Dynastes Hercules


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Dynastes Hercules

Un racconto inedito di Paolo Merenda e Valentina Corcetti
punx_666@hotmail.it

1.
Un altro cartone di merendine è scaduto. Le levo dall’espositore prima che i N.A.S. mi multino. Croissant di kamut all’albicocca, senza latte e uova. Vado a controllare in magazzino, ce ne sono altre dodici confezioni. Mangerò croissant per il resto della vita.
Entra il primo cliente della giornata:
“Buongiorno, vorrei un pacco di croissant di kamut all’albicocca, senza latte né uova.”
Perfetto, ora che sono scaduti me li chiedono. Mi dirigo verso lo scaffale, mi abbasso fino a raggiungere il ripiano più basso, agguanto la confezione e la porgo alla signora.
“Vanno bene questi?”.
“Ottimo! Favolosi!” risponde la nonna.
Batto lo scontrino, imbusto e la spedisco fuori. É ora di chiudere. Abito a quindici chilometri di distanza dal negozio quindi preferisco mangiare in santa pace nel retro, invece che tornare a casa. Accendo il forno, 13 x 13 centimetri, che ho adagiato su una mensola.

Mentre chiudo la porta d’ingresso entra un signore. É brizzolato, sui cinquanta, in giacca e cravatta. “Buongiorno, bella signorina sono della ditta Polliclienti, posso parlare con il titolare?”.
Calma, non t’allargare, penso subito. Non capisco cosa voglia vendermi, forse una nuova marca di dentifricio, visto il bianco scintillante dei suoi denti.
Esito un po’ poi dico, in maniera poco convincente:
“Il proprietario non c’è.”
“Ah perfetto, allora posso dire a lei…”
Dentisplendenti inizia a parlare a raffica. Non so perché ma non riesco a essere autoritaria, i clienti mi pestano i piedi, i venditori ambulanti mi riempiono di fazzoletti e accendini. Io non fumo neanche.
Dopo dieci minuti Dentisplendenti è paonazzo, non ha messo ancora un punto a una frase.
“É un prodotto di altissima qualità, sorprendente! Pensi-che-basta-un-litro-d’acqua… ha una resa maggiore rispetto agli altri in commercio. Sorprendente! Mia zia l’ha usato regolarmente e le sono passati i reumatismi… al macellaio sotto casa mia sono tornati i capelli… roba da non crederci! Ne venderà a tonnellate…”
Lo interrompo, così prende fiato.
“Scusi ma non ho capito… lei che diavolerie vende?”.
“Il prezzo è ottimo… la resa pure…”
“CHE COSA VENDE!”.
“Polenta, bella signorina, la migliore della provincia”.
Ma vaffanculo te e la polenta. Credevo fosse l’acqua di Lourdes.
Ne compro un cartone.

2.
Ho deciso: mangio arrosto di seitan, scaduto da più di una settimana. Lo scarto e lo infilo nel fornetto. Nel frattempo sento aprirsi la porta. Devo ricordarmi di chiuderla prima di preparare da mangiare.
Un coso vestito di bianco si dirige verso di me, stropiccio gli occhi perché sembra un’allucinazione. Indossa un velo bianco, faccia truccata di bianco, saio bianco e scarpe bianche, un mimo. Ha un cestino tra le dita e senza parlare mi fa il gesto di infilarci dentro qualcosa. A me verrebbe voglia di infilargli una moneta, ma in un altro posto.
“Sono una dipendente, mi spiace…”.
Ogni volta sparo la mia palla, ma nessuno ci crede.
“Non ho accesso alla cassa…” .
Il mimo insiste e continua a indicare con l’indice il cestino con un’espressione da cane bastonato mentre dal retro sento puzza di bruciato. É di sicuro l’arrosto. Salto dietro il bancone, come nella pubblicità dell’olio Cuore, apro la cassa e gli lancio due euro. Il mimo se ne va.
Sbatto violentemente la porta prima che qualcun altro entri. Corro verso il retro, sperando che sia rimasto qualcosa dell’arrosto. Per fortuna se n’è salvato mezzo. Condisco la roba bruciacchiata con una maionese di riso color giallo radioattivo. Inghiotto la parte bruciata dell’arrosto. Proseguo ad affettare il resto sano. La bocca è invasa da un gusto amarognolo, quasi di putrefazione. Non è possibile, il seitan è glutine di farina e non carcassa di animale. Passo la lingua a destra e a sinistra, toccando il palato e le gengive, ma il sapore marcio arriva fino all’ugola. Apro una bottiglietta di acqua gassata e butto giù tutto in un sorso. Anche questa è scaduta di sicuro, sa di piedi sporchi. Il tappo cade, mi piego per raccoglierlo e mi rialzo battendo una craniata sulla mensola. Il fornetto vola a terra con un tonfo sordo.
La giornata non è ancora finita. Mentre assaporo questo delizioso pranzetto, sento bussare sulla vetrina. Mi affaccio, anche se non dovrei, sono in pausa. Leggo il labiale:
“È chiuso?”.
Luci spente, veneziana tirata giù e porta chiusa a chiave, la domanda mi pare retorica. Penso alla crisi, ai sacrifici che ho fatto per aprire questo negozio e alle cose scadute. Apro.
Per fortuna è uno normale. Compra del tè freddo al limone. Mentre si allontana arriva l’ambulante con i fazzoletti da vendermi. Ci mancava solo lui. Ne compro un pacchetto e lo liquido. Squilla il telefono. È la centralinista della ditta Nonsenso che si scusa per il collo andato perso da un corriere.
La giornata sta finendo. Chiudo cassa, afferro il bastone di ferro e tiro giù mezza serranda. Abbasso la testa per rientrare in negozio e posare il bastone. Una cliente mi imita e, una volta dentro fa: “Siete ancora aperti?”.
Che noia ‘sta retorica.

3.
Mi sono svegliata con un cerchio alla testa. Per tutta la notte non ho fatto altro che rigirami nel letto, nella speranza di trovare una posizione che non mi desse fastidio alla schiena. Sentivo una specie di prurito che non mi dava pace.
Mi alzo e vado in bagno. Premo leggermente il tubetto del dentifricio e la pasta di tre colori finisce sul lavabo, come se lo avessi fatto violentemente. La testa mi fa sempre più male, la fronte spinge e pulsa. Mi sfrego per alleviare il dolore.
Mi specchio, ho un brufolo gigante sulla fronte. Sembra un’allucinazione, eppure mica mi drogo.
Arrivo in negozio e mi sparo un croissant di kamut. Sbriciolo dappertutto, ma non ci faccio caso, perché sono preoccupata per la giornata che mi aspetta. Decido di fare un po’ di pulizie. Raccolgo prodotti scaduti da più di quattro mesi e li butto in un sacco nero. Faccio il nodo e mi dirigo verso il cassonetto.
Prima di arrivare a destinazione mi macchio i jeans. Il cartone del latte di soia si è rotto. Sbatto tutto nella monnezza cercando di non sporcarmi più di quel che sono già. Al ritorno quasi non riesco a varcare la soglia dell’ingresso, ho un dolore alla schiena insopportabile. A stento arrivo alla sedia dietro il bancone. Mi ci butto sopra e allungo le gambe sul tavolo.
Cos’è ‘sto strazio? Non ricordo di aver preso botte. Mi pulsa il brufolo, tutti i mali si sono concentrati in un unico momento: bocca amarognola, inizio a sentire molto freddo, lo sento venire su dal coccige, poi pian piano risale, scavalca una vertebra dopo l’altra e arriva fino al collo. I piedi sono merluzzi surgelati. Li accosto al termosifone, ma non si scongelano.
Resto in questa posizione per un po’, fino a quando entra la prima persona della giornata. Si tratta di una signora in tuta di felpa, di quelle con l’elastico in fondo sulle caviglie. Ha l’IPod a tutto volume nelle orecchie, si sente la musica come se fosse in filodiffusione.
Cerco di darmi un contegno. Mi tiro su mentre la cliente sembra non notare il brufolo.
“Posso chiederle un favore?”.
“Dipende” rispondo sulla difensiva.
“Mio figlio ha la febbre, anch’io ho mal di gola. Sono andata dal prete qui di fronte, Don Luigi, ma non c’è. Mi può prestare due euro per comprare la Tachipirina?”.
Fottiti.
Stavolta lo dico ad alta voce e non lo penso soltanto:
“FOTTITI”.
Sto troppo male. Metto un cartello con torno subito. Spengo la luce. Ritorno sulla sedia con la testa inclinata verso terra, la sento pesante.
Dopo dieci minuti di relax riapro. Un omone pelato scende dal camion con un balzo che fa tremare la vetrina. Si dirige verso di me tutto agitato. Spalanca la porta e urla senza salutare:
“Dove posso metterlo.”
“Cosa?” rispondo da ebete.
“Cosa vuoi che sia, letame?”.
Rimango sempre sorpresa dalla finezza dei corrieri.
“Il negozio è chiuso”.
Lo voglio sfidare, ma lui non fa una piega.
“Ormai sono qui.”
Mi fa capire che questo è il collo che contiene merce quasi scaduta. Lo aspettavo da un po’ di giorni. Il ciccione torna sul furgone, prende il pacco che sembra molto pesante, e me lo sbatte a terra. Firmo, poi lui se ne va senza salutare.
Accendo lo stereo e inserisco un cd dei Clash. Ho voglia di pogare. Comincio a fare qualche salterello. Il pavimento trema, le finestre pure. Non me ne preoccupo. Mi lancio da una parte all’altra del retro.
Faccio leva sul muro, puntando gli anfibi, e mi scaravento sull’altra parete. Provoco un bel buco. Infilo la testa dentro per verificare il danno. Il veterinario a fianco mi fa ciao ciao con la mano. A differenza dell’altro lato, dove il muro è di cartongesso, questo è di cemento.
Come ho fatto a fare un buco nel cemento, forse sono diventata una supereroe? Magari il palazzo è sta cadendo a pezzi. Esco e do un’occhiata allo stato del condominio. Non sembra messo così male. Una macchina mi strombazza. Gli rifilo un bel dito medio.
Torno dentro e copro il buco con un giornale appallottolato. Devo ricordarmi che è troppo pericoloso pogare in negozio. Spengo lo stereo, mangio un altro croissant. Oggi un solo scontrino. Decido di chiudere prima.

4.
Stamattina i dolori sono spariti. Vado in bagno e mi specchio per controllare il brufolo. È diventato una roba gigantesca e appuntita, di quaranta, forse cinquanta centimetri. Risplende alla luce del bagno.
Lo tocco con un dito, un po’ impaurita. È duro e nero, a tinta unita, senza sfumature. Sento uno spiffero proprio sul dorso, ma la porta è chiusa. Vedo dallo specchio un brandello del pigiama scendere penzoloni.
Lo strappo e ne sbuca fuori una corazza marrone, tendente al verde. Cerco di toccarla, ma non è facile. Occupa un volume notevole rispetto alla schiena striminzita che avevo prima. Quando ci riesco sento che è dura come questa specie di brufolo che somiglia a un corno.
Corro in camera. Prendo uno specchietto che si trova nel primo cassetto del comodino. Ritorno in bagno e cerco di fare gioco con le due superfici riflettenti, in modo da osservare meglio: è proprio una corazza, divisa in due parti. Ecco da dove arriva l’aria.
Sono preoccupata, non so cosa fare e come nasconderle. Forse è il caso di andare da un medico, meglio ancora da un veterinario. Solo ora mi accorgo che le mani sono diventate nere. Ruoto il rubinetto della doccia, si stacca e mi rimane in mano.
Aspetto che l’acqua diventi tiepida e mi ci butto sotto. Faccio fatica a entrare nella cabina per via della corazza. Forse una strofinata col sapone farà tornare tutto come prima. Esco e mi infilo l’accappatoio, ma si strappa. La corazza è ancora lì. Sono sempre tutta nera, di un nero intenso oltretutto.
Esco e appena metto piede fuori casa un giapponese mi indica urlando:
“Dynastes hercules!”.
Mi scatta una foto, manco fossi un animale da collezione. Gli mostro il dito medio. Non so come ho potuto pensare di uscire tranquilla.
Torno a casa e frugo nell’armadio cercando il maglione di quando ero cicciona. Lo trovo e lo estraggo dalla pila di felpe. Me lo infilo, in questo ci sto anche se sembro gobba. Rimane da nascondere il corno, così con un paio di forbici apro in due un berretto di stoffa nera, faccio passare l’aggeggio appuntito all’interno del foro e lo camuffo un po’.
Esco di casa, il giapponese è ancora li. Mi scruta dall’alto in basso, ma non dice nulla. Forse non mi ha riconosciuto. Me ne vado, continuando a guardarmi le spalle. Il giapponese rimane a sorvegliare la porta di casa con la macchina fotografica in mano.
Finalmente sono libera. Monto in macchina, ma col corno è dura entrarci. Dopo venti minuti buoni ce la faccio. Con la corazza è un’impresa pure guidare. Cerco la posizione più corretta e, quando la trovo, mi metto la cintura di sicurezza. Ci manca solo che mi fermino per farmi la multa.
Arrivo in negozio, ma subito avverto un gran sonno. Chiudo a chiave e metto il cartello Torno subito. Entro nel retro e mi stendo a terra, su di un materasso. Mi addormento all’instante.

5.
Non ho idea di quanto tempo sia passato da quando ho preso sonno. So solo che c’è un gran buio. Forse sono diventata cieca. Qualcosa di morbido mi schiaccia contro il suolo, impedendomi di alzarmi. Mi muovo disperatamente, finché uno spiraglio di luce mi avvolge.
Non sono cieca. Seguo il bagliore come se fossi in un tunnel, fin tanto che non sono fuori. Mi guardo attorno: quello è il mio maglione abbandonato a terra. Si è ingrandito in maniera impressionate. Mi tasto per vedere se la corazza c’è ancora, ma le braccia sembrano diventate microscopiche.
I croissant sono giganteschi, più grandi di me. Non ci capisco più nulla. Vorrei andare in bagno, ma non riesco ad afferrare la maniglia, è troppo in alto. Mi volto e mi specchio sull’alluminio lucido delle gambe del tavolo. Sgrano gli occhi. Quella roba riflessa sull’argento sono io.
Esco dal negozio con passettini svelti, passando attraverso una minuscola fessura della porta d’ingresso. Sono terrorizzata. Alcuni signori mi passano accanto, neanche mi notano. Devo scansarmi velocemente, o mi calpesteranno.
Una signora si avvicina alla vetrina, appoggia le mani sul vetro, guarda dentro poi bussa.
“ È sempre chiuso” si lamenta.
La riconosco, è la cliente a cui ho venduto i croissant scaduti. Quella che ogni volta chiede prodotti improbabili come il rafano o i semi di sesamo neri.
Mi avvicino piano piano e le lascio un ricordino sulle scarpe di pelle lucida. Una cacca per me gigantesca.
Quando quella se ne accorge urla. Il giapponese si ripresenta, deve avermi seguito. Si fa strada tra i pedoni e si dirige verso di me.
“Dynastes hercules!” continua a urlare impazzito.
Non so cosa voglia dire, ma il mio istinto mi dice di scappare. Corro nel senso opposto al suo. Sto facendo del mio meglio, ma con queste zampette microscopiche non è facile. Sento un prurito sul didietro. Non provo neanche a grattarmi, so già che non ci arriverei. Non devo perdere altro tempo. Devo concentrarmi e correre più veloce.
Sempre di più.
Sempre di più.
Sempre di più.

Ed eccomi qua, sopra questa città grigia e al giapponese che mi rincorre. Ora è rimasto di stucco. Il vento mi culla e mi suggerisce il tragitto, come se fosse facile, come se lo avessi fatto da sempre.

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/HmY6J

4 Commenti

  1. Ale BlogAL ForumAL ha scritto:

    ciao Valentina, l’ho letto tutto.
    mi ha fatto sorridere, mi è piaciuto il ritmo e le visioni.
    mi ha fatto capire qualcosa in più di te.
    grazie!
    Ale – Forum Alessandria
    VeganAlessandria

    10 aprile, 2014
    Rispondi
  2. Valentina Gang Green ha scritto:

    é un raccontino che ho scritto in negozio, quando non avevo nulla da fare :-) Paolo Merenda me lo ha tutto corretto e sistemato, perchè non sono una scrittrice (mentre lui si, ha fatto un bel lavoro per renderlo comprensibile ;-) ).
    Comunque le caratteristiche dell’ insetto sono reali. Il Dynastes hercules esiste veramente. Ci tengo a precisarlo, perchè mi affascina questo coleottero che mangia rifiuti e cambia colore con l’ acqua.

    Grazie che lo hai letto.

    11 aprile, 2014
    Rispondi

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