Dal n° 8 / 2013: A sproposito di Animali: appunti per uno sciocchezzaio avverbiale


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A Pippo, il Coniglio che in 9 anni di convivenza, mi ha insegnato quasi tutto quel che sento e so a proposito degli altri Animali, in memoriam.

Nelle pieghe della lingua è possibile individuare modi di dire, espressioni, strutture che segnalano e rimandano all’ideologico quotidiano che sostiene e perpetua il sistema di potere, le gerarchie, l’inerzia dello status quo, i binari prestabiliti del pensiero, i cul de sac.

Wittgenstein paragonava la lingua a una città con i suoi edifici, le sue strade, le sue rovine. 

“Il nostro linguaggio può essere considerato come una vecchia città: un dedalo di stradine e piazze, di case vecchie e nuove, e di case con parti aggiunte in tempi diversi; e il tutto circondato da una rete di nuovi sobborghi, con strade diritte, e case uniformi.”1

Cantieri in costruzione si affiancano a edifici in cui è visibile la stratificazione dei secoli, in cui la storia si fa presente, in cui la vita vissuta nelle sue varie forme si rapprende.

Come una certa urbanistica è una traduzione spaziale (più o meno implicita e complessa) di rapporti di potere, allo stesso modo la lingua rileva nelle sue sedimentazioni secolari i nostri rapporti con il mondo e con noi stessi come parti integranti di quel mondo. Ma mentre possiamo spostarci agevolmente da una città all’altra, nella lingua materna che ci è stata data alla nascita, in cui siamo nati alla relazione sociale, al dialogo, restiamo per tutta la vita, prendendo a prestito la sua potenza, per lo più sottomettendoci, qualche volta forzandone i limiti.

Il lavoro di decostruzione della lingua iniziato anni fa da alcune femministe ha sottolineato soprattutto le questioni di genere, l’imposizione del modello maschile, dell’universale maschile astratto usato per occultare la differenza.

C’è invece ancora un immenso lavoro da fare per cogliere in quelle stesse pieghe della lingua tutti gli aspetti che rivelano i nostri secolari rapporti di sfruttamento e di oppressione nei confronti degli altri Animali (e degli altri Umani “animalizzati”), dai proverbi, alla sedimentazione di apologhi e storie, alle bestemmie, agli usi retorici e metaforici, al rapporto tra maschile, femminile e neutro e così via. Un lavoro che richiede certamente studi interdisciplinari, ma anche consapevolezza, intelligenza e intuizioni quotidiane. Si potrebbe dire un lavoro dell’attenzione che di per sé è capace di illuminare il presente in cui viviamo.

Il che non significa in nessun modo proporre una “neo-lingua” qualsivoglia che, per quanto ben intenzionata, può facilmente trasformarsi in gergo settario che non riesce minimamente a scalfire il senso comune linguistico che oppone una resistenza forte e che ha dietro di sé un’intera cultura e rapporti di forza ben determinati. Si pensi, ad esempio, alla difficoltà di conferire al termine “vegetariano” il significato di essere vivente che consuma esclusivamente prodotti vegetali e che invece viene usato in senso estensivo a comprendere coloro che non mangiano carne ma che si nutrono di prodotti derivati dallo sfruttamento animale. Eppure qui sembrerebbe semplice restringere il significato di quella parola, ma l’uso comune basato su presupposti impliciti lo rende assai difficile. Possiamo certo usarlo in modo più restrittivo, ma siamo costretti ogni volta a precisarne il significato. È come se concentrandoci sulla parola e non sulle strutture più profonde che ne articolano i significati ci limitassimo a guardare la punta dell’iceberg.

Questo vale anche per le conversazioni quotidiane in cui ci troviamo coinvolti e nelle quali si lasciano a volte intravedere quelle resistenze culturali profonde a un cambiamento sostanziale della condizione degli altri Animali.

In queste brevi note mi limito a segnalare un uso della lingua in cui gli avverbi funzionano da indicatori, che rivela l’ideologico quotidiano al lavoro in funzione di una resistenza al cambiamento in direzione di una liberazione animale.

*Addirittura: in genere si usa per sottolineare la sorpresa quando dici a qualcuno che non ti conosce bene che sei vegano. Sguardo con occhi leggermente sporgenti, tipo cartone animato, e immancabile conseguenza: sei addirittura vegano, ossia qualcosa come un fanatico estremista. L’accentuazione è sull’avverbio, ma è come se servisse a preparare il terreno per la stupefazione davanti a qualcosa di così alieno, vegano, addirittura. Nientedimeno: capirei vegetariano, addirittura (o persino) Veronesi lo è, ma vegano, perché? E qui di solito si apre un bivio: si lascia cadere la discussione perché la montagna sembra troppo ardua da scalare oppure ci si impegna in un lavoro di ri-definizione dei significati e della spiegazione delle proprie scelte sulla base di argomenti. Lavoro, di sicuro, non meno arduo.

*Solo: precede un articolo determinativo e il nome comune di un Animale. Segna il passaggio dal determinativo all’indeterminativo ricacciando il soggetto al di là della barriera dell’Umano.

Se il mio Gatto non dovesse ritornare, ci soffrirei; o se dovesse morire ci starei davvero male: lo so è solo un Gatto ma io gli sono affezionata come a uno di casa.

Lo so… Non dovrebbe dirlo, non dovrebbe manifestare un affetto smodato per quello che è solo un Animale, ma non può farne a meno, e deve anche confessarlo. Deve dirlo perché a lei stessa (in questo caso è di una donna che stiamo parlando, ma il discorso vale anche per gli uomini e sarebbe interessante vedere con quali differenti sfumature) forse risulta incomprensibile e deve trovare qualcuno che condivida questo strano sentimento per potersi sentire meno sola, meno aliena nel mondo umano.

In un romanzo del grande Russell Banks, La memoria perduta della pelle2, Kid un reietto, paria ai margini della società, condannato per reati sessuali, può dire di essere stato amato e di aver amato veramente solo la sua Iguana Iggy. Ecco lo scandalo. Un altro amore che non osa pronunciare il suo nome.

Questi primi due esempi con innumerevoli variazioni ci dicono qualcosa di importante dal punto di vista della macchina concettuale dell’esclusione: “addirittura” e “solo” ci spingono verso i margini dell’Umano, per toccarne le frontiere, o per mostrare ciò che è al di là.

Altri avverbi ci portano invece nella direzione della conferma dello status quo. Ovviamente, naturalmente le cose stanno così e non potrebbero stare altrimenti.

Ovviamente: l’ovvio è ciò che si incontra sulla via, che ci si pone di fronte, e che quindi non fa che confermare ciò che pensiamo e che abbiamo sempre pensato.

È necessario mangiare carne, se si vogliono assumere le proteine necessarie per la nostra salute. A fortiori per i bambini, ovviamente. Non puoi pensare davvero che quel Cane si comporti in modo diverso: è un Animale, ovviamente.

Naturalmente: funziona anche come sinonimo di “ovviamente”, ma si riferisce anche a quello sfondo della Natura che fa da garante, da norma universale affinché tutto resti in armonia secondo un ciclo che si ripete sempre uguale. Dietro l’apparenza di una descrizione, si cela una prescrizione. Contro ogni tentativo di naturalizzazione imbevuta di ideologia, bisognerebbe imparare a usare quella che viene chiamata la ghigliottina di Hume: troncare il passaggio dall’essere al dover essere (da to be a ought to be), dalla descrizione alla prescrizione nascosta.

Gli esempi sono innumerevoli, naturalmente, ma l’abuso del “naturale” ai tempi del biologico e della “carne felice”3 li ha ancora moltiplicati. Ciascuno ne avrà in mente parecchi e perciò mi limito a questo: la carne venduta in questo negozio è prodotta naturalmente, da Mucche provenienti da bellissimi pascoli alpini svizzeri, o da happy cows in happy farms e così via.

Comunque: al termine di una più o meno lunga ed estenuante discussione, si conclude che comunque tu potrai anche aver ragione, per certi aspetti, ma io continuerò a fare ciò che facevo prima, a ignorare la sofferenza animale, a vivere come se non sapessi, a riprova, se ce ne fosse bisogno, che i buoni argomenti non bastano, che c’è qualcosa di più profondo.

Purtroppo: è un segnale di rinuncia e di resa. Un barlume di intenzione è soffocato sotto il peso di un realismo cinico. Vorremmo un mondo migliore, ma purtroppo è così che vanno le cose da sempre: il grande mangia il piccolo, il forte il debole…

Non sono che piccoli esempi tratti da conversazioni quotidiane a cui ciascuno di noi ha più volte probabilmente preso parte che però, pur essendo minimi e apparentemente insignificanti, ci pongono di fronte a quel senso comune, a quella serie di automatismi che rivelano qualcosa di più profondo a livello delle strutture ideologiche del dominio, perché l’apparentemente ovvio, ciò che va da sé, ciò che è “normale” è anche ciò contro cui la lotta per il cambiamento è più dura e insidiosa.

Filippo Trasatti

Note:

1) Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino 1974, p.17.
2) Russell Banks, La memoria perduta della pelle, Dalai, Milano 2012.
3) Cfr. in proposito Matthew Cole, Dagli “animali macchina” alla “carne felice”, in “Liberazioni” n. 3, 2010, pp. 6 e segg.

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/Vug5c

Un commento

  1. Rita ha scritto:

    Caro Filippo, OVVIAMENTE anch’io sono vegana e NATURALMENTE penso che sia gli uomini che gli animali abbiano diritto di vivere. E penso anche che chi viva con un animale, e ADDIRITTURA lo ami, possa sentirsi fortunato.
    PURTROPPO non tutti lo sono….COMUNQUE noi sì!
    E’ un’esperienza SOLO di Amore.

    Se grido “Filippo” in cima a una montagna, l’eco risponde “Pippo”! :-)

    30 luglio, 2014
    Rispondi

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