Dissertazione sopra l’anima delle bestie e altri scritti selvaggi


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anima-animali

Il testo che segue costituisce una delle relazioni esposte durante la presentazione del libro di Giacomo Leopardi “Dissertazione sopra l’anima delle bestie e altri scritti selvaggi” a cura di Gino Ditadi avvenuta il 31 maggio 2014, presso la libreria Lovat di Villorba (TV).

All’interno del pensiero e delle pratiche culturali occidentali possiamo individuare almeno due paradigmi: uno ecocentrico-cosmocentrico e un altro antropocentrico. Il primo pone in primo piano l’universo vivente, l’Anima Mundi, secondo la visione neoplatonica, il secondo, invece, considera l’universo al servizio dell’Umano, privo di anima, sprovvisto di soffio vitale (pneuma), un paesaggio senza vita, quindi, e del tutto desacralizzato. 
Al paradigma ecocentrico-cosmocentrico, tenendo presente un’attitudine (ci sia concesso il termine) metafisica che caratterizza il cosmocentrismo, fanno riferimento la teoria dei sistemi, con Gregory Bateson, Fritjof Capra, Edgar Morin e lo stesso Raimon Panikkar, quindi Talete, Anassimandro, Pitagora, Empedocle, Parmenide, Eraclito, Platone, Teofrasto, il Neoplatonismo, Giordano Bruno, Spinoza, Nietzsche, Leopardi, Deleuze, Foucault, Derrida, la Scuola di Francoforte, John Zerzan e l’Anarcoprimitivismo.
Al paradigma antropocentrico appartengono invece, Bacone, il meccanicismo riduzionistico di Cartesio, Malebranche, il materialista La Mettrie, Hobbes, lo stesso Kant, Hegel, il positivismo… Da notare, tout court, il carattere ideologico, se possiamo ancora usare questa espressione in questo clima post-ideologico, del meccanicismo riduzionistico cartesiano: i viventi non-umani non possono che essere macchine, automi, non dotati di soffio vitale, perché, di converso, riconoscere l’anima agli Animali significherebbe legittimare la visione secondo cui ogni forma di vita in quanto tale è provvista di pensiero. Infatti, per Leopardi, la natura è fornita di facoltà mentali. Invece, per i cartesiani meccanicisti antropocentrici, se non si differenzia l’anima dal corpo e l’Umano dagli Animali, se gli stessi Animali soffrono pur essendo senza colpa, mettendo così in crisi ogni trattato di teodicea, dal momento che un ingiusto dolore inflitto agli Animali implicherebbe la concezione di un Dio cattivo e malvagio, su che cosa fondare la gerarchia teologico-politica e come giustificarla? La questione animale diventa, quindi, un programma di reificazione che coinvolge l’intera natura: per Leopardi, quello di Descartes e di Alberto Magno, maestro di Tommaso, è un modo di guardare ai viventi del tutto assurdo, è quantomeno demenziale e truculento considerare gli Animali come macchine e automi, in linea con quanto sostenevano Agostino e Gomez Pereira.
Per il Leopardi tredicenne della Dissertazione sopra l’anima delle bestie (1811), una qualche forma di anima, con un barlume di ragione, negli Animali deve esserci, anche se non immortale – permane ancora un determinato condizionamento da parte del cattolicesimo. Secondo il poeta-filosofo, gli Animali non seguono le leggi della meccanica, è necessario rivolgerci contro il dispositivo meccanicistico-riduzionistico, o meglio, bisogna operare una torsione, farlo ruotare sui suoi cardini fino a disattivarne la potenza escludente: conversione – si noti il termine teologico- del dispositivo nel suo contrario. Esempio che riguarda l’attualità: se tutti sono in debito, viene meno la nozione opposta di credito, allora nessuno è creditore! (1)
Leopardi è vicino a Condillac, filosofo sensista, secondo il quale gli Animali hanno anima, intelligenza, linguaggio, passioni, emozioni e sentimenti. Sono, inoltre, creativi. Per Condillac, gli Animali possiedono un linguaggio imperfetto e limitato, ma che prova che essi pensano e non sono macchine, non sono automi. Anzi, gli Animali più vicini all’Umano comprendono noi più di quanto noi comprendiamo loro. L’istinto animale è già un atto, pur aurorale, di raziocinio. L’istinto è intelligenza. Sempre secondo Condillac, sono i dati sensoriali a strutturare la mente: la mente degli Animali differisce da quella umana solo per gradi di perfezionamento, non di natura: è la stessa tesi di Plutarco, letta in chiave sensista, tesi accolta pure da J.J. Rousseau. D’altro canto, la concezione di Cartesio del vivente come macchina sarà estesa all’Umano come in La Mettrie, nel suo Uomo-Macchina, quasi a voler edulcorare il punto di vista cartesiano di un ordine del mondo gerarchico e teologico-politico, strumentale verso la natura. Il cartesiano Nicholas Malebranche, come del resto già accennato più sopra, osserva invece: se gli Animali non fossero automi e se soffrissero, se provassero dei sentimenti, ciò sarebbe la dimostrazione della non esistenza di Dio. Infatti, l’uomo non sarebbe più l’unico ente imago Dei, ma tutti gli esseri viventi, senzienti, intelligenti, pensanti, dotati di coscienza lo sarebbero: verrebbe scardinata ogni gerarchia, compresa quella tra Dio e mondo. Il risultato sarebbe una forma di panteismo à la Giordano Bruno e Spinoza: tutto è Dio e Dio è nel tutto.
Umani non civilizzati, selvaggi come gli Indiani d’America, citati nello Zibaldone (1823) di Leopardi, erano considerati, dallo spirito del tempo di allora, esseri irregolari, inattuali, poco cartesiani, poco gesuiti. In essi, invece, per Leopardi si esprime lo splendore della Wilderness. Ci penserà, nell’Ottocento, il genocidio dei Pellirosse a rendere tutto more geometrico.
1826, Zibaldone: “ Io preferisco lo stato selvaggio al civile”. Questa affermazione radicale sembra uscita dal tablet anarco-primitivista di John Zerzan o tratta da un articolo della rivista Green Anarchy. Quindi, continua Leopardi nello Zibaldone, “lo stato dei selvaggi è lo stato di sapienza, di serenità, di grandezza, è stato di natura”. Pare un riferimento tratto dal Banchetto dei Sette Sapienti di Plutarco, citazione di Anacarsi, sapiente “barbaro”, il quale diceva: “l’animale più selvaggio è l’essere più sapiente”. Leopardi, nello Zibaldone, osserva poi, come il barone d’Holbach, come Celso (II secolo d.C.): “L’universo è senza scopo e non è fatto per l’uomo”, e ancora: “La natura è indifferente rispetto al dolore e alle passioni umane”, in linea con lo stesso Lucrezio. Sempre sulla stessa lunghezza d’onda, nel Dialogo della natura e di un islandese, il nostro autore afferma: “L’uomo per la natura è inessenziale”. E’ quindi evidente il punto di vista anti-antropocentrico, contro la civilizzazione, contro la religione, del Leopardi dello Zibaldone, delle Operette Morali e, inoltre, dei Paralipomeni della Batracomiomachia, a partire dalla questione animale. Sempre nello Zibaldone viene ribadito che nello stato di natura l’Umano aveva libertà piena di istinto. Poi ha perduto le forze vive delle pulsioni energetiche, civilizzandosi. Gli Animali non umani, invece, hanno istinto e libertà totali. Al contrario, volendosi perfezionare, l’Umano ha perso la perfezione.

Leopardi, in opposizione alla teoria cartesiana delle idee innate, si dichiara a favore dei sensisti: le idee della mente sono a posteriori, derivano, infatti, dall’esperienza. Il nostro autore è vicino, quindi, a David Hume, che sostiene la presenza di strutture intelligenti negli Animali. Secondo Hume, dunque, gli Animali sono dotati di ragione e di pensiero, come gli umani: li differenzia la gradazione, esistente, del resto, anche tra gli stessi uomini. Sia per Hume che per Leopardi, non solo la natura è indifferente verso la sofferenza degli Umani e dei viventi in generale, ma è pure senza orientamento e direzione, senza un fine, è in definitiva caotica, come l’origine del Tutto per Esiodo. Il poeta-filosofo di Recanati osserva ancora nello Zibaldone: “Tutti gli esseri viventi desiderano la felicità: ricercare il piacere ed evitare il dolore sono fenomenologie tipiche di tutti gli enti senzienti”. A tale riguardo, Hume sostiene che la ragione è schiava delle passioni, perciò gli Umani, come tutti gli esseri viventi, sono più legati agli affetti, alle passioni, alle emozioni, che alla ragione. Leopardi, ancora una volta nello Zibaldone, rincara ulteriormente la dose: “La materia che si fa vita pensa e sente”. Poi dà un affondo incontrovertibile verso ogni possibile antropocentrismo: “ l’uomo non è imago Dei, non è signore del creato!”. Ogni gerarchia teologico-politica viene così stravolta, facendo sprofondare nella melancholia il Malebranche! Il nostro autore, poi, contesta i cartesiani anche quando affermano che la mancanza di linguaggio negli Animali è spia di mancanza di ragione: se gli Animali non umani sembrano carenti sul piano dell’articolazione linguistica, questo, se mai, potrebbe essere determinato da una diversa specializzazione degli organi riservati alla fonazione e all’emissione della voce; gli Animali, inoltre, possiedono la capacità di apprendere in un processo formativo. Per rimanere in tema, Platone, nel Politico, rileva che un tempo, nell’Età Aurea, gli Umani parlavano con gli Animali. Tornando, invece, a Hume, il filosofo empirista radicale di Edimburgo ribadisce che se le idee sono copie sbiadite di impressioni sensoriali forti e vive, se amore, odio, simpatia, invidia, gelosia sono tipiche passioni che accomunano tutti gli Animali, non meno universale è la compassione, compreso un grande senso del dolore. Riguardo a questi due ultimi aspetti, Leopardi – con Schopenhauer, le Upanishad e il Buddhismo- identifica l’unità dei viventi nel dolore cosmico ed evidenzia come gli Animali siano compassionevoli e solidali anche tra di loro, come nell’episodio in cui riporta che un Cane gettava del pane da una finestra ad un altro Cane affamato. Tuttavia, Leopardi si spinge oltre, affermando che la vita è condizione sufficiente perché ogni essere vivente abbia valore e senso. Il suo ecocentrismo lo porta a sostenere, nello Zibaldone, che l’Umano è il più antisociale di tutti i viventi: “L’uomo è l’unico vivente che uccide per il solo scopo di uccidere, che tortura per il solo scopo di torturare, un suo simile”. Solo l’Umano, con la guerra e altri mezzi, distrugge la propria specie. Sempre più vicino alle posizioni di John Zerzan, il poeta-filosofo di Recanati puntualizza che sentimenti e pratiche attuali, come l’odio e la vendetta, sono sconosciuti all’uomo primitivo e ai cosiddetti selvaggi. Su questo aspetto, anche il barone d’Holbach è in sintonia con Leopardi, quando osserva che l’Umano ama brevemente, ma odia a lungo. Come insegna Spinoza, viviamo in un tempo in cui dominano le passioni tristi: primariamente il rancore. Un altro filosofo il cui pensiero è intrecciato con quello di Leopardi, sempre in opposizione all’antropocentrismo e in chiave animalista, è Nietzsche. Il filosofo identificato dal suo personaggio concettuale, Zarathustra, polemizzando con l’animale storico, l’Umano, perché è un vivente che non vive, soffocato dalla sua memoria del passato, elogia l’animale non storico – gli Animali non umani, come nell’affermazione che segue: “Il bambino, come l’animale, è ente non storico, legato al presente”(2). E’ quasi un calco della sentenza usata da Leopardi nello Zibaldone,1823, che Nietzsche non aveva letto. Nietzsche cita invece il Leopardi del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia sempre nella II^ Inattuale, Sull’utilità e il danno della Storia per la vita: “L’animale è felice, come i bambini, perché dimentica subito”.

Mario Cenedese

Note:
1) Cfr. R. Esposito, Due, Einaudi, Torino, 2013, p. 16
2) Cfr. F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Adelphi, Milano, 2007

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Un commento

  1. Salvatore Messina ha scritto:

    Noi animalisti desideriamo, concretamente, di vedere i fatti mentre, delle parole…campa cavallo che l’erbetta cresce!
    SalutiBelli!

    10 ottobre, 2014
    Rispondi

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