Dal n° 4 / anno 2: Le isole vegane


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isole vegane - Dal n° 4 / anno 2: Le isole vegane

pensare vuol dire pensare agli altri, se io penso agli altri i problemi nascono, e nel momento in cui nascono io devo affrontarli e se possibile devo risolverli“.

Questo affermava rivolgendosi ai giovani in un video di qualche tempo fa un anziano Vittorio Foa (recentemente scomparso), preoccupato per l’evidente apatia ed il disinteresse giovanile alla vita pubblica ed alla politica. Un fenomeno sempre più evidente, una rottura netta con il passato recente (e non solo del nostro Paese) che Foa individua e definisce come un pensare a se stessi che rende impermeabili alle istanze altrui, che permette di farci scivolare addosso senza danno alcuno la violenza, la sopraffazione, l’ingiustizia che ci circonda, come se fossero gocce di pioggia su un telo cerato, pensando che ciascuno di noi fa già  la propria parte. Questo affermava il politico e sindacalista, e questo riteniamo sia assolutamente calzante anche per chi, come noi, si occupa della lotta per la liberazione animale, per l’antispecismo ed il veganismo etico.
Molto spesso persone in virtù del fatto che hanno già  raggiunto un considerevole grado di consapevolezza, che hanno già  affrontato e posto in discussione numerosi aspetti della nostra vita quotidiana, e in coscienza hanno operato delle scelte etiche e coerenti diventando vegani, considerano l’attivismo come un aspetto lontano dalle loro necessità , o peggio del tutto inutile. Non è un numero trascurabile quello dei vegani etici del tutto consapevoli delle urgenze del nostro pianeta, dei massacri quotidiani di Animali e dello sfruttamento degli Umani, ma convinti che il veganismo in quanto pratica etica personale sia sufficiente per poter affermare di aver dato il proprio contributo alla salvezza dei più deboli, per la giustizia e la solidarietà  intra ed inter specifica.
Pensare vuol dire pensare agli altri…” questa frase suona un po’ come un rimprovero. Chi essendo vegano potrebbe permettersi l’assurdo lusso di non pensare? Un vegano etico che non pensa è un ossimoro. Pertanto coloro che per convinzione hanno voluto e potuto modificare la propria esistenza per plasmarla in modo che divenisse la più solidale nei confronti degli altri, dovrebbero riflettere (appunto) sul fatto che chi non si esime dal pensare – come quotidianamente accade alle vittime consenzienti della moderna società  umana – non può parimenti esimersi dal considerare che altri, molti altri, dipendono dalle nostre azioni.

Pensare vuol dire pensare agli altri…” e se tale ipotesi è da ritenersi vera, ciò significherebbe che pensare senza agire sarebbe un comportamento eticamente insostenibile (anche agire senza pensare lo sarebbe). Da ciò se ne deduce che l’immobilismo, anche, e a maggior ragione, se vegano, non può essere un comportamento coerente.

Diventare vegan è in effetti, una delle cose più importanti da fare per migliorare la vita sul pianeta. Ma è solo una condizione necessaria della vita etico-politica, e non una condizione sufficiente. àˆ ancora un’esistenza fondamentalmente egoistica e apolitica che non contribuisce abbastanza al pianeta. La vita etica richiede che mettiamo in ordine la nostra stessa casa, e che diventiamo attivi in una causa e in un movimento sociale.” 1

La vita etica è una vita politica. Un concetto assolutamente fondamentale, un approccio vecchio e nuovissimo al contempo, alternativo alla depoliticizzazione, allo sdoganamento del primato della sfera privata, al distacco dalla vita pubblica di generazioni di giovani – e meno giovani disillusi – che la quotidianità  massmediale della società  moderna ci propone. Una vita privata come bandiera per la vita politica pubblica, finalmente un vero banco di prova per le teorie etiche vegane, la loro concretizzazione nella società , la loro applicazione non più solo sul singolo, ma sulla moltitudine. Alla luce di quanto detto le strade che si profilano pare siano due: chi abbraccia il veganismo etico, potrebbe isolarsi dal resto della società  pur rimanendone definitivamente immerso, come un’isola in mezzo all’oceano, o potrebbe scegliere l’espansione della propria esperienza privata nella vita pubblica, ed in tal caso dedicarsi all’attivismo politico: comunicare la propria scelta, testimoniare con parole e fatti ciò in cui così fermamente crede, agire di conseguenza.
E’ palese quale sia la nostra posizione: l’etica non è e non può essere attendista, nessun vegano può permettersi il lusso di rimanere alla finestra nell’attesa che il pianeta si distrugga o che la nostra specie scompaia dal globo liberandolo dalla tirannia che l’attanaglia, e nel contempo chiudere gli occhi davanti a un macello globale e quotidiano.

Dopo un seminario sul marxismo o l’anarchismo, gli studenti possono parlare a tavola di rivoluzione mentre mangiano i corpi di animali torturati e uccisi. Dopo un seminario sui diritti degli animali, si trovano spesso a fissare il piatto, mettendo in discussione i loro comportamenti più basilari.” 2

In effetti come afferma Steven Best non è possibile rimanere indifferenti una volta intrapresa la strada della coerenza vegana e antispecista. In maniera del tutto naturale si arriva a concepire l’idea che etica (la pratica vegana, lo stile di vita, la quotidianità , la sfera personale) e politica (il confronto, il dibattito pubblico, la propaganda, l’informazione, l’azione) sono due aspetti inscindibili e consequenziali, senza coerenza e pratica personale risulterebbe infatti impossibile sostenere con coerenza e convinzione le proprie istanze politiche, senza una vita pubblica e un lavoro di divulgazione e propaganda sarebbe assolutamente limitante il rinchiudersi nel privato di una visione vegana quando intorno la società  umana iniqua continua indifferente a macinare e digerire vittime.
Ciò significa che il veganismo etico è un mezzo inadeguato? Assolutamente no, ma deve avere un naturale sbocco verso una vera e propria urgenza che è il confronto pubblico, la denuncia delle sofferenze indicibili e segrete degli Animali, la denuncia della distruzione degli ecosistemi, delle risorse, del pianeta, la libertà  e l’empatia verso chi solitamente si è abituati a considerare nella migliore delle ipotesi una risorsa o una merce, in una sola parola l’espressione politica di un cambiamento radicale. Tutto ciò non potrà  avvenire se ciascuno di noi rimarrà  chiuso nel proprio guscio. E’ obiettivamente inimmaginabile una società  che priva di avanguardie possa compiere un reale e radicale cambiamento. L’essere vegani è in primis una precisa e pesante critica della società , un rifiuto della sua logica verticale, e nel contempo, un’alternativa. E’ precisamente per questo che nessun vegano può comportarsi come un’isola.

Il compito più alto di un uomo è sottrarre gli animali alla crudeltà ” Emile Zola

Adriano Fragano

Note:
1) www.bestcyrano.org/THOMASPAINE/?p=657#more-657
Steven Best: “Crisis and the Crossroads of History: The Need for a Radicalized Citizenry”
La traduzione italiana è consultabile all’indirizzo: link

2) Steven Best è professore associato di Filosofia e materie umanistiche presso l’università  del Texas a El Paso

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/pxwfe

Un commento

  1. anto ha scritto:

    Si, bisogna sforzarsi di mettersi in gioco, soprattutto se non si è così giovanissimi da portare in giro il proprio messaggio con facilità  e se la propria vita sociale è “farcita” di deliziosi carnivori. A questo punto ogni momento può essere utile per darsi alle creature che tanto amiamo e che desidereremmo salvare. Un pranzo con familiari e amici magari non basta ma…anni di pranzi con familiari e amici, ve lo assicuro, possono far sì che la quantità  di carne nelle occasioni speciali possa essere drasticamente ridotta.
    Anche del materiale informativo in borsa può aiutare e parlando con la gente si compie ancora un altro passo avanti. Questo per chi davvero non può fare altro. Per tutti gli altri…azione!

    9 gennaio, 2009
    Rispondi

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