I massacri degli “sport” domenicali


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bimbo con trota - I massacri degli “sport” domenicali

Si riceve e si pubblica.

Ho chiesto al mio caro amico Pierangelo di mettere per iscritto quella che a tutti gli effetti può essere definita “un’esperienza da incubo”. Naturalmente per una persona sensibile come lui, non certo per la corposa fauna umana protagonista che sembra uscire da un racconto del terrore. Quel che porta alla disperazione sono le modalità di trasmissione culturale tra generazioni che sembrano spingere ineluttabilmente a eterne rivisitazioni di un dolore ingiustificato. Lunga sarà la strada che il movimento antispecista dovrà percorrere…

Aldo Sottofattori

Il caldo è afoso e la duecavalli smaltisce i chilometri, ad andamento lento, sul percorso che mi porterà in Val Pellice. Come per ogni luogo, in cui non sono mai stato, mi gusto le novità del paesaggio e mi godo il gradevole vortice di aria che si crea nell’abitacolo, a cappotta completamente abbassata. La meta è il paesino di Bobbio Pellice, 730 m. di altitudine a ridosso delle Alpi, e ciò che mi spinge nella sua direzione è l’intento di partecipare a un raduno di queste piccole Citroen che sfidano il tempo con sorprendente freschezza. La duecavalli è uno degli antidoti alla vecchiaia e io la uso spudoratamente per preservare il mio spirito ludico. A destinazione, mi reco al punto previsto per il ritrovo. Per quanto non manchi di qualche connotazione leggermente kitsch, lo spazio è ben distribuito tra chioschi per il ristoro e aree deputate ad accogliere le nostre tende da campeggio e le vetture. Inoltre gli alberi, in un intreccio di chiome, regalano l’ombra provvidenziale per il nostro relax. Al centro dell’area c’è un laghetto artificiale e, al suo interno, sotto il pelo trasparente dell’acqua, sguazzano le trote. Sulle rive del laghetto, quasi a complemento del quadro, ancheggiano splendide oche bianche. Tutto sembra procedere idillicamente, con tanto di conversazioni divertenti con gli amici, finché i due giorni del raduno non scivolano verso l’epilogo domenicale quando, nel pomeriggio, sopraggiungono famigliole di gitanti.

A quel punto mi accorgo che le trote, lì a bagno, non sono elementi decorativi del paesaggio, come ingenuamente avevo pensato, ma prede ambite per la cena. Faccio in tempo a osservare la scritta di un cartello, che invita a uccidere subito le trote senza lasciarle agonizzare nell’aria, che la pesca, questo “sport” ingannevolmente ammantato di visioni naturalistiche a sfondo di panorami lacustri e silenti, si rivela nella sua realtà più demistificata. Le canne da pesca vengono passate dai genitori ai bambini, in alcuni casi poco più alti delle bianche oche all’intorno e, in un crescendo di eccitazione collettiva, l’amo sibila verso l’acqua pronto all’abbocco. Le trote, volontariamente affamate dai gestori del laghetto e dai divieti al pubblico di dar loro del cibo, perché non si presentino incerte all’appuntamento con l’amo, si lanciano all’assalto del bocconcino fatale. A quel punto una, due, dieci canne da pesca si tendono, i bambini starnazzano più delle oche, i genitori preparano le digitali per immortalare l’attimo in cui il pesce disegnerà un piccolo arco guizzante nell’aria prima di atterrare tra i piedi dei presenti. Quando questo avviene grida e gridolini raggiungono il culmine, i bambini battono le mani, i genitori fieramente strabiliano per l’impresa riuscita del loro piccolo campione. Ma non è finita perché adesso il pesce deve essere ucciso senza prolungarne l’agonia. Noto allora che il papà anzi i papà consegnano ai loro piccoli un bastone squadrato, evidentemente messo a disposizione dai gestori dell’ameno bacino artificiale, di una lunghezza di circa 50 centimetri. A quel punto i bambini, con la trota esausta in una mano e il bastone nell’altra, si ingegnano nel tentativo di stramazzare definitivamente il pesce colpendolo, istruiti dai grandi, a colpi di bastone sul muso. Ma l’eccitazione è alle stelle e la piccola mano è insicura e colpisce a casaccio cosicché la trota non vuole morire e il suo sangue schizza all’intorno e i colpi si ripetono con maggiore precisione e violenza. Alla fine, quando la trota si fissa nell’immobilità della morte, un’ovazione genitoriale saluta l’impresa. I bambini guardano divertiti, e qualche genitore si affretta a pulirne le mani ancora rosse di sangue. Questo spettacolo di natura indigesta, almeno per i miei gusti, va avanti per tutto il pomeriggio, confermando la sensazione di quanto sia ormai reificata la nostra realtà. Le trote, nella convinzione generale, non sono altro che yo-yo saltellanti. Bambini, sollecitati da genitori inconsapevoli, schiamazzano nell’ebbrezza di un nuovo gioco in cui dimostrare le loro capacità. La trota è un oggetto che non si capisce come mai si muova da sé. Alle mie risentite osservazioni sono emersi questi commenti:

“Nessuna pesca in genere prevede pietose eutanasie del pescato. Anche i pescatori esperti, senza ricorrere al bastone, sfracellano il pesce sulle pietre. Ai bambini bisogna insegnare che le trote non nascono sui banchi del supermercato. Gli ideali animalisti delle anime belle sono conditi di ipocrisia. Il mondo va così da millenni e così finirà. L’uomo è onnivoro. La pesca nel laghetto ti dà fastidio mentre quella lontana dagli occhi, che è la stessa cosa, non ti turba perché non la vedi. I pesci del laghetto artificiale sono fortunati perché, mediamente, vivono anche qualche giorno in più del pesce che viene industrialmente macellato”.

Una voce fuori dal coro, assurda per altri versi e piuttosto indicativa per confermare l’universale insensibilità, ha invece ricordato che pescare e mangiare le trote di un laghetto artificiale è deleterio per la salute in quanto le trote sono imbottite di antibiotici perché non si ammalino, cosa che comprometterebbe l’allevamento.

E così, con queste immagini negli occhi di bambini scatenati che rompono il muso alle trote, me ne torno a casa sulla mia duecavalli un po’ meno felice di quando sono arrivato.

Per quel che mi riguarda, credo che non mi avvicinerò più a posti del genere, dove atteggiamenti selvaggi vengono giustificati come espedienti di lucro o di “sportivo” divertimento all’aria aperta.

In definitiva laghetti artificiali ospitano allevamenti di trote nutrite e gestite artificialmente che poi verranno pescate e cucinate “per una cena che non farà bene alla salute”. Mi pare chiaro che l’uomo, artefice di tutto questo, stia abdicando alla sua natura migliore ormai declassata a mero artificio.

Pierangelo Scala

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/7qUd1

6 Commenti

  1. Ilaria ha scritto:

    Sconcertante ma diffusissimo e poi diciamo che la società è deleteria. Siamo noi la società, non cerchiamo di colpevolizzare sempre qualcun’altro. Stiamo insegnando ai mostri figli come ucciderci da grandi, quando non ci supporteranno più. Non sono estremista, sono realista. È ormai provato ed inserito nella psicologia: chi fa del male agli animali lo farà alle persone.

    15 luglio, 2017
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  2. Paola Re ha scritto:

    E’ un racconto dell’orrore. Sono cresciuta in un paese di campagna, lungo un torrente, e ho visto centinaia di bambini pescare. Mentre certi genitori sono refrattari nel mandare i figli a caccia, forse per paura dell’arma da fuoco, a pesca li mandano volentieri: è uno sport in mezzo alla natura, dove non si fanno male, è tranquillo eccetera…
    Ho sentito una mamma dire che suo figlio a pesca col nonno “si calma e impara a essere paziente perché deve aspettare il pesce”.
    La pesca è la caccia in acqua; il concetto non cambia ma è dura farlo entrare.
    Inoltre, i mass media contribuiscono a rendere ancora più edulcorato e mistificatorio il quadro dell’orrore con lo spot del mitico Capitan Findus attorniato da bambini e con quello del “tonno pescato a canna che rispetta la vita” con Alessandro Gassmann attorniato da due bambini sorridenti ben contenti di mangiarlo.
    I bambini non mancano mai in questi siparietti, alla faccia del Garante per l’Infanzia.
    L’espressione “pesca sostenibile” va alla grande mentre sulla “caccia sostenibile” i mass media non si sbilanciano. Non esiste pubblicità della caccia.
    Se sulla caccia la lotta è dura, sulla pesca ancora di più.

    16 luglio, 2017
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  3. antonella ha scritto:

    purtroppo la gente è anticaccia (giustamente) ma per i pesci che non parlano non si esprimono e provano dolore insopportabile nessuna pietà…se pensiamo che in spagna i bambini felici durante la corrida gridano ammazza il toro ti fa capire che alcuni bambini nascono gia predisposti a far del male quando ero piccola io mi faceva pena tutto anche le aragoste che ancor oggi lasciano vive in mostra su un letto di ghiaccioe nonostante le lamentele continuano a star li. Se pensate al mobbing che si verifica nei vari posti di lavoro queste cose non dovrebbero stupire perche c’è gente che prova gusto a far del male. E’ terribile

    16 luglio, 2017
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  4. Wegan ha scritto:

    Concordo su quanto scritto da Ilaria e Paola.
    La pesca è proprio una caccia sott’acqua contro esseri che non possono neppure urlare la loro disperazione o il loro dolore. E purtroppo gli “adulti” desensibilizzano i bambini (futuri probabili “adulti”), che per loro natura sarebbero portati (almeno per la maggior parte) ad osservare la Natura, ad aiutare ed amare le altre creature…questa è un’azione nefanda, delittuosa, malvagia… altro che sport (= diporto, divertimento!!!) che induce rilassamento!
    Inoltre, che anche Gassmann e De Sica figli si diano alla pubblicità (sono messi finanziariamente così male?) e per di più di cadaveri…beh, come sono caduti in basso! Ma tanto si sa che sono tutti uguali difronte al dio soldo…che tristezza …e che schifezza! Se ne andassero per un po’ in qualche macello, obbligati a vedere, a sentire e ad annusare; oppure che provassero l’esperienza di un amo in gola che ti strappa la carne e la vita, che provassero a contorcersi per la mancanza del vitale ossigeno o, nella più felice delle ipotesi, a finire la vita sotto un colpo ben (è da sperare a questo punto!) assestato! Quel sorrisino ebete scomparirebbe immediatamente…il mondo è ormai regno di demoni malvagi!

    16 luglio, 2017
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  5. Paola Re ha scritto:

    A proposito di De Sica figlio, lo scorso anno o forse due anni fa segnalai allo I.A.P. (Istituto per l’Autodisciplina Pubblicitaria) lo spot in cui lui si presentava con l’impermeabile in un parco e lo apriva davanti a una donna mostrando la carne (Simmenthal) che aveva dentro. Anche un demente capirebbe il significato sessista, neppure tanto velato, che lo spot presentava. Ovviamente quel gran baraccone che è lo I.A.P. non mi ha risposto. Mi chiedo che cosa ci stiano a fare certi istituti con nobili finalità se poi non fanno un tubo.

    17 luglio, 2017
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    • Wegan ha scritto:

      Istituti, associazioni, squadre, partiti, religioni… gente, abbiate fede! (= è tutto un baraccone!) Non hai capito comunque che taluni individui che fanno parte della grande cricca sono intoccabili?

      19 luglio, 2017
      Rispondi

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