Il cane blu


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il cane blu - Il cane blu

Avevano paura a lasciare la stufa accesa tutta la notte, quindi al risveglio la casa era quasi sempre gelata. La prima cosa che faceva Juan Carlos, rabbrividendo e ancora mezzo nudo, era riaccendere la stufa. Poi si cambiava in silenzio, seduto sull’orlo del materasso. Schiudeva la porta e usciva dalla camera in punta di piedi per non disturbare Nadia che dormiva.
In cucina c’erano sei sedie, un tavolo di formica grigia e una inestra con le tendine a quadretti bianchi e gialli. La finestra dava su un corridoio laterale così stretto che ci passavano solo un uomo e una bici. Facendo scorrere le tendine l’unica cosa che si vedeva era l’intonaco biancastro dell’alto muro di cinta che circondava la casa e delimitava il passaggio.
Juan Carlos mise l’acqua sul fuoco e accese la radio. Aprì la porta sul cortile. Fuori era freddo e buio. Lungo le pareti i vasi coperti da teli e fogli di giornale si distinguevano a malapena. Sulle piastrelle di cemento risuonarono i passi della cagna che correva verso la cucina. Ti sarai congelata, disse Juan Carlos, e la fece entrare. Lei scodinzolò e gli girò due volte attorno. Aveva delle macchie bianche e nere e il pelo lucido. Nilda l’aveva trovata una mattina mezza morta di fame davanti al magazzino. Si chiamava Pituina.
Vieni, entra, mettiti accanto alla stufa, le disse Juan Carlos. Poi alzò il volume della radio. Lo speaker parlava della situazione del traffico a Buenos Aires. Due ponti erano bloccati, uno per un incidente. Juan Carlos si chinò davanti alla stufa e controllò la fiamma azzurra che guizzava all’interno.
In cinque minuti farà calduccio, disse, e Pituina si stroinò contro le sue gambe.
Dopo il bollettino sul traffico, i due speaker passarono alle prime notizie del giorno. Erano le sei e dieci di mattina. Juan Carlos riscaldò il latte nel bollitore e si preparò la colazione con il caffè solubile. Tirò fuori dalla dispensa un pacchetto di biscotti e ne mangiò un paio. Nel frattempo i due speaker commentavano una strana notizia: in un paesino vicino a Santa Fe, una cagna aveva partorito un cucciolo blu. Il resto della cucciolata aveva il pelo di un colore normale, ma l’ultimo nato era chiaramente blu.
Lo speaker disse che erano collegati in diretta con la padrona della cagna e cominciò a farle delle domande. È una cagna normalissima, diceva la donna, con una voce resa metallica dal collegamento. L’ha portata un giorno mio figlio, tre o quattro anni fa. Pensavamo che non potesse rimanere incinta perché in passato aveva avuto diverse gravidanze isteriche. Ingrassava e portava stracci e vestiti vecchi sotto la pila della legna per preparare la cuccia. Dopo qualche giorno tornava da sola. Ho pensato che anche questa volta sarebbe andata così, poi ieri mattina abbiamo visto che aveva partorito. Quattro cuccioli, e l’ultimo è uscito blu.
È stato un parto normale?, chiese lo speaker.
Normale, sì. L’ho vista perché sono andata a prendere dei tronchi per accendere la caldaia, altrimenti non ce ne saremmo neanche accorti.
E questo cucciolo blu? Come si comporta? Cosa dicono i veterinari?, chiese lo speaker.
Come gli altri, rispose la donna. La madre non fa nessuna diferenza tra lui e gli altri tre. Dormono tutto il giorno e poppano, sono piccoli, non hanno ancora aperto gli occhi.
E i veterinari cosa dicono?
Quando l’abbiamo visto mio figlio è andato a raccontarlo alla radio e tutti nel paese l’hanno saputo. Il veterinario è venuto e ha detto di non aver mai visto niente del genere. Ha scattato un sacco di foto. Secondo lui con il passare dei giorni il pelo si schiarirà fino a diventare bianco. Quelli dell’università non sono ancora arrivati, vengono oggi.
Com’è un cucciolo blu? Blu come cosa?, chiese l’altro speaker, che fino a quel momento era rimasto in silenzio e che più che intervistare faceva commenti.
Blu intenso, disse la donna. Come se gli avessero fatto un bagno di anilina.
I due speaker fecero altre domande sul cane, ma Juan Carlos spense la radio. Aveva finito di bere il suo caffè. Lavò la tazza e la poggiò all’ingiù sullo scolapiatti. Ripose il pacchetto di biscotti nella dispensa. Cercò la giacca e se la mise. Si avvolse al collo una sciarpa pesante. Andò in camera e toccò Nilda sulla spalla.
Io vado, disse. Lascio la stufa accesa.
Nilda allungò la mano e accese l’abat-jour. Aveva la faccia gonfia e i capelli in disordine.
Fuori è gelato?, chiese. Sembra di sì, disse Juan Carlos.
Nilda si sedette sull’orlo del letto e s’infilò le pantofole. entrò subito in bagno. Juan carlos uscì e andò nel capanno degli attrezzi dove teneva la bicicletta. Pituina gli corse dietro ed entrò nel pollaio, in fondo al cortile.
Cosa vai a fare laggiù? Falla finita. Torna dentro, la chiamò Juan carlos, ma lei lo ignorò.
Juan carlos guardò l’orologio. Si stava facendo tardi. Tirò fuori la bicicletta dal capanno, la spinse a mano per lo stretto passaggio tenendola per il manubrio. I gomiti della giacca sfregarono contro l’intonaco della parete e si macchiarono. Passando davanti alla finestra della cucina, al di là dei quadretti gialli e bianchi delle tendine, Juan carlos vide Nilda in vestaglia che preparava il mate. Poi montò in bicicletta e si allontanò pedalando lentamente. Il cigolio della catena era l’unico rumore della strada buia. Lontano, dall’altro lato del campo, si vedevano le luci della stazione di servizio. Di tanto in tanto, trasportati dalle raffiche di vento, arrivavano i rumori delle auto e dei camion che sfrecciavano veloci.
Nilda preparò il primo mate con l’acqua calda che aveva lasciato suo marito. Fece scorrere la tenda della porta sul cortile e guardò i vasi coperti. Sotto il rubinetto, nella bacinella di cemento che serviva a raccogliere le perdite di acqua, c’era uno strato di brina. Sull’orlo del rubinetto brillava una goccia congelata. Nilda si strinse nella vestaglia di lana, rabbrividì e aprì la porta. Pitu, Pituina, gridò.
Pitu, gridò di nuovo. Dove ti sei ficcata?
Faceva troppo freddo e Nilda tornò in cucina. Bevve un altro mate e si sfregò le mani. In camera, senza togliersi la vestaglia, indossò delle calze spesse e sopra dei calzini di spugna. Dalla sedia accanto al comodino prese i jeans e un maglione rosso pesante. Sotto il tavolo c’erano le sue scarpe da inverno.
Pitu, Pitu, gridò ancora mentre usciva.
La cagna non era nel lavatoio e neanche nel primo cortile con il pavimento di cemento e circondato dai vasi. Nilda frugò tra i teli che coprivano le piante. Vide solo dei gerani che la gelata non aveva risparmiato, nonostante la protezione. Nel secondo cortile, davanti al capanno, l’albero di limone avvolto nella iuta sembrava uno spaventapasseri deforme. Più in là le piante di bietola si alzavano verdi e fresche, coperte di brina e di rugiada. L’unico albero che non aveva perso le foglie era un immenso alloro in fondo al cortile, tra i semenzai di carote e i filari di cavoliori che cominciavano a germogliare. Nel capanno c’era odore di ferramenta, di terra e di olio secco. Davanti alla finestra, sul banco da lavoro che Juan Carlos non usava mai, si arrugginivano tenaglie e sgorbie. Nilda controllò sotto il banco e dietro una vecchia credenza. La cagna non c’era.
Restava solo il pollaio. Era l’ultima possibilità. Se non si era nascosta tra le scatole di latta che le galline usavano per covare voleva dire che era di nuovo fuggita fuori.
Pitu? Sei qui?, gridò Nilda fuori dalla recinzione.
Le galline pensarono che Nilda stesse portando gli avanzi o che fosse già arrivata l’ora del mais macinato. Si misero a schiamazzare e corsero verso la porta. Nilda camminò in mezzo alle galline senza prestargli attenzione, scacciando le più insistenti con la mano. In un nido trovò un uovo appena deposto che fumava ancora a contatto con l’aria fredda e nell’altro una vecchia gallina accovacciata sulla paglia che si rifiutava di uscire. Il resto era vuoto.
Un lungo gemito si levò dall’angolo più lontano del pollaio, dietro una lamiera arrugginita poggiata sulla parete divisoria. Nilda si avvicinò e alzò la lamiera. La cagna aveva preparato una specie di cuccia di stracci ed erba secca. Sdraiata su un fianco, si sforzava e gemeva con la coda tra le gambe. Nilda le sollevò la coda: un filo di sangue usciva dalla vulva dilatata.
Che puttana che sei, disse. Ti sei fatta ingravidare di nuovo. Se lo sa Juan Carlos ti ammazza.
La cagna accolse la minaccia con occhi angosciati. Come hai fatto a nascondercelo? Non mi sembravi più grassa.
La cagna abbassò il muso e lo nascose tra le zampe. Dopo l’ultimo gemito, tra le labbra scure apparve una testolina lucida, coperta di bava, che scivolò lentamente e cadde a terra. Nilda prese il fagottino tra le mani. Era caldo. Con le unghie bucò la membrana. Ne spuntò un musetto rosato che respirò per la prima volta. Senza dargli tempo di niente, Nilda lo immerse nel fusto dove raccoglieva l’acqua piovana per annaffiare le piante. Il cucciolo increspò il gelo sottile della superficie e per un istante sembrò che nuotasse, ma si acquietò subito.
Poi Nilda tornò a casa e cercò un panchetto, un paio di guanti di lana e una coperta con cui si coprì la testa e le spalle. Si sedette in fondo al pollaio, accanto alla cagna, ad aspettare. Mezz’ora dopo nacque il secondo cucciolo. Nilda immerse anche lui nell’acqua gelata. Restò accanto alla cagna tutta la mattina, seduta sul panchetto, con la coperta. Man mano che i cuccioli nascevano lei li immergeva nel fusto pieno d’acqua. In tutto Pituina partorì quattro cuccioli. L’ultimo nacque con il pelo completamente blu. A Nilda sembrò strano, ma lo affogò lo stesso. Poi si tolse i guanti, cercò dell’alcol e pulì la cagna con del cotone bagnato. La prese in braccio e la portò in cucina. La cagna tremava. Nilda la sistemò su un cuscino vicino alla stufa.
Tranquilla, le disse. È tutto finito. Adesso stai qui ferma al caldo.
La cagna si raggomitolò su se stessa, alzò la zampa posteriore e si leccò tra le zampe.
Nilda si chinò e alzò un po’ la stufa. Vide la fiamma salire fino al massimo. Si sfregò le mani e le avvicinò al fuoco.
Stai qui ferma che ti riscaldi subito, disse, e si sedette accanto alla cagna, ad aspettare.

Federico Falco

Federico Falco è uno scrittore argentino. Questo racconto è uscito su Letras Libres con il titolo El perro azul.
Traduzione a cura di Internazionale.

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/OdKhy

4 Commenti

    • Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

      Questa è solo una storia inventata, nella realtà c’è chi quanto descritto lo ha fatto innumerevoli volte: o con l’acqua o abbandonando i cuccioli chiusi in sacchi della spazzatura. I “Cani blu” morti in questo modo sono milioni se non di più…

      2 dicembre, 2015
      Rispondi
  1. Paola Re ha scritto:

    Da bambina, in campagna era una regola con cani e gatti. Non stavano certo a sterilizzare gli animali o a tenerli a bada quando erano in calore. Magari, quando la mamma era “fortunata” se ne vedeva conservare uno, giusto per l’allattamento. La più frequente pratica di assassinio era affogarli o chiuderli in una borsa e sbattere la borsa per terra, in modo da fracassare la cucciolata. D’altra parte, chi commetteva quegli atti, era pronta a tirare il collo a galline, spaccare l’osso del collo a conigli, sgozzare maiali, imbarcare bovini su camion diretti al mattatoio. La campagna è così.

    8 dicembre, 2015
    Rispondi
    • Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

      Spesso chi vive in città ha un’idea idilliaca della vita in campagna, mentre la verità è un’altra e assolutamente terribile: in campagna non si mantiene in vita nessuno se non è di qualche utilità.

      3 gennaio, 2016
      Rispondi

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