Dal n° 4 / anno 2: Terrore e compassione


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Prima che si raggiunga il livello delle politiche pubbliche, è comunque necessario un cambiamento nel modo di sentire la nostra carne come inseparabile dalla carne degli animali (Glen Mazis citato da Ralph Acampora)

Un confortevole, levigato, ragionevole, democratico terrore prevale nella nostra civiltà  industriale avanzata e tutti ne subiamo le conseguenze, anche nell’apparente rifugio dei nostri appartamenti piccolo borghesi, più o meno disordinati. Sappiamo che la cosiddetta guerra al terrore ha aumentato l’insicurezza globale, che le politiche securitarie creano un clima di guerra civile permanente, che il mercato selvaggio crea artificiosamente una condizione per cui homo homini lupus, che il clima di paura fa del vicino diverso, un nemico.
Io due di questi diversi li ho in casa, il Coniglio Pippo e il Cane Angelino, anche loro sottratti a schiavisti e CPT, vivono finalmente da qualche anno una situazione di tranquillità , in un’atmosfera amorevole. Ma il ricordo della paura e del terrore non dilegua mai veramente. Vedi Angelino che trema come una foglia al solo avvicinare la mano per accarezzarlo, oppure Pippo che fa un salto per lo spavento al rumore di una porta che si apre. Vivo in quei momenti un’intensa comunanza con Angelino e con Pippo, mi sento scosso nel profondo, nell’intima fibra dell’essere dalla percezione di una minaccia. Mi avvicino a intuire empaticamente che cosa vuol dire essere minacciati mortalmente ed essere in preda al terrore, sento una vulnerabilità  e una morte in comune. Non è tanto una morte immaginata o rappresentata in qualche modo, ma piuttosto la sensazione anche corporea della minaccia di annichilimento della mia potenza d’essere.
Proprio in queste situazioni in cui la minaccia raggiunge la radice e sta per reciderla, mi sembra che sia possibile talvolta cogliere la presenza di una sorta di biforcazione: la paura accomuna e divide, affratella e affila le unghie. Ho l’intuizione profonda che il terrore si può utilizzare come strumento di dominio, facendosi torturatore, oppure che da esso può nascere lo scatto non solo della compassione, ma per una vita-in-comune.
Accade anche con i bambini, laddove ci rendiamo improvvisamente conto del nostro smisurato potere che può esprimersi nella protezione e nella cura o nella minaccia.
C’è qualcosa di terribile in questa in-decisione che decide chi sta di qua della barriera tra dominatori e dominati, umani e altri animali e chi invece vuol infrangerla. In questo “tra” sta ciò che salva e perde, ciò che eleva e ciò che abbassa. Penso che invece che fuggirlo, bisognerebbe talvolta soffermarsi a fissare con gli occhi ben aperti questo stato di sospensione che al pari di tante analisi ci consente di cogliere le dinamiche di potere, perché ci immerge quasi nello stato nascente dei suoi flussi, ci permette di toccare con mano e con il corpo l’asimmetria su cui si fonda. Sostare in questo “tra”, in questa zona grigia in cui l’impotenza si trasforma in prepotenza, il terrore in persecuzione, la paura in vendetta, in cui il potere di annichilimento convive con la paura di essere annichiliti, ci rende più forti nel momento in cui abbiamo bisogno di sapere che staremo sempre dalla parte di quanti sono inermi davanti alla macchina della distruzione.

Filippo Trasatti

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