Dal n° speciale 2008: Ragionamenti sulla dieta locavora


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Recentemente l’associazione Nutrition Ecology International Center (NEIC) ha dato notizia di uno studio di due ricercatori della Carnegie Mellon University, Christopher Weber e Scott Matthews (*). Lo studio dei ricercatori compara, dal punto di vista dell’impatto ambientale, la “dieta locavora” (che consiste nel consumo di prodotti locali) con la dieta vegetariana.
Negli ultimi tempi la dieta locavora ha incontrato il favore di molti “consumatori critici” attenti alla sostenibilità  della produzione del cibo. Infatti si è fatta strada la convinzione che, consumando prodotti locali, la pressione del consumo del cibo sull’ambiente risulta fortemente ridotto. La credenza riposa su una ovvia considerazione: un prodotto locale riduce i costi ambientali del trasporto.

In molte persone attente ai problemi ambientali impressiona il fatto che un frutto consumato in Italia debba venire dalla Spagna o, magari, dall’America Latina. In periodi in cui il prezzo del petrolio viene spinto continuamente verso l’alto, la convinzione subisce ulteriori rafforzamenti e difatti, sia pure a livello embrionale ma in modo sempre più marcato, nascono gruppi di acquisto che si rivolgono a produttori locali per accorciare la filiera produzione-consumo. Pur non essendo trascurabile la motivazione relativa alla difesa del potere d’acquisto dei salari, occorre dire che la scelta di questi consumatori si richiama di norma a considerazioni ecologicoambientali. Siamo, in definitiva, in presenza di persone che attribuiscono ai loro comportamenti motivazioni etiche.
Ma questa tendenza risulta fondata? Lo studio accurato di Weber e Matthews lo nega. Essi hanno ripreso il concetto coniato nel 1995 di “foodmiles” (km/cibo) che costituise un indicatore del percorso che il cibo compie per giungere sulla tavola del consumatore. E’ evidente che maggiore è questo parametro, maggiore sarà  l’impatto sull’ambiente. Tuttavia i ricercatori sono andati oltre e hanno valutato l’intero ciclo di produzione dei cibi includendo anche i costi ambientali relativi alla produzione delle derrate e dei loro componenti. A questo punto è stato calcolato l’impatto complessivo sull’effetto serra (produzione dei “gas serra”).
I risultati sono sorprendenti. Le emissioni principali di gas serra sono determinate dalla fase di produzione, che contribuisce per l’83%. Il trasporto delle materie prime, fattore che viene trascurato dai “locavori”, contribuisce per l’11%. Il trasporto finale dal produttore al consumatore, fattore che finalmente viene considerato nel calcolo dei km/cibo, contribuisce solo per il 4%. A questo punto emerge tutta la debolezza della nuova tendenza di cui abbiamo parlato all’inizio.
La scelta di consumare cibi locali dovrebbe certamente essere perseguita, ma acquista vero significato soltanto se accompagnata al consumo di cibi di origine vegetale. Infatti, se si considerano le emissioni di gas serra associate alle varie tipologie di cibi, si rilevano i seguenti dati. Carne e uova “impattano” per il 40%, i latticini per il 18%, i cereali per l’11%, la frutta e i vegetali per l’11%, le bevande per il 6%, gli oli per il 6%. Rimane poi un 8% di “altro”. Dunque si arriva a quel dato abbondantemente noto in ambiente animalista e sfruttato spesso come “argomento indiretto” che attribuisce a carne, uova e latticini la responsabilità  della maggior parte delle emissioni di gas serra per la produzione di cibo.

Senza contare tutta una serie di fattori di altro genere che peggiorano ulteriormente l’impatto ambientale connesso al consumo di proteine animali (disboscamento, consumo d’acqua, inquinamento da rifiuti ecc). I ricercatori, a questo punto, hanno tradotto gli impatti dei gas serra in km/cibo. Ma i km non sono più i banali spostamenti dei cibi finiti, bensì sono “km equivalenti” che incorporano gli impatti delle altre fasi della filiera produttiva. I risultati sono questi. Se una famiglia media, compra solo prodotti locali, in un anno “risparmia” 1600 km/cibo rispetto a una famiglia che acquista a caso il cibo al supermercato. Se la stessa sceglie cibi esclusivamente vegetali risparmia ben 13.000 km/cibo, ovvero otto volte tanto. In altri termini una persona vegana pesa sulla terra, dal punto di vista alimentare, otto volte di meno di un “onnivoro locavoro”. Lo studio della Carnegie Mellon dichiara l’importanza della scelta del cibo nella difesa dell’ambiente in quanto, oltre ad essere tra i fattori più rilevanti in termini di impatto, è quella che dipende direttamente dal singolo consumatore e non richiede cambiamenti di fatto nella struttura sociale.

Quest’ultima osservazione dimostra una componente di semplicismo che la cultura americana si porta sempre appresso. Infatti se è vero che teoricamente una tale scelta generalizzata non richiede grandi cambiamenti per essere attuata, è altrettanto vero che di cambiamenti ne causerebbe in quantità  inimmaginabile. Una società  fondamentalmente omeostatica come la nostra non potrebbe accettarlo e allora innescherebbe controreazioni che riporterebbero i consumi alla struttura tradizionale prima ancora dello stabilizzarsi di qualche cambiamento sostanziale. Come sempre, le proposte che attribuiscono ai “singoli” le possibilità  di rimediare ai mali del mondo, superando quelle che sono le forche caudine della politica, sono destinate ad essere considerazioni puramente teoriche ed a lasciare le cose più o meno come erano prima.

Aldo Sottofattori

* Lo studio è apparso nel numero di aprile 2008 della rivista scientifica Environmental Science and Technology

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/7h8e1

Un commento

  1. bruno ha scritto:

    Articolo molto interessante.

    Farmers market,nuovo businnes?
    Studio(calcoli molto pratici) e proposta Coldiretti per ridurre l’effetto serra con dieta locavora.
    Le emissioni di co2 sono tutte attribuite ai mezzi di trasportoxkm,nessun cenno sugli allevamenti per la produzione di cibo di origine animale.

    Cosa segnaleranno in “etichetta carbonio” sugli alimenti che arrivano dagli altri continenti?kg di co2 prodotti?

    …in attesa che anche sul territorio nazionale le principali catene commerciali si impegnino a segnalare in etichetta le emissioni di gas ad effetto serra provocate dal trasporto dei cibi in vendita. La Coldiretti italiana ha commentato positivamente l’impegno del Presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy a realizzare una «etichetta carbonio» che indica le emissioni di anidride carbonica da apporre sui prodotti alimentari.

    Il progetto nazionale a «chilometri zero» della Coldiretti ha l’obiettivo inoltre di far riconoscere quei locali (ristoranti, osterie, gelaterie) che utilizzano prodotti del territorio (vino, olio, salumi, formaggi, latte, frutta, verdura e fiori) acquistati direttamente dalle imprese agricole. «In Veneto – sottolinea la Coldiretti di Parma – il circuito a km zero annovera già  tra gli aderenti dall’osteria di Padova alla gelateria di Verona, dallo snack bar di Treviso ai vari ristoranti nel veneziano fino alle mense collettive di Rovigo, riconoscibili da una apposta targa. Progetto che vogliamo portare anche nel territorio parmense. ”

    La possibilità  di fare acquisti di prodotti alimentari che non producono inquinamento da trasporto è gestito da agricoltori locali che offrono esclusivamente prodotti delle proprie aziende : quasi 50 attualmente le imprese agricole dove è possibile acquistare sempre e direttamente prodotti aziendali, di cui una prima selezione è disponibile sul sito http://www.coldiretti.it al link “terranostra”.
    Una famiglia che consumi prodotti locali e di stagione e che faccia attenzione agli imballaggi- sostiene un recente studio della Coldiretti – può risparmiare fino a 1000 chili di anidride carbonica (CO2) l’anno poiché ad esempio per trasportare a Roma un chilo di ciliegie dall’Argentina in aereo per una distanza di 12mila km si liberano 16,2 kg di anidride carbonica (CO2), mentre per un kg di pesche dal Sudafrica nel viaggio di 8mila chilometri si emettono 13,2 kg di CO2 e, infine, gli arrivi di ogni kg di uva dal Cile producono 17,4 kg di CO2.
    «C’è un numero crescente di consumatori su scala mondiale che vuole acquistare prodotti freschi, naturali, del territorio, che – continua la Coldiretti – non devono percorrere grandi distanze con mezzi inquinanti e subire lunghi tempi di trasporto prima di giungere sulle tavole. La sensibilità  di alcune catene della grande distribuzione commerciale europee nel cogliere i cambiamenti nel comportamenti dei consumatori ha già  portato in alcuni casi alla scelta di dedicare ampi spazi sugli scaffali a prodotti del territorio o a segnalare all’opposto, con particolari accorgimenti, i prodotti provenienti da Paesi lontani con rilevanti costi ambientali».

    àˆ il caso, ricorda la Coldiretti, di una grande catena di distribuzione inglese che applica un aeroplanino sulle confezione della frutta e verdura importate da altri continenti, o di altri gruppi che ospitano all’interno dei loro locali un vero mercato per la vendita diretta imprenditori agricoli-consumatori.”

    In Italia esistono già  le norme per la diffusione di questi Farmers Market (i mercati esclusivi degli agricoltori in città ) fortemente sostenuti dalla Coldiretti che ha messo in atto una serie di iniziative per consentire ai consumatori di fare scelte di acquisto che non inquinano e salvano il clima.
    Si va dall’introduzione dell’obbligo di indicare in etichetta la provenienza dei cibi in vendita alla richiesta della disponibilità  di spazi adeguati nella distribuzione commerciale dove poter acquistare alimenti locali che non devono essere trasportati per lunghe distanze, all’offerta di prodotti regionali in mense scolastiche ed ospedaliere, alla promozione delle vendita diretta degli agricoltori che sulla base delle esperienze di altri paesi potrebbe raggiungere fino al 15 per cento del mercato alimentare.

    TOP FIVE FRUTTA E VERDURA CHE SPRECANO ENERGIA ED INQUINANO

    Prodotti
    Provenienza
    Distanza (Km)
    Emissioni CO2 (Kg)
    Consumo

    Petrolio (Kg)

    2
    PRUGNE
    CILE
    11970
    22,0
    7,1

    3
    FAGIOLI
    ARGENTINA
    11180
    20,8
    6,7

    4
    UVA
    PERU’
    10865
    20,2
    6,5

    8
    PERE
    SUD AFRICA
    8470
    15,9
    5,1

    9
    MELONE
    GUADALUPE
    7750
    14,5
    4,7

    Fonte: Elaborazioni Coldiretti (*) calcoli effettuati sulla base del trasporto aereo

    11 Giugno, 2008
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