Fango

 

L’ibridazione genetica tra Umani e altri Animali, realizzata anche recentemente da alcuni scienziati, ci costringe a porci non poche domande sul rapporto tra noi e il “diverso”.
Ho provato a immaginare la risposta a queste domande nel racconto Fango. In un vicino futuro, in una città molto simile a Milano, si muovono esseri non del tutto umani. Quale sarà il loro ruolo nella società di domani? Con quali occhi li guarderemo?

Yuri Bautta

Fango

La città di Nord-al-Baqri si estende dalle alture fumanti di Al-Alpì fino alla pianura riarsa di Levante, così detta perché da sopra quell’oceano rovente di detriti si potrebbe vedere, se l’aria non fosse nera, il sole ogni mattino. Uno dei quartieri che la compongono si chiama B-Milano e, fino a trent’anni fa, secondo l’archivio dei clan, costituiva una città a parte. Fu amata da Stendh-Al, un celebre poeta del passato dai gusti romantici e macabri, le cui opere, naturalmente, sono andate distrutte. Al centro di questa zona nera, un grosso canale di scolo, o naviglio, riceve i residui fangosi dei termoconvertitori, che dai rifiuti umani ricavano cibo di buona qualità ed energia per la refrigerazione. Proprio a ridosso del naviglio sorge il Paradiso della Carne di Abdullah Al-Bramb-Ilah. È composto dai magazzini dove ogni giorno l’elettrotreno compie le operazioni di scarico, da uno spiazzo per le contrattazioni del martedì e dagli uffici amministrativi.
Sono quasi le cinque del pomeriggio, ora di chiusura del Paradiso della Carne. La signora Fatima ripone le fatture dei grossisti nell’apposita sezione dello schedario e chiude la contabilità con un gesto preciso delle ciglia. La signora Fatima è responsabile dell’amministrazione per conto del signor Abdullah fin dal 2054, in pratica si può dire che sia invecchiata insieme all’azienda. È molto meticolosa, soprattutto il giovedì. Detesta trovare l’ufficio in disordine il sabato successivo alla ripresa del lavoro. Il signor Al-Bramb-Ilah entra nell’ufficio con un panino in una mano. Alla bella età di un secolo ha ancora un ottimo aspetto, anche se i capelli sulle tempie sono grigi e la cima del cranio sembra una scultura di mogano levigato.
“Vada pure, Fatima,” dice masticando, “ormai non dovrebbe venire più nessuno.”
“Sì, signore,” risponde la vecchia impiegata, “volevo terminare di fare ordine nell’archivio. Lo sa, come amo la precisione.”
“Senta, è da stamattina che glielo volevo chiedere: è per caso un giorno speciale, oggi? Non l’ho mai vista così elegante. Il suo burqa è molto grazioso.”
“Oh, signor Al-Bramb-Ilah,” dice lei al monitor interno del suo burqua di colore celeste con ricami lilla, “sono contenta che l’abbia notato. In effetti è il compleanno del mio nipotino.”
“Se è così, vada pure. Qui ci penso io. Buon venerdì.”
“Buon venerdì,” dice Fatima nel microfono del burqa, “e grazie, signor Al-Bramb-Ilah.”
Si posiziona il filtro tracheale, accende l’impianto di refrigerazione del burqa ed esce nell’aria irrespirabile. Il signor Abdullah finisce il panino, spegne i terminali e si accinge ad uscire dall’ufficio. Ma, un istante prima, dalla vetrata vede entrare sul piazzale un uomo. Deve trattarsi di un cliente. Il signor Abdullah si sistema la tuta refrigerante all’ultima moda guardandosi in uno specchio, inghiotte il filtro tracheale, indossa la calotta in lattice sul capo ed esce sul piazzale. Il cliente ha una tuta arancione di vecchio modello, ma dai modi e dal portamento sembra un benestante.
“Benvenuto al Paradiso della Carne, signore! Se cerca un articolo per la famiglia o per la cena aziendale, il Paradiso della Carne è il posto giusto per lei. Qui troverà un vastissimo assortimento. È fortunato ad averci trovati aperti, perché in effetti chiudiamo alle cinque. Ma per lei, signore, il mio magazzino è a sua disposizione finché non avrà trovato l’articolo che fa al caso suo!”
“Grazie,” dice il cliente guardandosi intorno, “veramente è per l’anniversario di nozze. Vorrei allestire una cena per tutta la famiglia e pensavo di acquistare…”
“Non dica di più, signore! Comprendo perfettamente! Se vuole seguirmi, signore, da questa parte, prego.”
Il magazzino, come lo chiama il signor Al-Bramb-Ilah, è in realtà un vetusto capannone di cementite chiuso su tre lati. Addossate alle pareti, le gabbie sono disposte su più file orizzontali e sembrano occupare tutto lo spazio disponibile. Al centro, uno stretto passaggio si snoda tra paurosi mucchi di escrementi e altri rifiuti fangosi la cui natura è insondabile. La fioca luce di tre o quattro plafoniere giallastre permette appena di intravedere le figure che gemono e brontolano miseramente, al riparo delle sbarre di gabbioni che hanno conosciuto molto bene l’effetto dell’ossidazione.
I due personaggi, il signor Al-Bramb-Ilah e il suo cliente, si aggirano nell’aria nera. Le loro teste inguainate nel lattice refrigerante brillano alla luce delle plafoniere come candele fluttuanti in quello spazio enorme. Finalmente, il titolare si ferma e protende una mano guantata ad afferrare una gabbia.
“Ecco, signore,” dice col suo migliore sorriso, “due esemplari appena arrivati dall’allevamento di F-Como, quartiere famoso per l’ottima qualità dei prodotti. Noterà la perfezione degli articoli: articoli eccellenti, magnifici!”
Una volta messa in luce, la gabbia rivela il suo contenuto, sotto forma di due bimbetti terrorizzati di circa cinque anni d’età. Quasi ricoperti di fango, si abbracciano l’un l’altro, nonostante il calore tremendo, per infondersi un po’ di coraggio.
“Vede, sono leggermente ricoperti di sudore. Ma capirà, signore, che non possiamo permetterci un impianto di refrigerazione nel magazzino. Figuriamoci, già si vende con un margine minimo, praticamente a prezzi di ingrosso…”
“Sì, sì, capisco,” dice il cliente osservando avidamente i due bimbi come se volesse accertarsi di non essere imbrogliato dal commerciante circa l’assenza di difetti fisici. “E cosa mi dice sull’età?”
“Oh, sono assai giovani entrambi. Sì, perché sono gemelli. La più bella coppia di articoli di allevamento che si siano mai visti! Appena tre anni, signore, e la loro carne, le assicuro, è burro!”
“Mi sembravano più vecchi. Il prezzo?”
“Signore, solo perché è l’ultimo cliente di oggi, signore, venticinque mondi l’uno. Signore, sono regalati.”
“Non direi! A me sembrano un po’ cari. È sicuro che siano di allevamento?”
“Signore!”
“Non si sa mai. Sono molto fiscale su queste cose.”
“Signore, lei mi offende!” esclama il signor Al-Bramb-Ilah. “Accusarmi di contrabbandare bambini naturali! Andiamo!”
“Va bene, va bene. Ne prendo uno. Però non le darò più di diciotto mondi. Ed è già tanto.”
Dopo questa richiesta insultante, il signor Al-Bramb-Ilah è più volte sul punto di svenire per l’indignazione, ma dopo la giusta dose di contrattazioni accetta il prezzo (comunque, a suo dire, al di sotto del valore dell’articolo) di ventuno mondi e mezzo. Infila una mano nella gabbia per afferrare il braccio di uno dei due bimbetti. Egli, sentendo che qualcuno lo strappa all’abbraccio del fratello, troppo terrorizzato per emettere suoni, si limita a spalancare la bocca e gli occhi. L’altro invece prende a strillare e a piangere disperatamente.
“Vivo o morto?” domanda il buon signor Al-Bramb-Ilah dopo avere richiuso la gabbia e avere tentato, senza riuscirci, di zittire l’altro bambino con un calcio. Anzi, il pianto del prigioniero della gabbietta è imitato quasi all’unisono dagli altri reclusi nell’immenso capannone.
Gridando per farsi sentire in quel frastuono, il cliente comunica al signor Al-Bramb-Ilah che desidera provvedere lui stesso alla macellazione, grazie.
I due escono dall’infernale magazzino trascinando i piedi nel fango che regna sovrano; il denaro cambia proprietario, si stringono la mano guantata e il cliente si allontana con un voluminoso sacco sulla spalla, che non la smette di agitarsi in modo convulso.
Ma mentre il buon signor Al-Bramb-Ilah si accinge a chiudere il cancello di ghisa del magazzino, felice per quell’ultima inaspettata vendita, qualcuno lo osserva da dietro un cumulo di bidoni pieni di fango e detriti. Non è un disperato alla ricerca di qualche spicciolo, perché nella mano stringe una pistola. Subito prima che il vecchio commerciante si volti per uscire dal Paradiso della Carne, in due salti gli è alle spalle. Solleva l’arma e la punta alla nuca del signor Al-Bramb-Ilah.
Uno sparo echeggia sopra la distesa di rifiuti macinati che circonda il Paradiso della Carne e il bordo del naviglio. L’assassino, che indossa un paio di vecchi scarponi militari, si allontana di corsa e scompare in fretta tra le baracche di ferro arrugginito del centro di B-Milano.

Quando mi arrivò la chiamata stavo giocando a elettro-scacchi nel mio caffè preferito con un collega irlandese. Non sopporto di essere interrotto durante una partita di elettro-scacchi. Erano le cinque e trenta di un brutto giovedì pomeriggio. Una pioggia fastidiosa imbrattava ogni cosa di nero, come se piovesse inchiostro. Ascoltai la suoneria mentale per un po’, finché non diventò decisamente troppo molesta. Rimpiansi l’epoca di mio nonno in cui, se qualcuno ti chiamava al telefono, questo ti squillava in tasca, non dentro al cervello. Ma ero in servizio: alla fine risposi.
“Che c’è?”
“Tautab, sono il capitano Marid. Abbiamo un omicidio a B-Milano, presso il naviglio. È avvenuto in un negozio che si chiama Paradiso della Carne.”
“Conosco. Che è successo?”
“Non so bene. Una ronda ha trovato il proprietario morto con un buco in testa. Vai là e scopri se è un omicidio legale.”
“Capitano, devo attraversare G-Varese per un omicidio? Perché non manda Alivs, che è così bravino nei casi di omicidio illegale? Poi le farà anche una bella relazione scritta da dare alla compagnia assicurativa.”
“Infatti, lui sta arrivando. In questa indagine lavorate insieme. Muoviti.”
Riattaccò. Il capo era un mago nel rovinare una partita di elettro-scacchi.
Presi controvoglia la aliante e mi diressi verso B-Milano. Conoscevo il Paradiso della Carne, ci avevo comperato qualche bell’articolo. Sul posto erano solo i due agenti della ronda, che avevano avuto il buon senso di non fare entrare curiosi. Uno di loro stava all’ingresso e si dava da fare. Era di etnia pigmea, un piccoletto dall’aria nervosa. Mi qualificai e mi fece entrare nel cortile. C’era già quel lecchino di Alivs, un asiatico che non mi era mai piaciuto. Troppo zelante, troppo corretto.
Il morto era di etnia vatussa, a quanto pareva, purosangue. Il foro nel suo cappuccio refrigerante ne aveva annullato l’effetto e il corpo si stava disfacendo velocemente.
“Tu che ne dici?” domandò Alivs con tono untuoso.
“Cosa vuoi che dica? Bisogna controllare se è legale. Facciamoci dare un elenco delle agenzie di killeraggio, intanto.”
“Già fatto,” rispose Alivs, “tra dieci minuti avremo un elenco completo dalla Rete.”
Lo guardai. “Ma che bravo,” dissi.
Non glielo rivelai, ma mi ero fatto un’idea all’istante su quell’omicidio. Era lo stile di Al-Bakrim, titolare di una delle agenzie più in voga. Usava sempre la pistola, e in più quella era la sua zona, perché aveva gli uffici a Al-Babi-Lah. Sapevo anche che teneva parecchi sicari sul libro paga, tutti rigorosamente anonimi e segreti. Ma era molto furbo: probabilmente, sempre che fosse opera sua, non ci sarebbero state scorrettezze formali. In questo caso non sarebbe restato che tentare di catturare il sicario. Quello sì, che avrebbe passato un guaio. Sentii l’improvviso bisogno di fare una visitina al mio amico Al-Bakrim, che non vedevo da tempo. A volte divento sentimentale.
“Oh, dove vai?” mi gridò Alivs.
“A finire una partita,” dissi, e presi il volo. Avevo il presentimento che avrei fatto aspettare un po’ il mio amico irlandese.

Nei sobborghi di B-Milano le case non sono che ripari di fortuna costruiti con residui di lamiera ondulata e poliuretano strappato a qualche vecchio frigorifero, sistemati alla meglio negli scheletri degli antichi caseggiati in rovina. I cortili interni e le tracce dei marciapiedi sbriciolati sono ricoperti da parti di automobili a idrogeno, bidoni di ferro, calcinacci di laterizio crollati da balconi e pensiline, il tutto mischiato a tanto terriccio e tanto ciarpame minuto che, quando piove, questo orrendo insieme si amalgama come un fango primordiale. Sono rari i giorni in cui dall’aria bruna non cade una pioggia nera e unta dal profumo di nafta. Non è infrequente che qualche disperato, in cerca di oggetti anche vagamente commestibili, non abbia più la forza di sollevare i passi dentro la palude minerale che avviluppa lo stretto orizzonte, e che si rassegni ad esserne inghiottito con un sordo risucchio. Il calore, che sarebbe letale a chiunque non indossasse una tuta refrigerante, ha fuso da tempo l’asfalto creando fiumi e colate di lava e rendendo le zone rialzate non dissimili da piccoli vulcani neri, che nemmeno la pioggia incessante riesce a spegnere. Anzi, succede che talvolta il liquido nerastro evapori non appena tocca terra, trasformandosi immediatamente in un gas mefitico; in altre occasioni, invece, le precipitazioni riescono a raffreddare leggermente il bitume, mescolandosi ad esso in una miscela innominabile.
Figure spettrali attraversano come ombre questo ambiente, simile a un eterno crepuscolo grigio, per scomparire dentro grotte improvvisate che solo la mite temperatura rende sopportabili. Alcuni di questi esseri non possiedono una tuta refrigerante; vivono la loro vita in gallerie ricavate da antichi piani interrati che spesso crollano, e dentro le quali non ci si stupirebbe di imbattersi in un’automobile a benzina, in un cocchio greco o in un brontosauro.
Da una via laterale, costeggiando i muri fangosi, procede un personaggio che indossa un paio di vecchi scarponi militari. Si guarda intorno circospetto mentre si rintana in una rientranza che doveva alloggiare un portone, forse addirittura di legno, tanto tempo fa. Il personaggio ha ventuno anni, si chiama MarcoM. Non è esattamente un essere umano.
È un trans-nucleico. Il suo dna è composto per il 97% da geni di essere umano di etnia papuasica, per il 2% di pesce farfalla, per il restante 1% di un ceppo africano di felce gigante. Sotto la sua pelle c’è una certa quantità di clorofilla e ha un istinto sbalorditivo.
Grazie alle sue componenti tropicali, egli può sopportare l’immane calore senza morirne. Ne soffre ma sopravvive. Non ha un luogo preciso in cui vivere. A volte qualche altro trans-nucleico gli offre asilo nei sobborghi di B-Milano. Il Governo dei clan non possiede un archivio dei trans-nucleici, i quali ufficialmente non esistono. Non disponendo di una fonte di reddito, di tanto in tanto si dà da fare in qualche lavoretto da svolgere a poco prezzo. Oggi però sembra molto ansioso, si muove con scatti repentini dentro e fuori gli antri scuri di quella barriera corallina mummificata che è il quartiere. Accende la connessione mentale per collegarsi alla Rete. Istintivamente pensa al signor Al-Bakrim. Dopo alcuni istanti, questi compare nella sua mente.
“Pronto?”
“Signor Al-Bakrim! Sono MarcoM!”
“Ragazzo, ti ho detto che non devi chiamarmi. Ormai, dimmi. Com’è andata?”
“Male, signor Al-Bakrim, male! L’ho ucciso!”
“Bene, allora, non male. Ti ho mandato a ucciderlo, no? La cliente sarà contenta. Passa da me quando vuoi. Dirò al mio amministratore di preparare per te i tuoi cento mondi. Ti saluto, ho da fare.”
“Un momento, signor Al-Bakrim! Io ho paura! Lo sa, che cosa succede a chi fa queste cose!”
“Ebbene, ormai l’hai fatta, peggio per te. Ripensandoci, non credo sia una buona idea che tu ti faccia vedere nel mio ufficio, sei troppo su di giri. Mi pianteresti un casino. Dirò al mio amministratore di spararti a vista. Sei avvertito. E ora, mi stai seccando. Addio.”
“Signor Al-Bakrim!”
Ma la connessione è già stata interrotta e non si ripristinerà. Il ragazzo di razza trans-nucleica osserva le proprie lacrime cadere sugli scarponi militari, osserva la pioggia nera unirsi alla colata di fango che non sembra avere né un inizio né una fine e che, qui e là, filtra nelle crepe del selciato, forse fin dentro le viscere della terra.

Il quartiere di Al-Babi-Lah era piuttosto elegante. Roba da avvocati e mercanti di celle solari. Per raggiungere gli uffici di Al-Bakrim dovetti percorrere a piedi la zona più in di B-Milano. Passai davanti a un negozio che vendeva dischi di vinile, bottiglie di acquavite e poltrone con i braccioli foderati di velluto. Non era merce per le mie tasche. Riconobbi la faccia di un tizio che avevo spedito alle fabbriche di refrigeratori, tempo prima. Era elegantissimo, ora. Aveva fatto strada. Dopo i lavori forzati, come ex galeotto aveva avuto una corsia preferenziale nei test per entrare in amministrazione del clan di rione, e ora era consigliere di maggioranza. In parte lo doveva a me, ma non lo fermai per ricordarglielo. Se fosse diventato emiro di Nord-al-Baqri, forse lo avrei fatto.
Il fido Alivs mi aveva comunicato l’elenco delle agenzie, dandomi l’inutile conferma della sua efficienza. Il nome del nostro amico figurava nella lista, come già sospettavo. Dissi ad Alivs che cominciasse pure a controllare qualche altra agenzia; riattaccai mentre mi copriva di rimostranze. Per ora avrei lavorato da solo. Al capo non sarebbe piaciuto, ma avrei pensato a questo problema in seguito.
Il palazzo doveva avere almeno cent’anni ma non li dimostrava, era restaurato di fresco. C’era anche un ascensore. Molto romantico. Salii al sesto piano. Sulla porta, una scritta dorata recitava: Agenzia autorizzata di killeraggio Al-Bakrim. Omicidi di qualità dal 2070.
Una segretaria vatussa, altissima e nerissima, mi ricevette in sala d’aspetto. Niente burqua refrigeranti dotati di monitor, negli uffici di Al-Bakrim, ma un abitino in P-cotone. Mi tolsi la tuta. Ambienti molto ben refrigerati, segno di lusso ostentato.
Il signor Al-Bakrim, mi disse la vatussa, era impegnato. Avevo un appuntamento?
“No,” risposi mostrandole l’ologramma della polizia dell’emirato, “ma il signor Al-Bakrim sarà impegnato a risolvere un grosso guaio se non mi riceve alla svelta.”
“Un attimo,” mi disse quella stangona senza scomporsi, prima di sparire attraverso una porta in P-legno. Dopo pochi secondi seppi che il titolare era disponibile. Entrai.
“Signor Tautab, la sua visita è sempre sgradita,” esordì Al-Bakrim allungandomi un’enorme mano nera. Era un gigante, vatusso da almeno cinquanta generazioni.
“Per me invece,” dissi, “è sempre divertente incontrarla. Soprattutto se la mia visita le è sgradita.”
Rise di cuore e sprofondò in una poltrona ricoperta di P-pelle. Sapevo che non si trattava di vera pelle di animali, ma non potei fare a meno di rabbrividire per quanto era realistica.
“Che cosa ho combinato, senza saperlo, per farla venire fin qui?” mi disse.
“Ha fatto uccidere un uomo.”
“Signor Tautab, lo faccio decine di volte al giorno. È il mio mestiere.”
“E lo fa sempre legalmente?”
“Signor Tautab, se un cliente mi chiede di uccidere un concorrente in affari, o un rivale in amore, io lo faccio. E mi pagano bene per questo. Le sembra illegale?”
“No, se rispetta le regole.”
“Signor Tautab, perché non viene al motivo della sua visita? Perché c’è un motivo, sì?”
“A me interessa l’omicidio avvenuto oggi ai danni di un certo Al-Bramb-Ilah. Allora, è opera sua?”
“Mi faccia pensare. Sicuro! Ricordo benissimo. Come lei forse avrà già scoperto per conto suo, l’omicidio mi è stato commissionato dalla vecchia segretaria del signor Al-Bramb-Ilah, la quale lo odiava da anni. Non sono certo segreti. È questo, che voleva sapere? L’ho accontentata. Se deve andare, non la trattengo.”
“Sì, ma il killer chi era? Può dirmi il suo nome?”
“Signor Tautab, questo invece è un segreto professionale! Lo sa che non posso dirglielo, questo! Ma che importanza può avere?”
“Ne ha molta, signor Al-Bakrim! Glielo spiego subito, nel caso improbabile che non lo sapesse. A lei non posso fare niente, ma il suo sicario lo posso arrestare con l’accusa di omicidio, se lo trovo. Le è chiaro, adesso?”
“Andiamo, non può chiedermi di tradire un sicario. Nessuno lavorerà più per me, se lo faccio.”
Lui sorrideva e, improvvisamente, pensando alla vittima, mi venne un’idea.
“Signor Al-Bakrim, come è andata con quella brutta storia di contrabbando nel settore della ristorazione? Di quanti bambini naturali ha rifornito il mercato illegale?”
“Non so di cosa stia parlando.”
Infatti, stavo bluffando. L’idea dei bambini mi era venuta lì per lì. A volte funziona. Funzionò.
“Allora, perché non approfondiamo con calma?” dissi alzandomi. “Venga con me, le dispiace?”
“Va bene,” disse serio. “Che cosa vuole da me? Un nome?”
“Sì.”
“Non sia ridicolo. Posso dirle che era un ragazzo trans-nucleico.”
“Lo immaginavo. Le costano molto meno dei sicari umani e fa prima a disfarsene. Il nome.”
“Lei è irragionevole! Così mi rovina!”
“Il nome.”
“Un certo MarcoM, un disperato. Non lo troverà mai.”
“Lei, però, l’ha trovato e se ne è servito. Lo troverò anch’io. Arrivederci.”
Uscii da quell’ufficio che mi metteva addosso uno strano brivido. Adesso sapevo come cercare il sicario. Mi dispiaceva soltanto che, nella migliore delle ipotesi avrebbe pagato solo il meno colpevole. Nella peggiore, non avrebbe pagato nessuno. Ma non avrei mai fatto carriera collezionando buchi nell’acqua, e l’Agenzia autorizzata di killeraggio Al-Bakrim era un osso troppo duro. Dovevo concentrarmi su MarcoM, il trans-nucleico.

Davanti a uno stabile completamente vetrato, passa e ripassa un ragazzo-sandwich per reclamizzare un sapone dalle proprietà rinvigorenti. Non appena riesce ad accostare un passante, gli fa esplodere nel cranio uno slogan: Comperate il sapone rinvigorente Matusalem, o uno dei nostri addetti vi punirà con la morte! E ripete: Comperate il sapone… all’infinito.
Il ragazzo-sandwich si accorge che un tizio si è fermato davanti allo stabile e sta per entrare. Gli si avvicina da dietro. Nel cervello del tizio esplode lo slogan: Comperate il sapone rinvigorente Matusalem, o uno dei nostri addetti… Ma egli, che non ha né il tempo né la voglia di sopportarlo, si lancia contro il ragazzo-sandwich prendendolo a calci e sputi: “Vattene, miserabile! Va’ via!”
Il ragazzo-sandwich desiste dalla réclame e si allontana, voltandosi ripetutamente per lanciare occhiate assassine al suo assalitore. Quest’ultimo, che si chiama Hedra Fim-Hag’Al, termina la sua lettura del cartello sopra il portale dell’edificio: Casa di Transito Ben-Al-Debaran.
Entra nell’ampio vestibolo. Un’inserviente dall’abito in P-nylon totalmente trasparente, vedendolo entrare gli si avvicina. “Buona sera, signore,” gli dice. Si è fatta impiantare corde vocali che producono un suono suadente. “Sono lieta di darle il benvenuto alla Casa di Transito Ben-Al-Debaran. I locali sono refrigerati. Perché non si toglie la tuta e si mette comodo, mentre le prendo un e-puscolo?”
“Buona sera,” risponde Hedra confuso, “le volevo chiedere…”
“Ma io so già quello che lei cerca, signore,” cinguetta l’inserviente, mentre i peli del suo pube e delle sopracciglia assumono un colore turchese, che è il più adatto per mettere il cliente a proprio agio. “Ora le illustrerò l’ampia gamma di prodotti che noi della Ben-Al-Debaran offriamo ai nostri clienti.”
Hedra vorrebbe replicare che è lì per fare visita a un paziente, ma l’impianto di mental-marketing dell’istituto ha già preso possesso della sua psiche; a lui non resta che starsene imbambolato ad ascoltare l’inserviente.
“Forse lei, signore,” riprende imperturbabile la vatussa, “che sembra così giovane e pieno di forze, è minato da qualche grave malattia e sta per trapassare. Bene, benissimo! In questo caso lei è nel luogo giusto, signore. Qui, se lei lo vorrà, la sua intera mente sarà immessa in Rete e conservata in triplice copia mentre il suo corpo si corromperà e svanirà nei termoconvertitori, divenendo ottimo cibo. Nell’attesa di un nuovo corpo su cui impiantarla, nelle sale visita della Casa di Transito Ben-Al-Debaran lei potrà ricevere amici e parenti, e conversare con loro sotto forma di un magnifico olo-tridi. Inoltre, le saranno messi a disposizione tutti i migliori passatempi disponibili per allietare la sua attesa. Attesa che, ne siamo certi, non potrà essere che brevissima. La media è di non più di due mesi e sei giorni, signore, e si sta abbassando. Stanno infatti aumentando i reati contro il califfato e i galeotti da espiantare non scarseggiano. Potrà pagare in contanti, in argento o, se vuole, a rate. Abbiamo molti tipi di tariffe: di certo ce n’è una adatta a lei! Ma lei forse voleva domandarmi qualcosa?”
L’inserviente si è infatti accorta che Hedra, se pure intontito, strabuzza gli occhi e sembra implorare una pausa di quella tirata pubblicitaria. Con un gesto delle ciglia, la donna spegne l’impianto di mental-marketing.
“Era ora! Non la smetteva più!” dice inferocito Hedra alla hostess, i cui peli si colorano all’istante di verde smeraldo. “Non sono un cliente, sono qui per una visita. Poteva risparmiarsi la tiritera! Per la miseria! Non la finiva più!”
“Sì, signore,” risponde la vatussa impassibile, “il nome del paziente?”
“Signor Guido Moratti, espiantato due settimane fa.”
“Oh, il signor Moratti! Non era titolare di un grande negozio di droghe a B-Milano? È uno dei nostri migliori clienti. Lei è un congiunto?”
“No,” risponde accigliato Hedra, “magari. Sono il suo commesso.”
“Venga con me, prego.”
La sala visite è una piccola stanza foderata di P-mogano, con due poltrone per i visitatori e un macchinario che ne occupa tre quarti. Alcuni proiettori sul pavimento creano l’immagine olo-tridi del caro estinto, di cui in realtà è morto solo il corpo.
La vatussa introduce Hedra nella saletta e lo lascia solo. Dopo pochi istanti, sopra i proiettori compare il signor Guido Moratti, nel suo ultimo aspetto esteriore. Diversamente da molti altri, non si manifesta sotto forma di gagliardo giovanotto, né in una delle tante rappresentazioni olo-tridi che la clinica mette a disposizione ai trapassati.
“Ciao, Hedra. Che ti è successo? Sei più brutto del solito.”
Anche la voce del vecchio, per sua scelta, è la stessa che aveva da vivo.
“Salve, signor Moratti. Come sta?”
“Non mi lamento. Sono bravi a non farmi mai annoiare. Allora, hai novità?”
“Sì, signore, al negozio è tutto a posto. Forse chiuderò un buon contratto con un nuovo fornitore del P-fungo HeaveN. Gli affari vanno bene.”
“Sì, benissimo. Ma mi interessa di più l’altra cosa. L’hai trovato? È questo, che mi interessa.”
“In effetti abbiamo novità. Oggi sono stato contattato da Tautab.”
“Chi?”
“Quel poliziotto, a cui ogni tanto faccio qualche soffiata. L’ha visto, al negozio. Si ricorda?”
“Bene, allora?”
“Voleva informazioni su un trans-nucleico che sta ricercando per omicidio. Se lo aiuto a trovarlo, potrebbe essere un soggetto giusto per lei, signore.”
“Ecco! Vorresti che mi impiantassi in un corpo trans-nucleico? Sei scemo? Sarei carino, metà cane e metà margherita!”
“Alcuni trans-nucleici hanno dei vantaggi. Questo potrebbe avere una resistenza ai gas, o al calore. Non le piacerebbe vivere senza filtro tracheale o senza tuta refrigerante?”
“Ammetto,” dice Moratti con un altro tono di voce, “che ci sono dei lati positivi. Ma tu lo conosci?”
“No, ma ho molti contatti nell’ambiente. Con il mio aiuto, credo che questo trans-nucleico salterà fuori. Così lei, signore, avrà al più presto un corpo nuovo. So che le costa molto questa attesa.”
“Già. E immagino che non lo faresti gratis, o sbaglio?”
“Signore, considerato quello che le farei risparmiare, e i vantaggi che ne avrebbe, credo che una partecipazione del 10% nel negozio non sarebbe un prezzo troppo alto.”
“Sei un rifiuto umano. Se io non fossi un olo-tridi ti prenderei a calci in faccia,” dice il vecchio con tutto il disprezzo di cui è capace, e non è poco. “Sei solo un rifiuto umano,” ripete.
“Devo considerarlo un sì, signor Moratti?”
“Maledetto. Sì, era un sì, maledizione. E adesso esci di qui e trovami quel trans-nucleico.”

Il termoconvertitore di Oh-ja-roh4 lavora senza sosta da molti decenni per trasformare materia innominabile in ottimo cibo altrettanto innominabile e in energia per la refrigerazione. Un fiume di fango esce dagli intestini della enorme macchina per raccogliersi in grandi fiumi diretti chissà dove. Sono gli scarti ormai inservibili del processo. Da un altro settore, le alianti dell’emirato trasportano grandi cubi neri verso i quartieri adibiti alla preparazione della materia prima alimentare. Tagliata a pezzi, poi ancora ridotta e venduta al dettaglio, la sostanza nera è la base dell’alimentazione per i nove decimi della popolazione cittadina. Mescolata alla carne proveniente esclusivamente da articoli di allevamento, costituisce il menu di qualsiasi ristorante legale. Quelli illegali, mescolano la materia nera a carne derivante da articoli naturali, allevati in clandestinità o rubati.
Dagli esseri umani deriva poi un’incessante produzione di rifiuti, a loro volta raccolti e condotti ai termoconvertitori per ricavarne la maggiore quantità possibile di materia ancora utilizzabile. Ma essa si riduce inevitabilmente. Come in un piccolo ecosistema nero e oleoso, nel quale la produzione è nulla e tutto rinasce dal cadavere putrefatto di se stesso, sta per arrivare il giorno in cui dai termoconvertitori uscirà lo stesso fiume maleodorante che ne è entrato, perché non vi sarà più nulla di utile alla vita.
Da un’altura, formata da una quasi infinita varietà di forme minerali, il trans-nucleico di nome MarcoM osserva la ciclopica macchina, che da quel punto di osservazione assomiglia ad uno smisurato stercorario nero e disperatamente affamato.
Dopo un vagabondaggio inconcludente attraverso i quartieri più miserabili della città, non prova fastidio sotto la pioggia bollente che gli ha inzuppato i leggeri vestiti. Continua a tornargli alla mente l’immagine del vatusso, ricorda l’istante in cui gli ha puntato la pistola alla testa. Lo sparo moltiplica la propria eco nelle stanze della sua psiche di trans-nucleico.
Non poteva immaginare che si sarebbe sentito così integralmente solo, dopo quella commissione che il signor Al-Bakrim aveva definito un gioco da ragazzi. Non riesce a distogliere i pensieri da quel vatusso: si domanda se avesse una famiglia, da qualche parte. Si chiede cosa sarà di chi lo stava aspettando nel suo cubicolo.
Si prende la testa tra le mani, appoggia i gomiti sulle ginocchia. Tutti i pensieri svanirebbero di colpo se si gettasse dentro l’orribile voragine del termoconvertitore e ne uscisse solo per disperdersi in un milione di atomi lontano da B-Milano, perfino fuori da Nord-al-Baqri, se per caso esiste qualcosa al di là, oltre la fine dell’aria nera.
Sarebbe molto peggio se fosse catturato: allora verrebbe senz’altro usato per tenere in vita qualche vecchio; dovrebbe passare la sua esistenza come uno schiavo, rintanato in un angolo del suo cranio, mentre uno sconosciuto ne invade i segreti e manovra da padrone il suo corpo. Senza più possibilità di fuga, sarebbe costretto ad assistere impotente al governo di quello che ora è il suo unico possedimento, relegato al mantenimento delle funzioni vitali e nulla più.
Con questi terribili pensieri, osserva di nuovo lo stercorario che divora e divora, senza fermarsi.

Mi incontrai con Hedra, un mio informatore, in un auto-kebab nella zona di M-Al-phensah. Doveva essere di etnia masai, anche se per me discendeva da Giuda. A volte, pagando, mi era stato utile. Anche stavolta, nonostante la sua slealtà cronica, avrei potuto ricavarne qualcosa.
Arrivai in anticipo. Mancavano dieci minuti all’una di notte. L’auto-kebab era pieno di euro-asiatici con l’accento del sud. Presi posto su un divano e attesi. Non che io ami aspettare, ma non basta essere nei guai per smaniare dalla voglia di vedere Hedra.
Il locale era refrigerato con un impianto che forse stava tirando le cuoia. Non si avvertiva quasi la differenza con gli uffici della polizia dell’emirato. Mi tolsi ugualmente la tuta. Detesto mangiare dall’interno di un sarcofago. Non appena vidi entrare il mio uomo nel locale, gli feci un cenno e si accomodò.
“Come stai, Tautab?”
“C’è un po’ freschino, ma sto bene,” dissi.
Si accorse che non avevo la tuta e pensò che il locale fosse refrigerato. Si tolse anche la sua e cominciò a sudare copiosamente.
“Perché fa così caldo?” ansimò.
“Ti ho chiamato perché devo trovare una persona. Secondo me puoi aiutarmi.”
“Può darsi,” rispose, continuando a sudare come una fontana.
“Intanto, che ne dici di mangiare un boccone? Sono affamato da stamattina.”
“Perché no?” fiatò.
Il menu mi comparve nel cranio. Fu subito chiaro che non eravamo al Grand Hotel. Non che me lo aspettassi. Feci la mia scelta mentale.
“Ho ordinato anche per te,” dissi. “Spero che ti vada bene carne e fango, con birra per mandarlo giù.”
Chiamavo fango la poltiglia che proveniva dai termoconvertitori. Comunque, ne aveva l’aspetto e il sapore. Era meglio chiamarlo così che pensare a cos’era veramente. Quanto alla birra, si trattava solo di un distillato del fango. La stessa roba, ma liquida e discretamente alcolica.
“Di’ un po’,” ansimò, “non serviranno mica carne illegale, qui, no?”
“Quante storie,” dissi, “per un’etichetta. Ti scandalizzi tanto se ti fanno mangiare bambini rubati a qualcuno, ma non fai una piega se ti servono bambini allevati? Sei solo un ipocrita, ecco cosa sei.”
“Può darsi,” disse, leggermente ripreso dallo shock termico, “ma c’è una bella differenza: una cosa è legale, l’altra no! E poi non mi mettere questi dubbi, mi fai venire il voltastomaco. Bambini naturali! Ah!”
“Se c’è una cosa che fa schifo a me è la tua faccia. Poche chiacchiere. Apri le orecchie. Cerco un trans-nucleico, si chiama MarcoM. È tutto quel che so di lui. Lo conosci?”
“Sei sempre in caccia, eh? Il vecchio Marid ti fa sgobbare.”
“Già. Ora, poi, che spera di diventare raìs, c’è poco da dormire. Allora, lo conosci o no questo MarcoM?”
“No. Però potrei dirti dove ci sono molte probabilità di trovarlo.”
“Maledetto, fa’ pochi giri di parole,” dissi. “Dove?”
“Aspetta, ora ti dico. Conosco molti trans-nucleici. Una di loro, una certa BarbaraB, mi ha fatto una volta quel nome. Lo ricordo bene.”
“Dove trovo questa BarbaraB?”
“Tautab,” ansimò, “io mi espongo, parlandoti di queste cose.”
“Quanto vuoi?”
“Non è questo…”
“Quanto vuoi?”
“Avrei bisogno di un nuovo cappuccio refrigerante, costa quaranta mondi…”
“Li avrai. Dove la trovo?”
“Frequenta un locale,” ansimò Hedra con le labbra spaccate dall’arsura, “giù a Oh-ja-roh4, di nome Ovidius. Ci vanno molti trans-nucleici. Stasera BarbaraB ci sarà di sicuro.”
Mi alzai e mi infilai la tuta.
“Non mangi?” mi chiese ansando Hedra dal divano che stava inondando di sudore.
“Mangia tu. Io ho da fare.”
“E chi paga qui?” mi disse mentre uscivo.
“Arrangiati, e aggiungili a quelli che ti devo.”
Uscii, feci tre passi e tornai indietro. Mi affacciai nel locale. Hedra aveva già finito la sua birra e attaccava la mia.
“Un’ultima cosa,” dissi. “Questa BarbaraB, da che cosa è composta? Umano, e poi?”
“Se non ricordo male,” ansimò Hedra, “due cose fredde. Pinguino e lichene, credo. Sì, sì, sono sicuro: donna caucasica, pinguino e lichene.”

Nel quartiere di Oh-ja-roh4 tutto ruota intorno al termoconvertitore e ne dipende in modo così indissolubile, che non si potrebbe immaginare lo stesso labirinto di scheletri neri in cemento, cielo bruno e terra scura senza il respiro mugghiante del mostro. Ma nella selva di balconi crollati e aperture nere e misteriose, c’è un po’ di qualcosa che può essere definito vivo. Si manifesta con un brulichio e un vociare sordo in corrispondenza di una scritta tracciata in rosso e verde sull’antico intonaco: Ovidius. Già soltanto il fatto che la scritta sia realizzata con colori diversi dal nero denota un’insolita attività, se non proprio vitale, almeno con qualche speranza di esserlo. Non appena si varca questo buco nero e si penetra all’interno della catacomba, le pareti pitturate con cura a colori vivaci, il viavai di giovani allegri, le luci cangianti e la generale atmosfera di festa sono segnali inequivocabili che ci si trova in un’altra città, o in un altro mondo.
Il locale di nome Ovidius esiste da molti anni, almeno da quando esistono i trans-nucleici. Da subito è stato il loro ritrovo, benché non esclusivo. Molti umani di tutte le etnie, richiamati dalle indubbie attrattive di questo insospettabile luogo, si spostano a piedi o con le alianti da ogni angolo di B-Milano per passare all’Ovidius qualche ora o magari tutta la nottata.
Tuttavia, il locale è dominato dalla presenza dei trans-nucleici, ognuno dei quali è unico per la mescolanza genetica che lo ha generato. Alcuni di loro sono talmente umani che le loro parti animali e vegetali sono quasi impercettibili a un occhio distratto, come nel caso del trans-nucleico MarcoM; la loro diversità dagli esseri umani si manifesta in modo sottile, con una particolare resistenza fisica o con una straordinaria intelligenza.
Un trans-nucleico è appoggiato con un gomito al bancone del bar e ordina una birra. È composto per il 92% da geni umani caucasici, per il 3% da geni di alloro e per il 5% da geni di lucertola. Lo rivelano la sua pelle, la forma del viso e il colore verdastro delle vene. Sta conversando con una donna umana.
“Non prendi una birra?”
“No,” risponde lei, “ho preso dell’HeaveN. Comincio già a vedere i colori in modo strano.”
Un altro trans-nucleico ha già fatto il pieno di HeaveN e si dimena in un angolo, da solo. Il fungo sintetico chiamato HeaveN, derivato, come tutto, dal fango primordiale, è una droga che induce chi la assume a un atteggiamento rilassato e fiducioso. Come effetto secondario distorce la percezione dei colori e dei suoni, rendendoli più dolci e attutiti. È la tipica droga per trans-nucleici. Essi, contaminati dalla natura animale e vegetale, portati perciò ad una istintiva e sensibile intelligenza, non avrebbero nessuna possibilità di sopravvivere psicologicamente all’orrore di B-Milano. Anche molti umani ne fanno uso, soprattutto all’Ovidius, e la sua vendita è libera.
Un trans-nucleico che indossa un paio di vecchi scarponi militari entra con fare spaurito e si rifugia in una zona d’ombra accanto al distributore di HeaveN. Individua un altro trans-nucleico dall’altra parte del locale e lo raggiunge, facendosi largo tra la gente.
“MarcoM!” lo saluta questi, di nome StephanS. “Come stai, bello?”
StephanS è per il 4% fragola e per l’1% ragno.
“StephanS,” risponde MarcoM, “ho bisogno di vedere BarbaraB, è importante!”
“Ma tu sei sconvolto, caro. C’è qualcosa che posso fare per te?”
“Sei molto gentile, davvero. No, ho solo bisogno di BarbaraB.”
“È nell’estintore.”
“Grazie,” risponde MarcoM, dirigendosi subito verso l’estintore. Si tratta di una saletta separata ma accessibile a tutti. Quando è stata scoperta, tanti anni fa, sulla parete è stata rinvenuta la parola misteriosa estintore, che da allora serve a designare questo luogo. BarbaraB sta conversando con un’amica ed entrambe sorridono. Quando vede arrivare MarcoM gli corre incontro.
“Dov’eri sparito?” gli chiede abbracciandolo.
“Ho combinato un guaio,” risponde MarcoM.
“Ma tu hai pianto! Che cosa è successo?”
“Ho ucciso un uomo!”
“Vieni qui, spostiamoci. Non ho capito: cos’hai fatto?”
“Ho ucciso un uomo!”
“Come è possibile?”
“Ero a corto di soldi! Quel tizio mi ha offerto cento mondi per farlo. Oddio, BarbaraB, non immaginavo che poi mi sarei sentito così!”
MarcoM non può evitare di singhiozzare e BarbaraB non può fare altro che abbracciarlo ad occhi spalancati. Oltre che per la morte di un uomo sconosciuto, il suo cuore di pinguino è sconvolto per MarcoM, la cui parte umana ha prevalso per un attimo fatale sul cuore di pesce farfalla.

Davanti al locale c’era già parecchio movimento. Feci la fila come gli altri. Non volevo dare nell’occhio. Fatica sprecata: ero troppo vecchio per l’Ovidius. Mi pareva che la gente mi guardasse come se fossi Noè. Ma forse ero solo molto stanco.
All’interno c’era poca luce. E chi ha bisogno di luce, quando è imbottito di P-funghi? C’era anche un bar vero, con barista in carne e ossa. Presi una birra e mi guardai intorno. Attaccai bottone con un paio di trans-nucleiche niente male. Una doveva avere geni di giraffa o gru o qualcosa del genere, a giudicare dal collo. L’altra aveva nel dna troppo pesce per i miei gusti. Se l’avessi strizzata avrebbe stillato olio di merluzzo. Le feci parlare un po’. Avevano visto quella BarbaraB, ma a quanto pare se n’era andata. Di MarcoM, invece, non avevano mai sentito parlare.
In quel locale c’era un bel campionario, una specie di museo naturale. Non avevo mai incontrato tanti trans-nucleici tutti insieme. Vidi anche molti umani, più di quanti mi aspettassi di vedere. Soprattutto donne. Il tipo di donna che trova gustoso farsi un trans-nucleico. A me non interessava, l’esperienza. Non mi piacciono le sorprese. In ogni caso, avevo solo voglia di acchiappare quel maledetto assassino, vantarmene con il capo e andarmene a dormire nel mio cubicolo. Feci un giro con gli occhi aperti. In fondo al locale, un passaggio dava accesso a un’altra sala. Sopra era scritta una parola straniera: estintore. Probabilmente era il nome di una divinità di quegli esseri sub-umani. Dovetti farmi largo nella calca per raggiungere il fondo della sala. Domandai un po’ in giro, ma molti erano già partiti in compagnia del signor HeaveN. Il capo di Hedra ne aveva fatti parecchi, di soldi, a venderlo.
Un tizio, che doveva essere mescolato con un uccello e con l’edera, mi disse che conosceva BarbaraB, anzi l’aveva vista poco prima. MarcoM, lo conosceva ma non sapeva dove fosse. Era da un po’ che non lo vedeva. Ne interrogai altri che non mi sembravano drogati, ma da tutti ottenni la stessa risposta: la trans-nucleica di nome BarbaraB se ne era andata da un pezzo, MarcoM non si faceva vedere in giro da mesi.
Sentii il bisogno di un’altra birra. Anche in quella saletta c’era un vero bar. Il barista, un vatusso che con la testa toccava quasi il soffitto, doveva essere umano.
“Senta, almeno lei, è umano? Mi dica di sì,” dissi mentre trangugiavo la birra.
“Certo, amico. Umano al cento per cento.”
“Lo dico perché, con questi, non si sa mai,” precisai.
“Che ci fa,” mi domandò, “uno come lei all’Ovidius?”
“Cerco un tizio di nome MarcoM.”
“Uno che frequenta una certa BarbaraB?”
Spalancai gli occhi. “Sì!” dissi. Forse c’ero vicino.
“Può darsi,” disse con aria distratta, “che fossero qui entrambi, fino a pochi minuti fa. Può darsi che siano stati avvertiti dell’arrivo di uno con la faccia da sbirro.”
“E…?” suggerii.
“E può darsi,” continuò lui, “che se la siano svignata.”
“Dove?” dissi a voce troppo alta “Da dove, se la sono svignata?”
“Non ricordo bene. Sa, signore, sono molto povero e questo non fa bene alla mia memoria.”
“Cosa vuoi? Maledetto, cosa vuoi?” gridai.
“Solo venti mondi, mio caro. Non sono tanti, per due trans-nucleici.”
Mi frugai freneticamente nelle tasche. Non arrivavo neanche a sette. Presi il barista per il bavero. “Dimmelo! E un trans-nucleico diventerà un ammasso di fango o un corpo di ricambio; non dirmelo, e io ti faccio passare un grosso guaio! Non mettermi alla prova!”
Parlò. C’era un passaggio dietro il bancone del bar. Spalancai il pannello che lo chiudeva. Un corridoio oscuro si perdeva fino a una curva a gomito. Da lì in avanti, il buio.
Un’ombra si mosse non appena mi affacciai. Udii il grido soffocato d’una ragazza.
“Fermi!” gridai. “MarcoM, fermati!”
Ma le ombre, perché erano due, scomparvero dietro l’angolo dello stretto budello. A me non rimase che inseguirle.

Il signor Guido Moratti, anzi la sua mente nuda, chiede alla Rete di metterlo in collegamento con il suo agente di Al-Babi-Lah, il signor Al-Bakrim. Oltre a essere l’agente particolare del signor Moratti, il signor Al-Bakrim ha all’attivo molte altre attività, come ad esempio il contrabbando di carne illegale sotto la copertura di un’onesta agenzia di killeraggio. I collaboratori del signor Moratti non conoscono il sodalizio che esiste tra i due; ma del resto non è necessario che il titolare di un negozio di droghe sbandieri gli affari suoi anche all’ultimo commesso.
“Pronto.”
“Al-Bakrim! Amico mio, come sta?”
“Signor Moratti, bene quando la sento. La sua voce denota una splendida forma e un eccellente umore. Me ne rallegro.”
“E invece ho qualche rogna, mio caro.”
“Questo mi addolora. Si tratta di rogne che la mia agenzia può alleviare, o ancor meglio eliminare?”
“Forse. Lei sa dove mi trovo, Al-Bakrim?”
“Sì, signore: alla Casa di Transito Ben-Al-Debaran, da cui uscirà presto, ne sono sicuro, con un ottimo aspetto. O teme che non sia così?”
“Può darsi, Al-Bakrim. Ma potrebbero passare settimane, mesi! E intanto i miei commessi rubano l’incasso, gli affari vanno a rotoli!”
“Eh, signor Moratti,” sospira il vatusso, “è la legge ineluttabile della vita. Bisogna avere pazienza.”
“Senta, se io avessi pazienza starei qui come un bacucco a giocare a P-monopoli, e non mi rivolgerei a lei. Allora, vuole che sia paziente o vuole sentire cosa ho da chiederle? Ci sono anche altre agenzie, a B-Milano!”
“Bisogna avere, signor Moratti, sì, pazienza. Ma non bisogna rassegnarsi, questo no! Decisamente. Fa bene a ribellarsi a questo stato di cose. È intollerabile…”
“Al-Bakrim!”
“Sì?”
“Taccia e mi stia a sentire. Per trovare un corpo in fretta avevo sguinzagliato un mio commesso, un ladro incapace di nome Hedra Fim-Hag’Al. È venuto da me ieri pomeriggio… Ma che ore sono adesso?”
“Le tre del mattino, signore.”
“Bene, è venuto ieri nel tardo pomeriggio. Mi ha promesso che avrebbe collaborato con la polizia, di cui è informatore, per la cattura di un ricercato. Un trans-nucleico.”
“Ah!” sbotta indignato il vatusso.
“No, no, invece la cosa mi interessava. Ci sono certi vantaggi, creda a me.”
“Ma non avrebbe più potuto fare il commerciante!” si lascia sfuggire Al-Bakrim. “I trans-nucleici sono in genere pieni di scrupoli, onesti fino alla nausea…”
“Stia zitto! L’avrei sempre governato io quel corpo, no? Però non se ne farà niente. Quel ladro del mio commesso mi ha chiesto una partecipazione agli utili del negozio! Capisce?”
“È inaudito.”
“Ma lei, piuttosto, Al-Bakrim, non ha qualche corpo da vendermi? Io con lei faccio affari sempre volentieri, lo sa.”
“Mentre parlava, signor Moratti,” dice il vatusso lentamente, soppesando le parole, “mi sono permesso di pensare a una piccola strategia che potrebbe tirarla fuori da questa situazione fastidiosa. Sempre che a lei piaccia, signore.”
“Parli. Dica tutto. La ascolto.”
“Io, signor Moratti, ho un’agenzia stimata. Lei potrebbe commissionarmi il killeraggio di quel suo Hedra, o come diavolo si chiama. Io potrei incaricare del lavoro un ottimo soggetto, un trans-nucleico con una grande resistenza al calore. È composto da parti di pesce tropicale. La polizia poi potrebbe essere, diciamo così, aiutata a catturarlo. E, voilà! Un bel corpo sarebbe pronto per il signor Moratti. Se a lei va bene, signore.”
“Mi piace, mi piace! È disponibile subito, questo suo sicario?”
“Proprio subito, no, perché ultimamente ha qualche problema di latitanza. Fugge da situazioni incresciose. Ma se io lo trovo prima di chi lo sta cercando, il gioco è fatto!”
“Allora lo cerchi, Al-Bakrim!” dice il vecchio e, dopo una pausa: “Quanto vuole per questo servizio, amico mio?”
“Lei mi mette in imbarazzo! Per l’amicizia che ci lega, signor Moratti, credo che ci accorderemo. Prima parlava di partecipazioni al negozio, o sbaglio?”
“Al-Bakrim, non se ne approfitti! Badi, eh!”
“Le va bene, signor Moratti, il 20%?”

Osservando bene il muro di un vecchio caseggiato, che per qualche ragione resiste al tempo, si può scorgere, dove doveva esserci stato un marciapiedi in altre epoche, un piccolo buco scuro. Forse corrispondeva a uno scarico fognario, o alla presa di aerazione per la tomba di un faraone. Ma nemmeno puntando un potente faro giù per quel budello, nero come le viscere di un serpente, si potrebbe scorgerne la fine. Solo qualche bambino perduto, o un pigmeo, forse, si è arrischiato ad entrarvi per fuggire a una pioggia tanto calda e acida da scalfire la sua povera tuta refrigerante di terza mano. Se davvero l’abbia fatto, e da quale parte ne sia saltato fuori quell’ipotetico bambino o quel pigmeo, sempre che abbia potuto saltarne fuori, resta uno dei tanti misteri neri di B-Milano.
Incredibilmente, dalle profondità del buco si odono prima dei passi di corsa, poi un affannarsi ansioso. Infine, il trans-nucleico di nome MarcoM esce con fatica dal piccolo pertugio. Si volta e prende per la mano la trans-nucleica di nome BarbaraB, aiutandola ad uscire. Quest’ultima comincia a sudare, il respiro le si ferma nella gola. Mentre il ragazzo è in grado di sopravvivere al calore e al gas che ha da tempo preso il posto dell’aria, per lei è differente. I suoi geni nordici soffrivano un po’ perfino all’interno dell’Ovidius, che pure era refrigerato. Esposti alla terribile vampa della notte di B-Milano i polmoni del colore e della delicatezza di un lichene si dichiarano battuti, il cuore di pinguino deve arrendersi e il piccolo viso chiaro dai tratti caucasici si fa di colpo paonazzo. BarbaraB si accascia in ginocchio.
MarcoM non se ne accorge, si è già lanciato in una veloce corsa quando ha scorto una faccia da sbirro fare capolino dal buco e gridare: “Fermati, maledetto!”
Non appena si rende conto che BarbaraB non gli è al fianco, si ricorda della sua delicata struttura fisica. Ormai, però, è tardi, perché il poliziotto è già uscito con fatica per metà dal tombino e grida come un ossesso. MarcoM non può fare altro che continuare a correre.
Lo sbirro di nome Tautab riesce finalmente a far passare il proprio corpo, ingombrato dalla tuta, attraverso lo stretto passaggio. Si getta in gola il filtro tracheale, indossa con un gesto la calotta refrigerante ed è fuori del tutto. C’è un trans-nucleico sul terreno fangoso, riverso a faccia in giù. Lo volta per una spalla: non è lui, ma solo una femmina dal volto bluastro. Guarda in avanti, sulla via nera ingombra di cadaveri di automobili a idrogeno. La folla del giovedì notte sciama in ogni direzione, composta da donne con i loro burqa elettronici, trans-nucleiche in abiti succinti e pigmei, tra i quali spiccano, come barre di ghisa in una discarica, i molti vatussi.
Una grossa aliante con le insegne dell’Agenzia Al-Bakrim compare a bassa quota e segue da vicino MarcoM.
Tautab avanza e ogni tanto si erge sulla punta dei piedi, scruta intorno, finalmente vede una testa priva di cappuccio allontanarsi verso la zona del termoconvertitore. Si fa largo a gomitate in quella direzione.
Fuori dal sobborgo, la folla si dirada e MarcoM continua ad avanzare. Spesso si volta indietro e spera: ma è sempre inseguito. Si lancia in una traversa nera e disabitata, percorre un labirinto di scheletri neri di cemento contro il cielo livido. Si gira di scatto: è ancora inseguito.
Il rione abbandonato è una scacchiera di cui tutte le caselle sono nere. Soltanto una linea, di poco meno scura, le delimita. Un punto giallo si muove appena visibile su questa linea, scavalcando macerie che emanano una debole luce verde, nuotando letteralmente nel fango, a volte rintanandosi ma poi, non sentendosi al sicuro, continuando a strisciare in avanti. Un altro punto, ricoperto di lattice refrigerante, segue la traccia del primo punto, per tutto il tavolo da gioco, casella nera dopo casella nera.
La grossa aliante invece comincia a girare in cerchio, ha perduto per sempre il contatto visivo con la preda. Dopo avere sorvolato la zona insistentemente, si dirige di nuovo verso Oh-ja-roh4: forse, pensa il pilota, la preda è tornata sui suoi passi.
In fondo alla scacchiera c’è una rampa che l’elettrotreno percorre ogni giorno per vomitare nelle fauci del termoconvertitore i suoi stessi escrementi. La rampa si snoda verso l’alto a spirale, stagliandosi come un’enorme molla nera contro l’orizzonte che può essere solo immaginato.
I punto giallo di nome MarcoM arriva al fondo della scacchiera, si avventura su per l’impiantito viscido della rampa di accesso. Tautab lo vede mentre si arrampica, lo insegue. La rampa, che è la coda dello stercorario, potrebbe essere quella del mostruoso Minosse. Si avvinghia su se stessa sette volte, portando i vagoni dell’elettrotreno all’altezza di oltre dieci piani di palazzo antico.
Mentre Tautab arranca e ansima su per lo scivolo infernale, dall’altra parte, come un’ombra gialla, scorge ogni volta la sua preda e le grida di fermarsi. Ma poi il fiato gli manca e ha forze soltanto per continuare a salire, di corsa, in silenzio.
Al penultimo giro della settima spira, volta istintivamente la testa per seguire il movimento parallelo della sua gialla ombra, che presto non avrà più scampo. Invece, uno spettro giallo sfreccia per un attimo verso il basso, nell’aria densa di pioggia rovente.
Tautab arriva alla fine del percorso e, terrorizzato, si arresta di scatto. Dopo la brusca interruzione della rampa, al di là del bordo in ghisa incrostato di catrame e fango nero, la voragine si apre famelica sopra le mascelle spalancate del mostro in attesa. Tautab vince un brivido profondo e si sporge per vedere la mandibola dello stercorario: la scorge appena, infatti, piena di pece viva e fremente, protetta dalla pioggia che ora è torrenziale e dalla nebbia che sembra fumo di carbone. Dentro a quelle fauci si dovrebbe cercare ciò che resta del trans-nucleico chiamato MarcoM.
La piaga aperta di B-Milano aspetta senza chiudere occhio l’arrivo del mattino uguale alla notte, distesa come un cadavere mummificato e incatramato attraverso la pianura. Quasi al centro, vicino all’enorme insetto che macina e macina, un piccolo riflesso di lattice scende lentamente da una rampa attorcigliata: una spira, un’altra spira, un’altra ancora.
La bocca di vulcano chiamata Nord-al-Baqri non si risveglia e non erutta lava arancione: sarebbe un segnale di vita. Si limita a produrre qui e là qualche bolla di gas che ne rimescola la fornace di ceneri e asfalto. In uno dei suoi settori, un grumo di catrame di nome B-Milano è troppo piccolo perché sia possibile vedere che la sua miliardesima parte, sotto forma di un atomo in lattice con la faccia da sbirro, scende la penultima spira, poi l’ultima. Tautab accende una chiamata mentale. Dopo alcuni minuti una microscopica aliante del califfato scende a prelevare quell’atomo e lo porta via, in un riflesso veloce di metallo che subito scompare nella pioggia.

Quando la donna si sedette di fronte a me, stavo giocando a elettro-scacchi nel mio caffè preferito con un collega irlandese. Sì, sempre la stessa partita. Ci vuole pazienza con gli elettro-scacchi.
Era la mia ex-concubina. “Ciao Tautab,” mi disse, con una gentilezza che non riuscì a incantarmi. La conoscevo bene.
“L’ultima volta che ci siamo visti,” dissi, “mi hai mollato una grana.”
“Io? È impossibile! Come ti va la vita?”
“Paolina, cosa vuoi da me?”
“Ma niente! Perché sei sempre così nervoso?”
“Primo, perché da tre mesi non ricevo il tuo assegno…”
“Caro, proprio di questo volevo parlarti.”
“Lo immaginavo. E secondo, ho avuto una sfuriata di Marid.”
“Il tuo capo?”
“Sì. Il fido Alivs gli ha riferito che non mi sono mostrato molto propenso al gioco di squadra. In più, il trans-nucleico a cui davo la caccia si è trasformato in un mucchietto di fango.”
“Che schifo. Va bene, uno in più, uno in meno,” commentò Paolina con la sua famosa delicatezza.
“Non è uno schifo, è un disastro. Conosci Hedra? A sua insaputa mi ero accordato con il suo capo, un vecchio terribile, per vendergli sottobanco il trans-nucleico. Ne avrei ricavato una partecipazione del 15% nel suo negozio di droghe!”
“Mi spiace.”
“A proposito di Hedra, non riesco più a trovarlo. Speriamo che gli sia successo qualcosa di grave. Varrebbe la pena di doversi trovare un altro informatore, pur di sapere che è morto.”
“Vedo che oggi sei particolarmente acido!” disse alzandosi. “Magari ci vediamo un’altra volta. Ti saluto.”
“Un momento, e il mio assegno di mantenimento?”
Ma la maledetta era già riuscita a intrufolarsi tra la gente che affollava il caffè. Non appena vidi scomparire la sua testa di vatussa tra le altre teste, capii che non c’era molta speranza di ottenere più qualcosa da lei.
Cercai di concentrarmi sulla elettro-scacchiera. L’irlandese mi aveva appena mangiato la regina. Per un attimo, ma solo per un attimo, desiderai di trovarmi di nuovo sull’orlo di quella rampa a guardare giù nei vortici senza fine di fango e catrame che giravano, giravano, giravano.

Racconto tratto da

Fuoco sulla collina
piccolo viaggio nei mondi di Ivan Graziani

Autore: Yuri Bautta
Illustrazioni: Adriano Fragano
ISBN: 8890903155
anno: 2014

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/NzpDS

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