto forte incredibilmente vicino». Pensa che questo faccia di lei un autore particolarmente adatto alla nuova frontiera del libro, l’e-book?
    «Io penso piuttosto ai vecchi libri illustrati, o ai codici miniati. No, oggi il ritmo del ricambio generazionale è ogni 5, anziché ogni 25 anni. A trentadue anni sono già  troppo vecchio per diventare un vero scrittore per e-book».

    14 marzo, 2010
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